Julie Orringer.
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Il ponte invisibile.
Parte 5.
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Titolo originale: The invisible bridge.
Traduzione di: Cristiana Mennella e Alessandra Montrucchio.
2012. Giulio Einaudi Editore, TORINO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano 
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Il ponte invisibile.
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Indice di questa parte.
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Parte quinta Col fuoco.
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34. Trka.
35. I tartari in Ungheria.
36. Un fal nella neve.
37. Fuga.
38. Occupazione.
39. Addio.
40. Incubo.
41. I morti.
42. Un nome.
Epilogo.
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Ringraziamenti.
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Fine Indice.
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PARTE QUINTA.
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COL FUOCO.
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CAPITOLO 34.
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Trka.
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Nei giorni e nelle notti che pass in treno, dopo avere perso
la speranza di scappare e la voce a furia di urlare e protestare,
fu sopraffatto da una sorta di torpore. Per ore rest affacciato
con Mendel all'alto finestrino, a guardare il mondo che scorreva
all'esterno come un catalogo di utopie: una motocicletta e
la rapida fuga che suscitava alla mente. Una strada e la libert
di seguirla fino a casa, da Klra. Un furgone postale e la lettera
che avrebbe potuto recapitarle. Andrs capiva dalla direzione
della luce che stavano andando a nordest. Lo avrebbe capito
comunque, perch il treno saliva. Si stavano arrampicando nella
regione montuosa settentrionale, attraverso citt come Gyngys
e Fzesabony; a volte il treno procedeva a passo d'uomo,
altre si fermava per ore. A ogni sosta, pensava che li avrebbero
fatti scendere e condotti al nuovo posto di lavoro. La seconda
notte ricevettero effettivamente l'ordine di scendere dal treno:
vennero raggruppati in un magazzino vuoto che un tempo fungeva
da cantina sociale per l'Egri Bikavr, sangue di toro,
il locale vino rosso. L'aria era impregnata del dolce odore di
quercia delle botti, il pavimento era sporco, chiazzato di anelli
viola stinti. Due cuochi dell'esercito distribuirono un'acquosa
minestra di cavolo e tozzi di pane nero e duro, il notorio rancio
del Munkaszolglat. Fecero la coda per lavarsi a un rubinetto
in un angolo. Non avevano il permesso di parlarsi n di
avventurarsi fuori, nemmeno per orinare; per quello dovevano
usare una botte. La porta era chiusa a chiave, il magazzino
sorvegliato dai soldati. La mattina li fecero risalire sul treno e
li spedirono a est.
Era il terzo giorno di viaggio. Andrs avrebbe dovuto imbarcarsi
per la Palestina la mattina dopo. Che cosa stava facendo
Klra in quel momento? Inutile sperare che sarebbe partita senza
di lui. Che cosa le era passato per la testa due sere prima,
mentre si faceva sempre pi tardi e lui non tornava a casa? La
immagin china a mettere in valigia le cose del bambino, gli occhi
fissi all'orologio sul cassettone; la immagin un po' preoccupata
una volta trascorsa l'ora a cui lui rientrava di solito: si
era fermato a bere un ultimo bicchiere con Mendel a Budapest,
aveva fatto un'ultima passeggiata per le vie che gli erano familiari?
In cucina, la cena si era raffreddata. Klra aveva messo
Tams a letto, con la preoccupazione che diventava paura mentre
le otto diventavano le nove, le nove diventavano le dieci.
Che cosa credeva gli fosse successo? Pensava l'avessero buttato
in prigione o ucciso? L'amministrazione del servizio di lavoro
le aveva detto qualcosa, almeno adesso? Con ogni probabilit,
Klra non sapeva ancora nulla. E la minaccia di Varsdi? Se i
suoi uomini avessero trovato gli originali del Binario storto
negli uffici di Eppler, gli sarebbe bastato o avrebbe voluto far
perquisire anche l'appartamento?
Sul treno si continuavano a elaborare ipotesi su dove stessero
andando e cosa li aspettasse alla fine del viaggio. I pi credevano
che ci fosse stato un errore nel trasferimento della compagnia.
A fine mese avrebbero dovuto mandarli a nordovest, a
Esztergom, per lavorare in un altro scalo merci. Probabilmente
avevano fatto confusione tra due ordini, presto se ne sarebbero
accorti e li avrebbero spostati su un treno per l'ovest. Questo
per non spiegava perch a Szentendre fossero stati inviati
dei soldati per caricare gli uomini sui treni, n perch li avessero
fatti partire in quattro e quattr'otto. Torre d'avorio, l'ex
professore di storia, aveva un'altra teoria: secondo lui li mandavano
a est perch tutti loro avevano assistito a un crimine,
il lento e sistematico dirottamento sul mercato nero di merci
che valevano milioni di peng. Il governo aveva lanciato una
campagna per stanare i militari responsabili di appropriazione
indebita, disse Torre d'avorio. Il furto di materiale destinato
al fronte era considerato un tradimento punibile con la morte.
E i comandanti delle compagnie del Munkaszolglat erano stati
presi dal panico, visto che erano i criminali pi incalliti. Impossibile
fidarsi dei lavoratori ebrei: non avrebbero attestato
l'innocenza di ufficiali che li maltrattavano quotidianamente;
perci avevano dovuto toglierli di mezzo, forse destinandoli
addirittura al fronte orientale.
Jzsef era terrorizzato. Andrs se n'era accorto. Parlava a
malapena. Se ne stava per conto suo, toccandosi con circospezione
la faccia dove Varsdi lo aveva picchiato. Non dormiva
mai, per quel che Andrs poteva vedere; la notte, tirava fuori e
risistemava incessantemente nello zaino le sue poche cose. Non
scherzava. Non toccava il rancio del Munkaszolglat, preferendo
sbocconcellare una crosta di challah avanzata dall'ultimo pasto
che si era portato a Szentendre. All'inizio si era rifiutato di
usare il bidone; quando infine la necessit ce lo aveva costretto,
era tornato con l'aria di essere stato preso a pugni.
Ancora una volta il giorno divenne notte e il treno prosegu
il viaggio. Nemmeno una fermata per caricare cibo o acqua. Il
caldo non dava tregua. Non ci si poteva sdraiare; non c'era spazio.
A turno ci si poteva sedere per terra o alzare il viso verso il
finestrino. I momenti in cui si riusciva a respirare un po' d'aria
fresca davano un minimo di sollievo. Il quarto giorno, per, fu
impossibile ignorare la puzza sempre pi forte o l'arsura che attanagliava
la gola, e Andrs inizi a domandarsi se il vero scopo
del viaggio non fosse tenerli su quel treno fino a farli morire di
sete. Nell'offuscamento della disidratazione, si rese conto che
era tutta colpa sua se erano imprigionati su un treno diretto a
est. Il binario storto, malgrado le spiritosaggini, aveva nei
fatti documentato il coinvolgimento di Szentendre nel mercato
nero; aveva svelato come stavano le cose a qualunque lavoratore
troppo cieco o ingenuo per notarlo da solo, e la notizia poteva
benissimo essersi diffusa oltre i confini dello scalo. Aveva
ragione Klra; si era assunto un rischio assurdo e inutile. Forse
quel giornale non era stato che una goccia nel mare di prove
schiaccianti, ma comunque era esistito. Varsdi lo aveva ritenuto
abbastanza importante da convocare lui e Mendel in privato,
abbastanza importante da minacciarli con una pistola. Se cinquanta
copie non avessero girato ogni settimana tra gli uomini
e magari anche in citt, Varsdi si sarebbe trasformato da un
ubriacone senza polso in un uomo disposto a mandare un'intera
compagnia al fronte solo per salvarsi la pelle?
Quel pomeriggio, Andrs era al finestrino mentre risalivano
una regione di colline sassose nel bel mezzo di un temporale.
Una massiccia sagoma nera emerse dietro una cortina di
nebbia: le rovine di una fortezza medievale, un castello merlato
con un torrione nero che si slanciava verso il cielo. Tocc
la spalla a Mendel perch guardasse, e gli si strinse il cuore
alla sensazione di avere sognato quel momento molto tempo
prima. Gli era tutto cos familiare: il rumore delle ruote sui
binari, l'oscurit filtrata del vagone, il fetore di tanti uomini
ammassati, la sagoma nera e sgretolata della fortezza. Avvert
in bocca un sapore metallico, e sulla pelle un prurito che assomigliava
alla vergogna. Come aveva potuto credere che lui,
Klra, Tams, Tibor, Ilana e dm a quest'ora sarebbero stati
nascosti nella stiva di una chiatta sul Danubio, diretti in Romania,
dove avrebbero preso una nave per la Palestina? Come
aveva potuto credere che avrebbero attraversato sani e salvi un
mare che pullulava di sottomarini, che sarebbero approdati a
Haifa incolumi per iniziare una nuova vita negli insediamenti,
che avrebbero fatto arrivare anche i loro genitori, che lui
avrebbe contribuito a edificare una patria ebraica? Aveva addirittura
creduto che Mtys sarebbe tornato vivo e illeso dal
servizio di lavoro e li avrebbe raggiunti nella Terra Promessa.
Ma il castello sulla collina, la nebbia, il treno: in qualche modo,
li aveva previsti. In qualche modo, aveva sempre saputo
che non sarebbero mai partiti da Budapest insieme, che non
ce l'avrebbero mai fatta a lasciare l'Ungheria e attraversare
il Mediterraneo. Chiss se per Klra era lo stesso. Ma allora,
perch si erano ostinati a illudersi a vicenda?
Ormai da anni, comprese infine Andrs, si era abituato ineluttabilmente
a coltivare una cieca speranza. Gli era diventato
naturale come respirare. Quella speranza lo aveva portato da
Konyr a Budapest e a Parigi, dalla solitudine e dal gelo della
stanza in rue des coles al calore e all'intimit di rue de Svign,
dalla disperazione dell'inverno nei Carpazi a via Nontiscordardim
a Erzsbetvros. Era l'inevitabile conseguenza dell'amore,
il distillato limpido e potente della paternit. Gli aveva impedito
di riflettere troppo a lungo o troppo a fondo su quanto poteva
essere accaduto a Polaner, a Ben Yakov, al fratello minore. Gli
aveva impedito di valutare le possibili conseguenze della pubblicazione
di un giornale come Il binario storto. Gli aveva
impedito di immaginarsi spedito a est, nel cuore della battaglia.
Ma adesso era l, come Mendel Horovitz, a guardare il castello
scomparire nella nebbia.
Il treno continuava a salire, entrando lentamente in un'aria
pi fina, pi asciutta. La calura brutale cominciava a diminuire,
dal finestrino in alto penetrava odore d'abete. Gli uomini
erano silenziosi, riarsi, infiacchiti dalla fame e dalla mancanza
di riposo. Sedevano e stavano in piedi a turno. Oscillavano tra
sonno e veglia, con le gambe che seguivano il movimento del
treno e i piedi addormentati dalla vibrazione delle ruote sui binari
infiniti. Quando il treno si ferm in una stazione il quinto
giorno, Andrs riusc soltanto a pensare che sarebbe stato fantastico
stendersi a terra e dormire. Da fuori arriv il clangore
della catena che veniva tolta dallo sportello, un'ondata d'aria
fresca afflu nel vagone puzzolente e gli uomini si riversarono
sulla banchina. Attraverso la nebbia della spossatezza, Andrs
lesse il cartello col nome della stazione, typka. Uno schiocco
nella parte anteriore del palato, un arricciamento delle labbra
intorno a ka, il diminutivo ungherese. Di colpo sent un enorme
sollievo: non erano al fronte orientale, dopo tutto. Erano
ancora dentro i confini magiari.
typka. Non si rese conto di averlo detto ad alta voce finch
Torre d'avorio, di fianco a lui, non scosse la testa e lo corresse.
Trka, disse,  scritto in cirillico.
Esattamente, perch erano arrivati in Ucraina.
Una settimana prima il campo in cui si sarebbero dovuti acquartierare
era stato bombardato. Centosettanta uomini erano
stati uccisi, i baraccamenti rasi al suolo. I sopravvissuti avevano
dovuto scavare fosse enormi per seppellire i commilitoni;
la terra rivoltata era franata nei pozzi con la pioggia degli ultimi
sette giorni. Quella compagnia di lavoro non si era lasciata
niente alle spalle se non le ossa dei propri morti: non un segno,
un attrezzo, niente di utile o comodo agli uomini della settantanovesima.
Andrs e gli altri si sistemarono alla bell'e meglio
nel fango del campo di adunata, e il giorno dopo vennero trasferiti
nell'edificio principale e nelle dpendance di un orfanotrofio
ebraico che si trovava a mezzo chilometro di distanza.
Erano costruzioni di cemento sovietico, con la calce verdastra
di muffa. L'interno dell'edificio principale era stato interamente
pensato per dei bambini. Le brandine erano assurdamente corte.
L'unica soluzione era coricarsi in posizione fetale. Per puro
miracolo c'era l'acqua corrente, ma i lavandini erano cos bassi
che praticamente occorreva inginocchiarsi per lavarsi la faccia.
La mensa era arredata con panche minuscole e tavoli bassi; nei
corridoi c'erano ancora i segni lasciati dalle pedate e dalle scarpe
infangate dei bambini. Non ne erano rimaste altre tracce.
Ogni vestito, ogni calzatura, ogni libro, ogni cucchiaio era stato
portato via, come se quei bambini non fossero mai esistiti.
Il nuovo comandante era un magiaro bruno e corpulento
con la faccia divisa in due da uno spettacolare cheloide. La cicatrice
disegnava un arco dal centro della fronte alla punta del
mento, cancellandogli la palpebra destra, rasentando il naso e
spaccandogli le labbra in quattro parti irregolari. Senza palpebra,
l'occhio destro gli dava una perpetua espressione di sorpresa
e orrore, come se non si fosse mai ripreso dal trauma iniziale
della ferita. Si chiamava Kozma. Era di Gyr. Aveva un
levriero irlandese grigio, che picchiava oppure accarezzava, e
un sottotenente di nome Horvth che trattava alla stessa maniera.
La prima mattina all'orfanotrofio, Kozma riun la compagnia
in cortile e la fece correre per cinque chilometri lungo
la strada, fino a un campo umido con l'erba cresciuta a chiazze
su una lunga fossa che era stata riempita di terra. L i bambini
dell'orfanotrofio erano stati allineati e uccisi a colpi di fucile,
disse il nuovo comandante, e li anche loro sarebbero stati uccisi
quando fossero diventati inutili per l'esercito ungherese.
Le piastrine sarebbero tornate a casa, loro mai; erano pi sudici
dei maiali, pi miserabili dei vermi, erano praticamente gi
morti. Per adesso, tuttavia, la compagnia 79 si sarebbe unita
ai cinquecento lavoratori che stavano ricostruendo la strada
fra Trka e Stryi. La strada vecchia si allagava ogni volta che
il fiume Stryi rompeva gli argini. Quella nuova doveva correre
pi in alto. I campi minati costituivano un piccolo ostacolo al
lavoro; se capitava, gli ausiliari dovevano sminarli per consentire
alla strada di passarci in mezzo. Dovevano terminarla prima
che arrivasse la neve. Poi sarebbe stato loro dovere mantenerla
pulita. Il furiere, Orbn, si sarebbe occupato dei libri paga.
Tolnay, l'ufficiale medico, li avrebbe curati in caso di malattia.
Ma gli scansafatiche non sarebbero stati tollerati. Tolnay aveva
l'ordine tassativo di fare tutto ci che era in suo potere per
evitare che gli uomini marcassero visita. Dovevano obbedire a
guardie e ufficiali in tutto e per tutto; i piantagrane sarebbero
stati puniti, i disertori fucilati.
Concluso il discorso, Kozma batt i tacchi, ruot il corpaccione
a una velocit sbalorditiva e si fece da parte per cedere la
parola al sottotenente. Horvth sembrava un manichino estensibile,
con quel fisico e quella faccia a fisarmonica: la versione
assottigliata di un uomo normale. Si sistem gli occhiali sul naso
ed estrasse un notes dal taschino della giacca. Non ci sarebbe
stata luce elettrica dopo il tramonto, li inform con voce monotona
e sottile, n uno spaccio dove rifornirsi, n uniformi di
ricambio per quelle che si consumavano o si strappavano, n
la possibilit di scrivere lettere, formare gruppi o fraternizzare
con le guardie; niente coltellini tascabili, niente sigarette; vietato
accumulare di nascosto oggetti di valore, fare acquisti nei
negozi in citt e commerciare con i contadini locali. Le loro
famiglie sarebbero state presto avvisate del trasferimento, ma
ogni comunicazione per posta tra la compagnia 79 e il mondo
esterno era proibita: niente pacchi, niente lettere, niente telegrammi.
Per sicurezza dovevano sempre portare la fascia al
braccio. Senza un'identificazione corretta, chiunque avrebbe
potuto essere scambiato per un nemico e ucciso.
Horvth url di disporsi in cinque colonne e li fece di nuovo
marciare; sarebbero partiti immediatamente per il cantiere. La
strada era coperta da un profondo strato di fango bagnato che
risucchiava i piedi. Quando cominci a esserci luce, Andrs vide
che si trovavano nell'ampia valle di un fiume che si estendeva tra
colline pedemontane folte di sempreverdi. In lontananza si ergevano
le cime grigie e frastagliate dei Carpazi. C'erano nuvole sui
fianchi dei colli, che stillavano nebbia nella valle. Lo Stryi, gonfio
di pioggia, scrosciava fra scoscesi argini marroni. Presto Andrs
inizi a sentire la fatica della salita nella schiena e nelle cosce. La
lista dei divieti continuava a scorrergli in testa: niente luce elettrica
dopo il tramonto, niente lettere, niente comunicazioni per
posta. Nessun modo di mandare notizie a Klra. Nessun modo
di sapere che cosa fosse successo a lei, o a Tibor, Ilana e dm,
o a Mtys, se mai fossero arrivate notizie di Mtys. Negli altri
periodi del servizio erano state le lettere di Klra a evitargli
la disperazione; il bisogno di scrivere Sto bene lo aveva sostenuto.
Come sopportare la mancanza di comunicazione, soprattutto
dopo quello che era successo? Avrebbe dovuto trovare un
sistema per mandare notizie a Klra, a qualunque costo. Avrebbe
corrotto qualcuno, firmato cambiali se necessario. Avrebbe
scritto delle lettere e le sue lettere avrebbero trovato Klra. Fra
tante incertezze, solamente di quello era sicuro.
Il cantiere distava dieci chilometri; una volta arrivati, ricevettero
picconi e badili e vennero divisi in venti squadre di sei
uomini. Ogni squadra aveva due carriolisti e quattro spalatori.
Videro centinaia di altre squadre che spalavano terra e la
portavano via, che livellavano il fondo stradale per stendere la
ghiaia e l'asfalto. Un tratto di strada livellata si estendeva verso
Trka; segnali rossi degli ispettori impunturavano la distesa
verde tra il cantiere e Skhidnytsya. I capisquadra zigzagavano
fra i gruppi, colpendo gli uomini alla schiena e alle gambe con
sottili bastoncini di legno.
Lavorarono per cinque ore di fila. A mezzogiorno ricevettero
un etto di pane, cos sabbioso che sembrava impastato con
la segatura, e una mestolata di acquosa minestra di rapa. Poi lavorarono
fino a sera e rientrarono con il buio. All'orfanotrofio
il cuoco della compagnia distribu una tazza di minestra di cipolle
a testa. Furono messi in riga in cortile e costretti a stare
sull'attenti per tre ore prima che Kozma li mandasse a dormire
nelle brande da bambini. Quella sarebbe stata l'impostazione
delle loro nuove vite.
Andrs occupava il posto in alto di un letto a castello vicino
alla finestra, e Mendel quello accanto, sopra Torre d'avorio.
Jzsef si era sistemato nella branda sotto Andrs, che per tutta
la prima settimana lo sent girarsi e rigirarsi sulle stecche di legno
duro. Ogni volta che si girava, lo svegliava proprio mentre
si stava addormentando. La quinta notte, Andrs avrebbe voluto
strozzarlo. Non chiedeva altro che dormire per non pensare
a dov'era, e perch. Ma Jzsef glielo impediva. Si gir e rigir,
si gir e rigir, per ore e ore.
Basta! sibil Andrs. Dormi.
Va' all'inferno, sussurr Jzsef.
Vacci tu.
Sono gi all'inferno, disse Jzsef. Ci morir, qua. Lo so.
Qualcuno ci uccider tutti quanti, alla fine della fiera, disse
Mendel dalla branda accanto.
Sono gracile e irascibile, continu Jzsef. Prendo le
decisioni sbagliate. Probabilmente risponder male a qualcuno
che ha una pistola.
Ormai sono due mesi che stai nel servizio di lavoro, disse
Andrs. Non sei ancora morto.
Qui non siamo a Szentendre, ribatt Jzsef.
Tu pensa che siamo in un Szentendre dove si mangia peggio
e il comandante  pi brutto.
Santo cielo, Lvi, ma mi ascolti? Ho bisogno di aiuto.
Silenzio! disse qualcuno.
Andrs scese dalla branda e si sedette sul bordo di quella di
Jzsef. Cerc i suoi occhi nel buio. Che c'? sussurr. Cos'
che vuoi?
Non voglio morire prima dei trent'anni, sussurr Jzsef
in risposta, la voce rotta come quella di un bambino. Si pass
una mano sotto il naso. Non sono preparato a tutto questo.
Negli ultimi cinque anni non ho fatto niente, a parte bere, mangiare,
scopare e dipingere. Non ce la faccio, io, a sopravvivere
a un campo di lavoro.
S che ce la fai. Sei giovane e sano. Te la caverai.
Rimasero a lungo in silenzio, ad ascoltare il respiro dei compagni.
Il respiro di cinquanta uomini nel sonno: sembrava la
sezione d'archi di un'orchestra che suonava violini, viole e violoncelli
senza corde, un infinito fruscio di crini di cavallo sul
legno. Di quando in quando uno starnuto dei legni o un colpo
di tosse degli ottoni interrompeva il flusso del respiro, ma la
musica senza corde continuava, un sospiro costante nel buio.
Tutto qua? sbott Jzsef infine. Non sai dirmi altro?
 la verit, rispose Andrs. Non me la sento di farti un
discorso incoraggiante.
Non lo voglio, un discorso incoraggiante, mormor Jzsef.
Voglio sapere come si sopravvive. Sono quasi tre anni che fai
l'ausiliario. Non hai consigli?
Be', non pubblicare un giornale sovversivo, tanto per cominciare, sugger Andrs. Potresti ritrovarti con il tuo comandante
che ti punta addosso una pistola dall'altro lato della scrivania.
 questo che  capitato? chiese Jzsef. Che cosa voleva?
I clich e gli originali. Ha minacciato di perquisire le nostre
case se non glieli avessimo dati.
Oh mio Dio. E voi cosa gli avete detto?
La verit. Gli originali sono nell'ufficio del direttore del
Giornale degli ebrei ungheresi. O erano. A quest'ora li avr
Varsdi, ne sono sicuro.
Jzsef emise un lungo gemito. Chiss che giornataccia per
il vostro direttore.
Gi. Mi  dispiaciuto tantissimo. Ma che dovevamo fare?
Non potevamo mica mandare gli uomini di Varsdi in
Nefelejcs utca.
Va bene, sussurr Jzsef. Di sicuro non pubblicher un
giornale sovversivo. E poi?
Andrs gli disse quello che sapeva: stare buoni e zitti. Diventare
invisibili. Non farsi nemici tra gli altri lavoratori. Non
rispondere alle guardie. Mangiare quel che passava il convento,
per quanto cattivo, conservando sempre qualcosa per dopo. Tenersi
puliti il pi possibile. Tenere i piedi asciutti. Avere cura
dei vestiti perch non cadessero a brandelli. Sapere quali erano
le guardie comprensive. Seguire tutte le regole che si riuscivano
a seguire; e se no, non farsi beccare. Impedirsi di dimenticare
la vita a casa. Non scordare che il servizio non sarebbe
durato per sempre.
Si zitt, ripensando a un'altra lista, i dieci comandamenti del
Munkaszolglat che lui e Mendel avevano steso molto tempo
prima. Erano passati soltanto tre anni da quando lo avevano
mandato nella Rutenia precarpatica? Secondo quale calcolo si
poteva affermare che il servizio non sarebbe durato per sempre?
All'improvviso gli era intollerabile pensare o parlarne un
momento di pi. Devo dormire, disse.
D'accordo, disse Jzsef. Per senti. Grazie.
Chiudete il becco, idioti, sussurr Mendel dalla branda
accanto.
Prego, disse Andrs. Ora dormi.
Si arrampic a letto e si avvolse nella coperta. Jzsef non
faceva pi rumore; aveva smesso di agitarsi. Andrs per rest
sveglio ad ascoltare il respiro degli altri. Ricordava notti quiete
come quella all'inizio del primo periodo di arruolamento. Di
l a poco nessuno sarebbe pi riuscito a dormire facilmente;
ci sarebbe sempre stato qualcuno che tossiva, grugniva o correva
alla latrina, il tormento dei pidocchi e la pena monotona
e nauseante della fame. E anche le adunate a mezzanotte, se
Kozma ne aveva voglia. Il Munkaszolglat era come una malattia
cronica, pens Andrs: a volte i sintomi si attenuavano,
ma tornavano sempre. Quando aveva iniziato il servizio in
Transilvania, aveva provato esattamente ci che provava Jzsef
ora, la profonda ingiustizia della situazione. Non poteva star
capitando a lui, non a lui e a Klra, non alla sua mente, non
al suo corpo, quella macchina vigorosa e fedele. Non poteva
credere che tutte le grandi necessit di quando viveva a Parigi
tutto ci che era parso importante, gli studi, ogni progetto,
ogni momento con Klra, ogni segreto, ogni preoccupazione
economica, scolastica, professionale o alimentare fossero state
accantonate, estrapolate, rese assurde e irrealizzabili, rimpicciolite,
stipate in uno spazio troppo stretto per consentire
la vita. Ma quel giorno, mentre marciava al lavoro, spalava la
terra, mangiava quel povero cibo e arrancava nel fango verso
l'orfanotrofio, non si era sentito indignato; non aveva provato
praticamente nulla. Era soltanto un animale sulla terra, uno
fra miliardi. Avere avuto un'infanzia felice a Konyr, essere
andato a scuola, avere imparato a disegnare, essersi trasferito
a Parigi e innamorato, avere frequentato l'universit e lavorato
e avuto un figlio: niente di tutto questo permetteva di prevedere
che cosa sarebbe accaduto; era pi che altro una questione
di fortuna. Niente di tutto questo era un premio, non
pi di quanto il Munkaszolglat fosse una punizione; niente di
tutto questo gli dava diritto alla felicit o al benessere futuro.
Uomini e donne soffrivano in tutto il mondo. In quella guerra
ne erano gi morti a centinaia di migliaia, e lui stesso poteva
morire l a Trka. Sospettava di avere ottime probabilit. Le
cose su cui aveva controllo erano poche e piccole; lui era una
particella di vita, un granello di polvere umana perso ai confini
orientali dell'Europa. Sapeva che sarebbe venuto un momento,
forse non troppo lontano, in cui avrebbe faticato a seguire
le regole appena elencate a Jzsef.
Doveva pensare a Klra, si disse. Doveva pensare a Tams.
E ai suoi genitori, e a Tibor, e a Mtys. Doveva fingere che ci
fosse speranza; doveva concedersi l'illusione che sarebbe rimasto
vivo. Doveva farsi complice dell'inganno insidioso dell'amore.
Alla fine della seconda settimana di Andrs a Trka, l'assistente
del topografo fu ucciso da una mina. Successe alla cuspide della
strada nuova, a pochi chilometri da dove Andrs lavorava, ma
la voce si diffuse in fretta tra tutte le squadre. L'assistente era
uno di loro, uno del Munkaszolglat. Stava aiutando il topografo
a mappare la strada che passava per un campo minato sovietico.
In teoria era stato bonificato mesi prima da un'altra compagnia,
che per evidentemente non aveva visto l'ora di dichiarare chiusi
i lavori. L'assistente era inciampato nella mina mentre montava
il cavalletto. L'esplosione lo aveva ucciso all'istante.
Anche il topografo apparteneva al Munkaszolglat, era un ingegnere
di Szeged. Andrs lo aveva visto passare mentre andava
a fare i rilievi. Era basso e pallido, con occhiali senza montatura
e baffi grigi e ispidi; la giacca della sua uniforme era consumata
come quella di chiunque altro, gli stivali avvolti negli stracci
perch non cadessero a pezzi. Siccome la sua funzione era necessaria
all'esercito, per, aveva un cappello simile a quello degli
ufficiali e le mostrine sul taschino del cappotto. Poteva fare
acquisti in citt e fumare. E lo chiamavano sempre quando serviva
un interprete: sapeva il polacco e il russo, masticava addirittura
un po' di ucraino ed era in grado di parlare a qualunque
contadino galiziano nel suo dialetto nativo. L'assistente, un ragazzo
smilzo e con gli occhi scuri sui vent'anni, lo seguiva come
un'ombra silenziosa. Quando mor, il topografo si strapp la manica
in segno di lutto e si cosparse il volto di cenere. Trascinava
l'attrezzatura su e gi per l'area dei rilievi con un'espressione
di attonita disperazione. Il ragazzo era stato come un figlio per
lui, dicevano tutti; in realt, scopr Andrs, era il figlio del migliore
amico che il topografo aveva a Szeged.
In agosto, fu chiaro che il topografo avrebbe presto dovuto
scegliere un nuovo assistente. Era troppo vecchio per portare
in giro l'attrezzatura da solo; qualcuno avrebbe dovuto aiutarlo,
se bisognava tracciare la strada fino a Skhidnytsya entro
novembre, quando sarebbero arrivati gli ispettori tedeschi.
L'anziano ingegnere inizi a informarsi mentre passava tra una
squadra di lavoratori e l'altra: c'era qualcuno che si intendesse
di matematica, o avesse studiato ingegneria? C'era un progettista,
un architetto? A pranzo lo vedevano esaminare l'elenco
coi nomi degli uomini e le loro occupazioni precedenti, in cerca
della persona adatta.
Una mattina, mentre Andrs, Mendel e la loro squadra erano
impegnati a sgombrare un ammasso di asfalto rotto, il topografo
risal a fatica la strada dietro Kozma. Quando raggiunsero
il gruppo, il maggiore si ferm e col pollice indic Andrs.
Eccolo qui, disse. Lvi, Andrs. Non sembra, ma un
po' ha studiato.
Il topografo guard sull'elenco. Studiavi architettura, disse.
Andrs scroll le spalle. Quasi non gli pareva pi vero.
Per quanto hai studiato?
Due anni. Un corso di ingegneria.
Bene, sospir il topografo. Baster.
Mendel, che aveva ascoltato, si strinse all'amico; fissando il
topografo, disse: Non lo vuole, quel lavoro.
Un attimo, e il maggiore Kozma port fulmineo la mano sul
frustino infilato nella cintura. Si gir verso Mendel e strizz
l'occhio buono. Qualcuno ti ha interpellato, scarafaggio?
Mendel esit un istante, ma poi continu come se il maggiore
fosse innocuo. E un lavoro pericoloso, signore. Lvi  un marito
e un padre. Prendete una persona che abbia meno da perdere.
Kozma aveva la cicatrice rosso fuoco. Estrasse il frustino
dalla cintura e colp Mendel in faccia. Non dirmi come dirigere
la mia compagnia, scarafaggio, disse. Poi, ad Andrs:
Libretto di lavoro, Lvi.
Andrs glielo diede.
Kozma tir fuori di tasca una matita dermografica e fece
un'annotazione sul libretto per indicare che ora Andrs era agli
ordini diretti del topografo. Mentre il maggiore scriveva, Andrs
estrasse un fazzoletto sgualcito e lo porse a Mendel, che
aveva una riga di sangue sulla guancia; Mendel lo premette sulla
ferita. Il topografo li osservava, con l'aria di capire il legame
che c'era fra loro. Si schiar la gola e fece un cenno a Kozma.
Pensavo, disse. Se mi permettete, maggiore.
Che c' adesso?
Perch non mi date anche quello l? Indic Mendel col
pollice.  alto e robusto. Pu portare l'attrezzatura. E se bisogna
fare un lavoro pericoloso, posso farlo fare a lui. Non vorrei
perdere un altro assistente in gamba.
Kozma arricci le labbra rovinate. Li vuoi tutti e due?
 un'idea, signore.
Sei un ebreo meschino e avido, Szolomon.
Bisogna fare i rilievi. Me la sbrigo prima, con due assistenti.
A quel punto, anche un altro ufficiale aveva raggiunto il gruppo.
Era il capocantiere, un colonnello della riserva del Genio
militare reale ungherese. Voleva sapere il motivo del ritardo.
Szolomon vuole questi due uomini ad aiutarlo nei rilievi.
Be', firmate l'ingaggio e mandateli via. Non ci possiamo
permettere degli ausiliari che stanno l a grattarsi.
Cos Andrs e Mendel diventarono i nuovi assistenti del topografo,
ereditando la posizione del ragazzo che era rimasto ucciso.
Di giorno eseguivano i rilievi della strada fra Trka e Yavora,
fra Yavora e Novyi Kropyvnyk, fra Novyi Kropyvnyk e
Skhidnytsya. Appresero i misteri dello strumento ottico, il
teodolite: il topografo insegn loro a montarlo sul cavalletto e
a calibrarlo con il filo a piombo e la livella a bolla d'aria. Insegn
a orientarlo verso il vero nord e ad allineare il mirino con
l'asse orizzontale. Insegn a pensare al paesaggio nella lingua
delle forme geometriche: piani bisecati da altri piani ad angolo
obliquo o acuto, tutto comprensibile, quantificabile, sensato.
Quelle colline frastagliate non erano altro che poliedri complessi,
lo Stryi un semicilindro ritorto che si estendeva dal confine
dell'Oblast' di Leopoli fino al corso del Dniestr, pi lungo e
profondo. Ma era impossibile cogliere solo la geometria del paesaggio;
le tracce della guerra spiccavano ovunque, e chiedevano
di essere riconosciute. Fattorie su fattorie erano state bruciate,
alcune dai tedeschi che avanzavano, altre dai russi che si ritiravano.
Raccolti abbandonati a se stessi erano marciti nei campi.
Nelle citt, i negozi ebrei erano stati devastati e saccheggiati,
ed erano ormai deserti. Non si incontrava un ebreo, uomo,
donna o bambino che fosse. Anche i polacchi se n'erano andati.
Gli ucraini rimasti avevano lo sguardo opaco, come se gli
orrori di cui erano stati testimoni li avessero spinti a oscurare
la mente. Anche se l'erba estiva continuava a crescere e more
acerbe erano spuntate fra gli arbusti sul ciglio della strada, la
campagna sembrava morta, un animale ucciso e sbudellato. Un
animale che i tedeschi stavano provando a riempire di organi
nuovi e rimettere in piedi. Un cuore nuovo, sangue nuovo, un
fegato nuovo, un intestino nuovo; e un sistema nervoso nuovo,
il quartier generale di Hitler a Vinnycja. La strada era una
vena. Soldati, ausiliari, munizioni e rifornimenti ci scorrevano
dentro, verso il fronte.
Il topografo era un uomo intelligente e sapeva che il teodolite
serviva per i rilievi, ma non solo. Si era reso conto in fretta,
nel suo soggiorno in Ucraina, che poteva essere un potente
strumento di persuasione. Quando si imbattevano in una fattoria
o una locanda dall'aria fiorente, sistemava il teodolite in
modo che i proprietari lo vedessero; e quando qualcuno usciva
a chiedergli cosa stesse facendo, spiegava che la strada sarebbe
passata su quel terreno e forse addirittura precisamente dove si
trovava la casa. Seguivano le trattative: era possibile convincere
il topografo a spostare la strada solo un filino pi a est, solo
un filino pi in l? Era possibile, e a poco prezzo. Con quel sistema,
il topografo racimolava pane e formaggio, uova fresche,
frutta di fine estate, vecchi cappotti, coperte, candele. Andrs
e Mendel portavano pane e scorte varie all'orfanotrofio quasi
ogni sera e li distribuivano ai compagni.
Il topografo aveva anche conoscenze preziose, tra cui un amico
alla scuola allievi ufficiali dell'Esercito reale ungherese a Trka,
un graduato che un tempo, a Szeged, era stato un attore famoso.
Quell'uomo, Pi Erd, aveva ricevuto l'incarico di portare
in scena un noto dramma guerresco di Kroly Kisfaludy, I tartari
in Ungheria. Quando lui e il topografo si vedevano in citt,
Erd lamentava la difficolt e l'assurdit di allestire uno spettacolo
teatrale mentre si addestravano dei ragazzi alla guerra.
Il topografo inizi a insistere perch usasse lo spettacolo come
scusa per fare del bene: ad esempio chiedere l'aiuto degli uomini
del Munkaszolglat, cui avrebbe giovato trascorrere qualche
ora serale nell'aula magna della scuola, in relativa calma e
sicurezza. In particolare accenn all'esperienza di Andrs come
scenografo e alle doti letterarie di Mendel. Il capitano Erd,
un vecchio liberale, era ansioso di fare il possibile per alleviare
le condizioni dei lavoratori; oltre a quello di Andrs e Mendel,
richiese l'aiuto di altri sei uomini della compagnia 79, fra cui
Jzsef Hsz per il suo talento pittorico, un sarto, un carpentiere
e un elettricista. Tre sere a settimana, il gruppo andava direttamente
dal cantiere alla scuola allievi ufficiali, dove collaborava
all'allestimento di un piccolo dramma militare all'interno
di uno pi grande. La paga consisteva in una porzione extra di
minestra dalla cucina della scuola.
Nei giorni in cui il topografo non aveva bisogno di loro quando doveva stare in ufficio a fare calcoli, correggere carte
topografiche e scrivere resoconti Andrs e Mendel lavoravano
con gli altri nel cantiere stradale. In quelle occasioni, Kozma li
costringeva a scontare il tempo trascorso con il topografo e le
serate alla scuola allievi ufficiali. Immancabilmente, era a loro
che affibbiava i compiti pi duri. Se avevano bisogno di attrezzi
li faceva sparire, costringendoli a lavorare con le mani avvolte
in qualche straccio. Se la loro squadra doveva trasportare pali
di legno per puntellare i terrapieni sui due lati della strada,
faceva sedere una guardia sul fascio portato da Andrs e Mendel.
Se dovevano trasportare carriole piene di sabbia, toglieva
le ruote costringendoli a trascinare le carriole nel fango. Loro
pagavano quel prezzo senza fiatare. Sapevano che il lavoro con
il topografo e quello alla scuola li avrebbero tenuti vivi quando
fosse arrivato l'inverno.
Andrs e Mendel non presero neanche in considerazione
l'idea di scrivere un giornale per la compagnia 79 della sesta
divisione, naturalmente; anche se ne avessero avuto il tempo,
non riuscivano a convincersi che sarebbe stato sicuro. Solo una
volta nominarono Il binario storto. Era un marted piovoso
di inizio settembre, ed erano con il topografo all'estremo
opposto della strada, a lavorare su un tratto che portava a un
ponte appena ricostruito. Szolomon li aveva lasciati in una
sala di mungitura abbandonata mentre andava a parlare con
il fattore dei suoi porcili troppo vicini al futuro fondo stradale.
Fuori cadeva una pioggerellina continua. Andrs e Mendel
erano seduti su secchi per il latte capovolti e mangiavano
il pane integrale e la ricotta che il topografo aveva procurato
quel mattino.
Non male, come rancio del Munkaszolglat, disse Mendel.
C' stato di peggio.
Non  proprio latte e miele, per. L'abituale espressione
ironica di Mendel era scomparsa. Ci penso ogni giorno, disse.
Avresti potuto essere in Palestina a quest'ora. Invece, grazie
a me, stiamo ammirando le bellezze della campagna ucraina
La vecchia battuta dell'Oca delle nevi.
Grazie a te? disse Andrs.  ridicolo, lo sai.
Mica tanto, rispose Mendel, corrugando le sopracciglia ad
antenna di falena. L'oca delle nevi  stata opera mia. Idem
La mosca mordace. Il binario storto  venuto ovviamente
di conseguenza. Sono stato io a scrivere il primo articolo. E
sono stato io a suggerire di usare il giornale per far arrabbiare
gli uomini e fargli rallentare le manovre.
Questo cosa c'entra?
Continuo a pensarci, Andrs. Forse si sono insospettiti su
Varsdi perch noi facevamo partire i treni in ritardo. Forse
abbiamo rallentato le operazioni quel tanto che bastava a metterli
sul chi va l.
Se i treni partivano in ritardo, era perch i responsabili
dell'operazione erano troppo avidi per farli partire in orario.
Non puoi prendertela con te stesso.
Non far finta che non ci sia un collegamento, disse Mendel.
Mica  colpa tua se ci ritroviamo qui. Siamo in piena guerra,
se non te ne fossi accorto.
Non riesco a non pensare che forse abbiamo esagerato. Non
ci dormo la notte, a essere sincero. Non posso fare a meno di
credere che sia colpa nostra.
Anche Andrs aveva pensato la stessa cosa, sul treno e molte
altre volte da allora. Ma quando ud Mendel pronunciare
quelle parole a voce alta, gli parve che riflettessero una disperazione
nuova, un desiderio che lui non aveva mai concepito
prima. Ecco Mendel che, anche a prezzo di un senso di colpa
terribile e bruciante, insisteva a credere di poter controllare il
proprio destino almeno un po', di avere avuto una qualche influenza
sugli avvenimenti che li avevano trascinati e depositati
sul fronte orientale. Certo, pens Andrs. Certo. Perch un
uomo non dovrebbe sostenere la propria vergognosa colpevolezza,
perch non dovrebbe desiderare la responsabilit di un
disastro, quando l'alternativa sarebbe non sentirsi altro che un
granello di polvere?
Ogni comandante del Munkaszolglat, come Andrs aveva
ormai imparato, possedeva il suo personale assortimento di
nevrosi, il suo corredo di interessi egoistici. Un sistema per
sopravvivere in un campo di lavoro era stabilire le cause che
ne scatenavano l'ira e adeguare il proprio comportamento in
modo da non innescarle. Ma i motivi della rabbia di Kozma
erano delicati e misteriosi, il suo umore volubile, le radici delle
sue nevrosi nascoste nel buio. Che cosa lo rendeva tanto crudele
con il sottotenente Horvth? Perch prendeva a calci il
cane? Dove e come si era procurato la cicatrice che gli divideva
la faccia in due? Nessuno lo sapeva, nemmeno le guardie.
L'ira di Kozma, una volta provocata, era inevitabile. E non
era riservata a chi godeva di privilegi speciali, come Andrs e
Mendel. Qualunque forma di debolezza attirava la sua attenzione.
Chiunque mostrasse segni di stanchezza poteva essere
picchiato o torturato: costretto a stare sull'attenti con due
secchi d'acqua appesi alle braccia spalancate, a fare ginnastica
dopo una giornata di lavoro, a dormire sotto la pioggia. A
met settembre gli uomini cominciarono a morire, nonostante
il clima ancora mite e le premure di Tolnay, il medico della
compagnia. Uno dei pi anziani contrasse un'infezione che
degener in una polmonite letale; un altro mor per collasso
cardiaco mentre lavorava. Gli attacchi di dissenteria andavano
e venivano, a volte portandosi via qualcuno. Spesso non si
curavano le ferite; persino un taglio superficiale poteva causare
la setticemia o l'amputazione di un arto. Tolnay faceva
resoconti frequenti e allarmanti a Kozma, ma un uomo doveva
essere moribondo perch il comandante lo mandasse in infermeria
al villaggio.
Le notti all'orfanotrofio erano costellate di terrori imprevedibili.
Capitava che Kozma alle due del mattino svegliasse tutti
con l'ordine di stare sull'attenti fino all'alba; le guardie li picchiavano
se si addormentavano o cadevano in ginocchio. Oppure,
quando Kozma e Horvth bevevano con qualche ufficiale
nei loro alloggi, chiamavano quattro lavoratori e li costringevano
a un gioco orribile: due salivano in spalla agli altri due e cercavano
di buttarli a terra. Kozma li picchiava con il frustino se la
lotta non era abbastanza accanita. Il gioco terminava quando
uno dei quattro sveniva, finendo al tappeto.
La tortura pi crudele e frequente esercitata dal maggiore,
per, era non distribuire il rancio; sembrava provare gusto al pensiero
che i suoi uomini avevano fame e di essere l'unico a decidere
se potevano mangiare; era come se ci godesse ad averli
alla propria merc, con un bisogno disperato di quello che solo
lui era in grado di offrire. Se non fosse stato per gli extra che
Andrs e Mendel riportavano clandestinamente dai viaggi con
il topografo, la compagnia 79 probabilmente sarebbe morta di
stenti. Di fatto, i pi giovani avevano sempre una fame da lupi.
Neanche la razione completa bastava a ricostituire le energie
perse al lavoro. Gli uomini non capivano come avessero fatto le
altre compagnie del Munkaszolglat a Trka a sopportare quel
semidigiuno per mesi e mesi: che cosa le aveva tenute in vita?
Cominciarono a chiederlo, su e gi per le file degli uomini che
lavoravano lungo la strada: che cosa si faceva, per non morire
di fame? Presto scoprirono che al villaggio prosperava il mercato
nero, e che ci si poteva procurare provviste di ogni genere a
patto di avere qualcosa da barattare. Sembrava un'amara ironia
che una compagnia trasferita per colpa dei traffici illegali dei
suoi superiori fosse ora costretta a servirsi proprio del mercato
nero, ma non esistevano alternative.
Una notte, nel dormitorio, gli uomini della compagnia 79 misero
in comune alcuni oggetti di valore due orologi, qualche
banconota, un accendino d'argento, un coltellino tascabile con
il manico in avorio intarsiato e tennero una riunione sottovoce
per decidere chi avrebbe corso il rischio di andare al villaggio.
I pericoli erano ben noti. Quante volte Horvth aveva ricordato
loro che le guardie avrebbero sparato a qualunque ausiliario
non accompagnato? Torre d'avorio, il moderatore, cominci
esponendo una lista di requisiti: non sarebbe stato scelto nessun
malato; nessuno che avesse pi di quarant'anni o meno di
venti; nessuno che quella settimana fosse reduce dal gioco orribile
di Kozma; nessuno che di recente fosse stato esposto alle
intemperie in cortile; nessuno che avesse figli a casa; nessuno
che fosse sposato. Gli uomini si guardavano, cercando di individuare
chi rimanesse.
Io sono ancora idoneo, disse Mendel. Qualcun altro?
Io, disse un certo Goldfarb, un omone con una criniera
di capelli rossi che sembrava essersi rotto il naso a furia di fare
a botte da piccolo. Era un pasticciere della sesta circoscrizione
di Budapest, uno degli uomini pi benvoluti della compagnia.
Nessun altro? chiese Torre d'avorio.
Andrs conosceva il terzo scampato alla cernita: Jzsef Hsz.
Ma Jzsef si stava pian piano spostando verso la porta del dormitorio,
come se intendesse svignarsela. Un attimo prima che
uscisse, Torre d'avorio lo chiam.
E tu, Hsz?
Mi sa che mi sta venendo la febbre, disse Jzsef.
Gli uomini della compagnia 79, che si sorbivano le sue lagne
da quando era stato arruolato tre mesi prima, non avevano
la pazienza di ascoltare le sue scuse ora. Alcuni lo spinsero di
nuovo nella stanza, piazzandolo in mezzo al cerchio. Segu un
silenzio carico di tensione. Jzsef doveva aver afferrato al volo
come stavano le cose: a nessuno sarebbe dispiaciuto vederlo
rischiare la pelle per il gruppo. Troppo spesso l'ira di Kosma si
era abbattuta sugli altri per colpa dei suoi giochetti da imboscato.
Sembr farsi piccolo piccolo, con le spalle curve.
Non sono bravo a nascondermi, disse. Mi vedrebbero
subito.
 ora che anche tu faccia la tua parte, disse Zilber, l'elettricista
che lavorava con loro alla scuola allievi ufficiali. Horovitz
mica lo senti lamentarsi, e sono settimane ormai che scrocca
roba da mangiare per tutti noi.
Perch dovrebbe lamentarsi? disse Jzsef. Se ne va a
zonzo per la campagna con Szolomon mentre noialtri spaliamo
asfalto.
Te lo ricordi, no, cos' successo all'ultimo assistente di
Szolomon, disse l'elettricista. Non accetterei quel lavoro neanche
se mi dessero una stanza privata e un paio di contadinelle
con le tette come due meloni.
Diversi uomini si dissero dispostissimi a prendere il posto
di Mendel, in quel caso. Mendel assicur che il suo lavoro non
procurava simili vantaggi. Ma Jzsef Hsz non rideva: scrutava
gli uomini in cerchio con espressione sempre pi terrorizzata,
visto che non trovava un alleato. Andrs lo osservava quasi
con simpatia e, dovette ammettere, con una certa colpevole
soddisfazione. Eccolo l, Hsz, a imparare ancora una volta di
non essere immune alle forze che plasmavano la vita dei comuni
mortali. In quell'orfanotrofio ucraino, a nessuno importava
di chi fosse l'erede o che cosa possedesse, e nessuno si lasciava
impressionare dalla sua scura bellezza o dal suo sorriso
asimmetrico. Avevano fame; avevano bisogno di qualcuno che
andasse in citt a cercare da mangiare; lui rispondeva ai requisiti.
Tra un attimo avrebbe dovuto capitolare.
Ma a Jzsef Hsz non piaceva essere messo all'angolo. Con
un tono freddo e ragionevole che mascherava il panico, disse:
Non potete assolutamente scegliere me invece di Horovitz.
E perch? chiese l'elettricista.
Se non fosse per lui, non sareste qua.
Zilber rise, imitato da altri. Allora  stato lui a metterci sul
treno! disse. E stato lui a scatenare la guerra.
No, per quel giornale pieno di articoli sul mercato nero
lo realizzava lui.  colpa sua se Varsdi ha scoperto che tutti
noi sapevamo cosa succedeva.
Andrs non poteva credere a ci che stava accadendo, a ci
che stava sentendo. Gli uomini tacquero per un istante, poi si
misero a discutere. Torre d'avorio li richiam all'ordine. Silenzio,
tutti quanti, sussurr. Se le guardie ci sentono, il
progetto salta.
Chiaro, no? disse Jzsef, guardando gli altri nella luce fioca.
Se non fosse stato per il giornale, forse Varsdi non avrebbe
perso la testa. Lanci un'occhiata ad Andrs, ma non richiam
l'attenzione sul suo ruolo di illustratore; probabilmente,
quell'omissione era un modo di ringraziarlo per i suoi consigli.
Questa  una scemenza grossa come una casa, disse l'elettricista.
Nessuno ci ha sbattuti qua per colpa del Binario storto.
Ci eravamo messi tutti a rallentare l'operazione, e lo facevamo
per i poveracci assegnati a posti come Trka. Forse  per questo
che Varsdi ha avuto paura, quando l'hanno beccato. Ma qualcuno
aveva iniziato a borbottare e a guardare prima Mendel, poi
Andrs. Mendel abbass gli occhi per la vergogna; Jzsef Hsz
non aveva fatto altro che dare voce a ci che lui gi sentiva.
Jzsef, avvertendo che il sentimento generale era cambiato,
ne approfitt subito.
Il giorno che siamo partiti, disse. Lo sapete cos' successo?
Varsdi ha chiamato Horovitz nel suo ufficio. Cosa
voleva, secondo voi? Non certo fare i complimenti al nostro
collega per il suo talento letterario, temo.
Basta, Hsz, intervenne Andrs, facendo un passo verso
di lui.
Qual  il problema, zio? domand Jzsef, ricambiando
lo sguardo minaccioso di Andrs. Sto solo rivelando a tutti
quello che tu hai detto a me.
Che cosa voleva? chiese uno degli uomini.
A sentire il nostro Lvi, voleva gli originali e i clich del
Binario storto. Era cos disperato che gli ha puntato contro
una pistola, ai nostri condirettori. Sono sicuro che ci arriviamo
tutti, viste le circostanze, a capire come mai Horovitz ha messo
nella merda il direttore del Giornale degli ebrei ungheresi
che lo aveva aiutato a stampare le copie. In ogni caso, un'ora e
mezzo dopo ci hanno caricati sul treno.
Gli altri fissavano Mendel, il quale non aveva smentito una
sola parola di Jzsef. L'unico desiderio di Andrs era avventarsi
su Hsz e picchiarlo, buttarlo a terra; a fermarlo fu soltanto
la consapevolezza che una rissa avrebbe richiamato le guardie.
Ascoltatemi, disse Torre d'avorio. Qui non si tratta del
Binario storto e neanche di un processo. Non siamo qua per
decidere di chi  la colpa se ci hanno mandati via. Abbiamo fame
e dobbiamo procurarci della roba da mangiare, se qualcuno
 disposto a farlo. Forse era meglio se tiravamo a sorte.
Gli uomini borbottavano, scuotevano la testa: ormai non
avrebbero lasciato decidere al caso.
Fatemi andare al villaggio da solo, disse Mendel, gli occhi
negli occhi di Torre d'avorio. Sono veloce, lo sapete. Da
solo, vado e torno in un baleno.
Torre d'avorio protest. Erano in cinquanta e avevano tutti
fame; la speranza era che il carico acquistato al mercato nero
fosse troppo pesante per un'unica persona.
Gli altri guardarono Goldfarb, Jzsef Hsz e infine Andrs.
Era sottinteso che lui e Mendel erano una squadra; se facevano
una cosa, la facevano insieme. Nella luce fioca del dormitorio
parve addensarsi un senso di attesa. Andrs cerc lo sguardo
di Mendel, pronto a offrirsi volontario, ma l'amico scosse impercettibilmente
la testa. Stanne fuori.
Pass un altro lungo momento di silenzio prima che qualcuno
parlasse. Jzsef, in piedi, teneva le braccia conserte, sicuro
che il suo discorso avrebbe avuto l'esito desiderato. Infine fu
Goldfarb a fare un passo avanti. Vado io, disse. Non sar
la prima e ultima volta che ci tocca fare questa cosa. La prossima
vanno Lvi e Hsz, sempre che non ci venga voglia di scaricare
la colpa su qualcun altro.
La compagnia 79 ricominci a respirare. La decisione era presa:
sarebbero andati Horovitz e Goldfarb. Avevano gi perso
abbastanza tempo; la notte avanzava veloce e bisognava partire
subito. Mendel e il suo compagno si riempirono le tasche dei pantaloni
con gli oggetti preziosi raccolti, si imbacuccarono contro
il freddo e scivolarono fuori, nel buio. Gli altri tornarono alle
brande, in attesa: tutti eccetto Andrs Lvi e Jzsef Hsz, che
stavano litigando, sottovoce, nella latrina. Prima che Jzsef si
coricasse, Andrs lo aveva afferrato per il colletto, trascinato in
bagno tra i minuscoli water e lavandini e spinto contro il muro,
torcendogli il colletto fino a vederlo boccheggiare.
Smettila, ansim Jzsef. Lasciami andare.
La smetto quando mi pare e piace, verme egoista!
Non ho detto niente che non fosse vero, ribatt Jzsef,
strappandosi dal colletto la mano di Andrs. Tu hai pubblicato
quel giornaletto insieme a Horovitz. Sei colpevole quanto
lui. Avrei potuto farlo notare, e invece no.
E cosa dovrei fare? Ringraziarti? Baciarti quella mano lurida?
Non me ne importa niente di cosa fai. Va' pure all'inferno,
zio.
Avevi ragione, l'altra notte, disse Andrs. Non sei tagliato
per un campo di lavoro. Ti uccider, e spero non ci voglia molto.
Non ne sarei cos sicuro, disse Jzsef, dedicandogli il suo
sorriso storto. Dopo tutto, adesso sono qua invece che a correre
chiss quali pericoli.
E finalmente Andrs fece quello che moriva dalla voglia di
fare da mesi: caric il pugno e colp Jzsef dritto in faccia, abbastanza
forte da buttarlo a terra. L'altro si sollev sulle ginocchia,
tenendosi la mandibola con una mano, e sput sangue in
uno scarico di metallo. Andrs si sfreg le nocche peste. Si era
aspettato di avvertire quella fitta di rimorso che stemperava
sempre l'odio per Jzsef, ma non accadde. Adesso non sentiva
che rabbia, stanchezza e il desiderio di colpirlo ancora e con
altrettanta violenza. Con un notevole sforzo lo abbandon sul
pavimento della latrina e torn a letto, ad attendere Mendel.
Bisognava percorrere quasi cinque chilometri nell'oscurit
del bosco per arrivare al villaggio; Andrs calcol che ci volesse
un'ora. Dopodich, Mendel e Goldfarb dovevano trovare
un aggancio e negoziare il baratto evitando le ronde notturne,
che sparavano a vista. Se avessero trovato qualcuno disposto
a trattare, e ne fosse valsa la pena, magari ci avrebbero messo
un'altra ora a tornare; forse sarebbero rientrati solo poco prima
della sveglia. Rest sdraiato a immaginare i due uomini che
attraversavano il bosco, le lunghe gambe di Mendel che coprivano
in fretta la distanza, Goldfarb che quasi correva per stargli
dietro. Era una notte chiara, abbastanza fredda da rendere
visibile l'alito davanti alla bocca. C'erano la luna e le stelle; ci
sarebbe stata luce persino nella foresta. Il vento avrebbe agitato
le foglie cadute e nascosto le tracce del loro passaggio. Mendel e
Goldfarb avrebbero visto il bagliore del villaggio gi da lontano,
si sarebbero orientati attraverso gli alberi seguendo quella scia
d'ambra nel cielo. A quest'ora dovevano essere a met strada.
Ma in quel momento Andrs ud un cane abbaiare come un
ossesso fra gli alberi dietro l'orfanotrofio. Conosceva quel suono;
lo conoscevano tutti. Era il cane stizzoso del maggiore
Kozma, il levriero irlandese grigio: loro odiavano lui e lui odiava
loro. Dal bosco arrivarono strepiti e urli. Quasi cascando gi
dalle brande, gli uomini si precipitarono alle finestre. La foresta
era scandagliata dalla luce delle torce, si sentiva il rumore
di rami spezzati; grida inintelligibili si fecero pi vicine, fino
a sciogliersi in un torrente di ingiurie ungheresi. Ombre scure
avanzavano faticosamente verso la luce, apparivano in un lampo
e scomparivano prima che fosse possibile identificarle. Alcune
sagome raggiunsero il muro dell'orfanotrofio e oltrepassarono
i cancelli. Cinque minuti dopo, Kozma in persona url a tutti
di andare in cortile e di mettersi in riga.
Uscirono nel gelo, incespicando, a piedi nudi e senza cappotto.
La luna brillava tanto che sembrava pieno giorno, invece
che notte fonda; le ombre degli uomini si stagliavano contro i
mattoni del muro. Nell'angolo nordoccidentale scoppi un tafferuglio:
guardie, un cane che ringhiava, urla di dolore. Kozma
comand di stare sull'attenti e di guardarlo bene. Si arrampic
su una seggiolina da aula scolastica per vederli tutti. Andrs e
Jzsef erano quasi in prima fila. Faceva freddo in cortile, ad
Andrs pareva di avere sulla nuca la lama di un pattino. Kozma
latr un ordine; due guardie staccarono dall'angolo Lszl
Goldfarb e Mendel Horovitz. Erano tutti e due ricoperti di graffi
sanguinanti, come se fossero inciampati in un intrico di rovi.
La gamba sinistra dei pantaloni di Goldfarb era strappata sotto
il ginocchio. Nel nitore del chiaro di luna i compagni videro i
segni lasciati sulla pelle dai denti del cane. Mendel si stringeva
le braccia al petto. Aveva il volto rigato di sangue e contratto
dal dolore, e il piede destro che si trascinava in una tagliola. I
denti d'acciaio affondavano nello stivale.
Guardate cos'ha trovato Erzsi nel bosco stanotte, disse
Kozma, accarezzando il levriero cos rudemente da strappargli
un guaito. Il sottotenente Horvth  stato tanto gentile da
uscire a vedere cos'era quel caos, e ha scovato questi due bei
tomi in un canale di scolo. Non era quel che pensavamo di prendere
in trappola, eh, Erzsi? Strofin il dorso del cane con la
mano guantata. Poi ordin a Mendel e Goldfarb di spogliarsi
completamente.
Quando Goldfarb mugugn una protesta, Horvth lo zitt
colpendolo col calcio della pistola. I due uomini si tolsero a fatica
i vestiti, sotto le sue urla ininterrotte; Mendel non riusciva
a far passare la gamba destra del pantalone sopra lo stivale
e la tagliola, e rest coi calzoni ammucchiati sui piedi finch
Horvth non li tagli col coltello. Una volta nudi, i due uomini
si strinsero contro il muro, tremando violentemente, le mani
incrociate sull'inguine. Goldfarb osservava i compagni in una
specie di stupore, come se quelle file di uomini facessero parte
di uno spettacolo incomprensibile cui gli era stato ordinato di
assistere. Gli sguardi di Mendel e Andrs si incontrarono per
un solo, straziante momento; Mendel strizz l'occhio all'amico.
Era un gesto di rassicurazione, Andrs lo sapeva, ma gli diede
una stretta di dolore allo stomaco: quell'uomo nudo e sanguinante
era Mendel Horovitz, il suo amico d'infanzia e condirettore,
non un ingegnoso simulacro ideato come nuova tortura
dal Munkaszolglat. Kozma comand a una guardia di bendare
i due con le loro camicie. Ormai Andrs conosceva quella guardia:
era l'ex aiutante di un idraulico, si chiamava Lukcs e la
sera li scortava alla scuola, allungando una sigaretta ogni volta
che poteva. Anche lui aveva un'espressione incredula e spaventata.
Ciononostante, bend gli uomini come gli era stato ordinato.
Goldfarb infil una mano sotto la benda per allentarla un
po'. Per Andrs era insopportabile fissare il capo chino di Mendel,
le braccia scosse dai brividi. Abbass lo sguardo sui piedi
dell'amico, ma vide la tagliola, i denti affondati nello stivale.
Goldfarb era scalzo; aveva incrociato i piedi per scaldarseli. Il
respiro degli uomini ronzava nel silenzio del cortile.
Per molto tempo non successe nulla, tanto da illudere Andrs
che il castigo massimo consistesse in quella fredda, cruda umiliazione.
Presto a Mendel e Goldfarb sarebbe stato dato il permesso
di vestirsi e andare da Tolnay, l'ufficiale medico, che
avrebbe esaminato le loro ferite. Ma in quell'istante accadde
una cosa che Andrs non comprese subito: cinque guardie si
disposero in fila a met strada fra i ranghi della compagnia 79
e i due uomini tremanti contro il muro. Le guardie occuparono
quello spazio come se volessero proteggere, coprire la nudit di
Mendel e Goldfarb agli sguardi dei compagni. Kozma diede un
ordine e le guardie imbracciarono i fucili, premendoseli contro
la spalla e spianandoli sugli uomini bendati. Un mormorio di
incredulit tra le file dei lavoratori; un moto selvaggio di rabbia
e protesta nel petto di Andrs. Poi il rumore dei fucili che
venivano armati.
Da Kozma, una sola parola: Fuoco.
Un'esplosione di polvere da sparo attravers il cortile, rimbalz
sui mattoni e si lev verso il cielo. Dietro una cortina di
fumo, Mendel Horovitz e Lszl Goldfarb si erano accasciati
contro il muro.
Andrs si premette i pugni sugli occhi. Era come se il rumore
dell'esplosione gli riecheggiasse all'infinito in testa. I due uomini
che un attimo prima erano in piedi adesso erano a terra,
con le ginocchia piegate al petto. Erano immobili, bianchi, e
non tremavano pi; non facevano il minimo movimento e stavano
a testa china, uno piegato verso l'altro come per confabulare
in segreto.
Disertori, disse Kozma una volta che il fumo si fu diradato.
Ladri. Avevano le tasche piene di belle cose. Ora siete avvisati:
non seguite il loro esempio. La diserzione  un tradimento.
La pena  la morte. Scese dalla seggiolina, si gir ed entr
nell'orfanotrofio, seguito dal cane e dal sottotenente Horvth.
Non appena la porta si fu chiusa, Andrs corse al muro, si
inginocchi accanto a Mendel, gli mise una mano sul collo, sul
torace. Nessun battito; niente. In cortile, silenzio. Neanche le
guardie si muovevano. Torre d'avorio si fece avanti e si chin
su Lszl Goldfarb; nessuno lo ferm. Poi si alz e sussurr
qualcosa a Lukcs, la guardia. Quando ebbe finito di parlargli,
Lukcs fece un cenno d'assenso e and in fondo al cortile. Si
sfil un anello di chiavi dalla cintura e apr il capanno di legno
dove tenevano i badili. Torre d'avorio ne port fuori uno e inizi
a scavare una fossa vicino al muro. Attraverso la nebbia di
un incubo, Andrs vide altri uomini unirsi a Torre d'avorio
in quel compito incomprensibile. Jzsef era rimasto immobile
in silenzio, a bocca aperta; poi qualcuno gli diede una spinta
sulla schiena e allora anche lui prese un badile e si mise a scavare.
Chiss chi aiut Andrs ad alzarsi. Si ritrov a incespicare
verso il capanno, a prendere il badile che Lukcs gli tendeva,
a piegarsi di fianco a Jzsef. Come in sogno, inclin il badile
verso il suolo e lo piant con tutte le sue forze. Il terreno era
duro, compatto; il contraccolpo della lama risal il manico e gli
si irradi nelle ossa. Cominci a mormorare una serie di parole
in ebraico: Liberaci dal laccio del cacciatore, dalla peste che
distrugge. Coprici con le tue penne, proteggici dalla peste
che vaga nelle tenebre e dallo sterminio che devasta a mezzogiorno.
Tu sei il nostro rifugio. Non ci potr colpire la sventura.
Gli angeli ci custodiscono in tutti i nostri passi, portandoci
sulle loro mani. Sapeva che erano parole ispirate al salmo 91,
quello che si recitava ai funerali. Sapeva di scavare una tomba.
Ma non riusciva a credere che il corpo contro il muro appartenesse
a Mendel Horovitz, non riusciva a credere che l'uomo a
cui voleva bene fin dall'infanzia fosse stato ucciso. Non riusciva
ad afferrare quella realt indiscutibile e stupefacente. Non
riusciva a respirare, non riusciva a pensare. Nella sua testa, il
salmo 91, il lampo e la detonazione degli spari, il rumore dei
badili contro la terra fredda.
...
.
...
CAPITOLO 35.
...
.
...
I tartari in Ungheria.
...
.
...
I due uomini vennero sepolti all'alba. Non ci fu tempo per
la shivah, nemmeno per lavare i corpi. Kozma pensava fosse gi
una gentilezza aver concesso ai lavoratori di seppellire i compagni
caduti. Per rifarsi di quella gentilezza trattenne la loro
razione di minestra per il resto della settimana. I giorni trascorsero
in una specie di silenzio sconvolto, di vibrante incredulit.
Era terribile vedere gli anziani morire di fatica o di malattia;
ma vedere dei giovani morire fucilati era ben altro. Jzsef Hsz
sembrava il pi sconvolto di tutti, come se avesse scoperto di
colpo che qualunque sua azione, qualunque esercizio della sua
volont, poteva avere conseguenze disastrose per un suo simile.
Dopo la prima settimana, durante la quale mangi poco e dorm
anche meno, lasci di sasso i compagni offrendosi volontario
come secondo assistente topografo al posto di Mendel. Ormai
era un lavoro maledetto; nessun altro lo avrebbe accettato. Ma
Jzsef sembrava prenderlo come una specie di penitenza. Durante
i rilievi si trasformava nello schiavo di Andrs. Se c'era
da portare dell'attrezzatura pesante ci pensava lui. Raccoglieva
la legna, preparava il fuoco per i pasti, rinunciava a qualunque
cibo raggranellato dal topografo, il quale, avendo saputo cos'era
successo a Mendel Horovitz e a Lszl Goldfarb, accettava la
servit di Jzsef con quieta solennit. Quella che si era compiuta
era l'ennesima atrocit del Munkaszolglat, di cui adesso
si consumava il secondo atto mediante la tortura emotiva di un
giovane inesperto. Ma Andrs, che aveva vent'anni meno del
topografo ed era ancora capace di restare impietrito di fronte
all'egoismo e alla crudelt degli uomini, rifiutava di perdonare
Jzsef, rifiutava perfino di guardarlo. Ogni volta che attraversava
il suo campo visivo, nella sua mente si srotolava lo stesso
nastro di pensieri. Perch era toccato a Mendel e non a Jzsef?
Perch non c'era Jzsef nel bosco quella sera, perch non aveva
messo lui il piede nella trappola? Perch non potevano pi
scambiarsi di posto? Perch non era Jzsef a essersene andato
per sempre? Andrs pensava di aver gi conosciuto la frustrazione
e l'inutilit; pensava di avere confidenza con il dolore.
Ma quello di adesso era pi lancinante di qualunque frustrazione,
di qualunque dolore gi vissuto. Sembrava riguardare
non solo Mendel ma anche lui in prima persona; non era solo
l'orrore per la morte dell'amico, la realt innegabile della sua
scomparsa, ma anche la consapevolezza che lui e tutti i suoi
compagni avevano raggiunto un altro livello di inferno, che le
loro vite non valevano nulla per i loro superiori, che probabilmente
non avrebbe pi rivisto sua moglie e suo figlio. Jzsef era
colpevole anche di questo, lo aveva portato a quel pericoloso
stato di disperazione. Scopr di poterci convivere e continuare
a provare un rancore cocente verso Jzsef che ce lo aveva condotto.
Quando perlustravano una zona nei pressi di un terreno
minato si scopriva a desiderare che Jzsef fosse inghiottito da
un'assordante vampata di fuoco. Era il minimo che si meritasse.
Per due volte quell'anno prima a Budapest, poi in Ucraina
Jzsef lo aveva tradito a un prezzo straziante. Il fatto che
avesse un legame di sangue con Klra, la persona che Andrs
amava di pi al mondo, era un'altra angoscia; se avesse potuto
cancellare Jzsef dal ricordo di Klra, cancellarlo del tutto dalla
famiglia Hsz, lo avrebbe fatto all'istante. Ma Jzsef rifiutava
testardamente di lasciarsi cancellare. Rifiutava di inciampare
su una mina. Ronzava sempre ai margini del suo campo visivo,
ricordandogli che quanto era accaduto non era un'illusione e
non sarebbe cambiato.
Le serate alla scuola allievi ufficiali non gli davano alcun sollievo.
Lui e Jzsef dovevano lavorare insieme anche l, rispettivamente
come scenografo e direttore artistico. I tartari in Ungheria,
il dramma di Kroly Kisfaludy, era ben noto ad Andrs;
lo aveva studiato fino alla nausea alla scuola di Konyr. Un severo
insegnante gli aveva ficcato bene in testa la storia: prima
di scrivere per il teatro, Kisfaludy aveva combattuto nelle guerre
napoleoniche. Tornato dai campi di battaglia aveva voluto
portare in scena la sua esperienza, ma le ultime guerre erano
troppo recenti; cos aveva fissato lo sguardo sul lontano passato
dell'Ungheria. Andrs aveva scritto un lungo componimento su
Kisfaludy per la licenza di scuola elementare. E adesso era l,
a disegnare le scene dei Tartan in Ungheria in una scuola allievi
ufficiali in Ucraina nel bel mezzo di una guerra mondiale, e il
suo collega era l'uomo responsabile, in una certa misura, della
morte di Mendel Horovitz. Ma non c'era tempo per soffermarsi
su quello spaccato di irrealt. Il capitano Erd, direttore del
progetto, operava in condizioni di estrema urgenza. Il nuovo
ministro della Difesa stava per far visita alla scuola; la prima
del dramma sarebbe stata in suo onore.
Un gioved di inizio ottobre Andrs e Jzsef si ritrovarono
sull'attenti nella cavernosa sala riunioni della scuola mentre
Erd esaminava i loro disegni. Il capitano era alto e pettoruto,
con una corona di capelli a spazzola quasi tutti bianchi. Portava
il pizzetto e ostentava un monocolo, ma la sua aria autoironica
lasciava intendere che era solo una farsa, una mascherata:
si considerava ridicolo e voleva che gli altri partecipassero allo
scherzo. Mentre valutava i disegni, sembrava di sentir parlare
tre o quattro persone anzich una soltanto. Invece degli alberi
dipinti, disse, non si poteva portarne in teatro qualcuno vero
per dare l'idea del bosco? Troppo complicato? Altroch! Chi
aveva tempo o voglia di sradicare alberi? Ma non era importante
ottenere un effetto di realismo? Certo. Alberi veri, dunque;
alberi veri. E tende vere, anche, da usare per l'accampamento.
Bella idea! C'era una marea di tende in giro, non sarebbero costate
un soldo. Quella grotta a grandezza naturale che bisognava
fabbricare con la rete metallica e la cartapesta, non si poteva
costruire in due pezzi per spostarla pi facilmente? Ma certo!
Bastava progettarla per bene, ecco perch aveva preso Jzsef e
Andrs, no? Tutto andava ideato e realizzato con la massima
professionalit. Non aveva una somma enorme a disposizione, ma
la scuola ci teneva a far bella figura con il nuovo ministro della
Difesa. Disse ad Andrs e Jzsef di compilare un elenco del materiale
occorrente: legno, rete metallica, carta di giornale, tela,
tutto quanto. Poi, chinandosi verso di loro, cominci a parlare
in tono diverso.
Ascoltate, ragazzi, disse. Szolomon mi ha raccontato cosa
succede nella vostra compagnia. Quel Kozma  un animale. 
abominevole. Ditemi che cosa posso fare per voi. Qualsiasi cosa.
Avete bisogno di cibo? Vestiario? Avete abbastanza coperte?
Andrs non sapeva da dove cominciare. Di che cosa aveva bisogno
la compagnia 79? Di tutto. Morfina, penicillina, bende, cibo,
coperte, cappotti, stivali, biancheria e pantaloni di lana, e di una
settimana di sonno. Medicinali, riusc a dire. Di tutti i tipi.
Pastiglie di vitamine. E coperte. Vi saremo grati di qualsiasi cosa.
Ma Jzsef ebbe un'altra idea. Potete spedire delle lettere,
vero? chiese. Potreste far sapere alle nostre famiglie che
siamo sani e salvi.
Erd annu lentamente.
E potreste anche ricevere la posta per noi, se la spediscono
alla vostra attenzione.
S, ma  pericoloso. Quello che proponete  contro le regole,
naturalmente, e passa tutto attraverso la censura. Dovrete
assicurarvi che le vostre famiglie lo capiscano. Basterebbe una
lettera sbagliata a comprometterci tutti.
Glielo faremo capire, disse Jzsef. E poi: Potete procurarci
penne e inchiostro? E della carta da lettere?
Certo. Non sar difficile.
Se portiamo le lettere domani, potreste spedirle con la posta
del giorno dopo?
Erd assent di nuovo con un grave e risoluto cenno del capo.
S, ragazzi, promise. Lo far.
Quella notte, mentre la guardia di nome Lukcs li scortava
di nuovo all'orfanotrofio insieme agli altri che erano stati assegnati
all'allestimento dello spettacolo, Andrs fu costretto a
riconoscere che Jzsef aveva avuto una buona idea. Gli girava la
testa al pensiero di quello che avrebbe potuto scrivere a Klra
quella sera. Ormai saprai perch non sono tornato a casa alla
vigilia della nostra partenza: sono stato rapito con il resto della
compagnia e deportato in Ucraina. Da quando ci troviamo qui
siamo stati ridotti alla fame, picchiati, stremati dal lavoro, lasciati
morire di malattia o uccisi a bruciapelo. Mendel Horowitz
 morto. E morto nudo e bendato davanti a un plotone di esecuzione,
grazie anche a tuo nipote. Mentre io non riesco quasi
a capire se sono vivo o morto.
Nulla di tutto questo poteva essere scritto, ovviamente; la
verit non avrebbe mai passato la censura. Ma poteva implorare
Klra di andare in Palestina, trovare il modo di inserirlo nella
lettera, pur dovendo scrivere in codice. Osava perfino sperare
che fosse gi in Palestina, che Elza Hsz rispondesse annunciandogli
che Klra e Tams avevano disceso il Danubio con
Tibor, Ilana e dm e attraversato il Mar Nero, superato il Bosforo
proprio come nei piani, che si erano stabiliti in Palestina
dove lei e Tams erano relativamente al sicuro dalla guerra. Se
avesse saputo che lo stavano per trasferire in Ucraina, Andrs
l'avrebbe supplicata di partire. Le avrebbe chiesto di mettere
su un piatto della bilancia la propria vita e quella di Tams
e sull'altro la sua, e l'avrebbe portata a capire cosa fare. Ma
lui non c'era, non poteva persuaderla. Lo avevano deportato e
l'incertezza della situazione probabilmente l'aveva convinta a
restare, l'amore che provava per lui era un'insidia, una trappola,
e non l'avrebbe salvata.
Cara K, scrisse quella sera, io e tuo nipote ti mandiamo
i saluti dalla citt di T. Scrivo nella speranza che questa lettera
non ti raggiunga a Budapest e che tu sia gi partita per il paese.
Se hai rimandato il viaggio ti prego di non attendere oltre
per causa mia. Devi andare appena si presenta l'occasione. Io
sto bene, ma starei meglio se sapessi che stai procedendo con
i nostri progetti. E poi la terribile notizia: Devo dirti che il
nostro amico M. H.  stato costretto a partire un mese fa per
Lachaise. Si riferiva al cimitero di Parigi. Klra avrebbe capito?
Puoi immaginare come mi sento. Tu e Tams mi mancate
da morire, penso a voi giorno e notte. Scriver di nuovo appena
possibile. Con amore, tuo A..
Pieg la lettera, la nascose nella tasca interna della giacca e
l'indomani la consegn a Erd'. Non c'era modo di sapere se e
come avrebbe raggiunto Klra, ma il pensiero che forse le sarebbe
arrivata fu la prima consolazione che ricordasse di aver
avuto negli ultimi tempi.
Se Andrs si era stupito quando i giovani allievi ufficiali, ovvero
la sua squadra di tecnici, avevano accettato di obbedirgli
con rispetto e deferenza, la sensazione si dissolse presto. Dopo
qualche settimana di servizio serale presso la scuola, divent
normale aggirarsi fra quei ragazzi come una sorta di caposquadra,
controllando che seguissero le istruzioni. Tra loro c'era
poca coscienza delle disparit, poca formalit. Allievi ufficiali
e lavoratori ausiliari si chiamavano per nome, poi passarono ai
diminutivi: Sanyi, Jzska, Bandi. Non potevano mangiare insieme
alla mensa, ma spesso all'ora di cena i tecnici uscivano
dalla porta di servizio della cucina e portavano cibo per tutti.
Mangiavano insieme sul palco, a gambe incrociate, fra i progetti
dell'allestimento e i fondali semidipinti. Andrs e Jzsef,
bench impegnati in una muta lotta, misero su qualche chilo
mentre portavano avanti il lavoro. Aspettavano la risposta alle
loro lettere sperando, ogni volta che Erd entrava in sala riunioni,
che li chiamasse in ufficio e tirasse fuori una busta dal
taschino. Ma le settimane si trascinavano e non arrivava nessuna
risposta. Erd li esortava alla pazienza; il servizio postale,
famigerato per la sua lentezza, era ancora pi lento quando la
corrispondenza doveva attraversare il confine.
Mentre il giorno del debutto si avvicinava senza che arrivasse
una risposta, Andrs cominci a impazzire dalla preoccupazione.
Era sicuro che Klra, Gyrgy ed Elza fossero stati arrestati
e buttati in prigione, che Tams fosse stato affidato a estranei.
Klra sarebbe stata processata, condannata e uccisa. E lui era
intrappolato l in Ucraina, dove non poteva fare niente, niente;
e una volta terminato l'impegno alla scuola avrebbe perso i
contatti con Erd, e quindi la possibilit di inviare o ricevere
notizie da casa.
Il 29 ottobre arriv a Trka il nuovo ministro della Difesa
ungherese. Ci sarebbe stato un corteo ufficiale nel villaggio.
Vi avrebbero presenziato tutte le compagnie di stanza nei dintorni.
Quel mattino il maggiore Kozma scort gli uomini della
settantanovesima fino alla piazza centrale del paese e li dispose
sull'attenti lungo il lato ovest. Avevano ricevuto l'ordine di lavare
e rammendare le uniformi strappate in preparazione della
visita del generale Vilmos Nagy; li avevano provvisti di filo e
toppe. Si erano arrangiati come potevano, ma continuavano a
sembrare spaventapasseri. Il lavoro in strada aveva distrutto le
giacche e i pantaloni. Avevano elemosinato qualche abito civile
dagli straccivendoli al mercato nero, ma non possedevano uniformi
di ricambio per quelle strappate; l'esercito non forniva
pi il vestiario ai lavoratori del Munkaszolglat. Andrs aveva
osservato il disfacimento della sua uniforme durante il periodo
alla scuola. La giacca e i pantaloni assomigliavano sempre pi
a un costume da vagabondo in confronto alle divise inamidate
dei giovani ufficiali.
Scorse dal lato opposto della piazza la posa eretta e l'ammiccante
monocolo di Erd, alla testa di una compagnia di allievi
tirati a lucido. I suoi bottoni mandavano lampi dorati nella luce
del mattino. Quello era un momento topico per lui. Era contento
del lavoro di Andrs e Jzsef. Quando avevano montato le
scene e gli sfondi per la prova generale li aveva lodati con tale
entusiasmo che gli era scoppiato un capillare nell'occhio sinistro.
La prova generale era stata perfetta salvo per qualche battuta
dimenticata, ma ormai era tutto a posto. Le scene, i costumi,
addirittura un maestoso sipario di tela dipinta in rosso e oro
aspettavano pronti l'arrivo del ministro. Lo spettacolo avrebbe
debuttato quella sera.
Il corteo automobilistico fu preceduto dalla banda degli allievi
ufficiali: alcuni zelantissimi trombettieri, un flemmatico
trombonista, un grasso flautista, un rubizzo tamburino. Li
seguivano due carri armati che sventolavano la bandiera ungherese,
una fila di poliziotti militari in motocicletta e infine il
generale Vilmos Nagybaczoni Nagy su una macchina scoperta,
una Lada nera lucida con gli pneumatici bordati di bianco.
Il generale era pi giovane di quanto Andrs aveva immaginato,
non aveva ancora i capelli grigi ed era nel pieno di una
vigorosa mezza et. La sua uniforme brulicava di decorazioni
di ogni forma e colore, compresa la croce turchese e oro che
rappresentava la massima onorificenza della Honvdsg per il
coraggio in battaglia. Aveva al fianco un ragazzo con indosso
un'uniforme meno splendida, forse un aiutante o un segretario.
Ogni tanto distoglieva gli occhi dagli uomini schierati per
bisbigliargli qualcosa all'orecchio, mentre il giovane ufficiale
prendeva furiosamente appunti su un blocco da stenografo. Lo
sguardo del generale sembr soffermarsi soprattutto sulle compagnie
del Munkaszolglat. Andrs non os guardarlo in faccia,
ma sent gli occhi di Nagy scorrere su di lui mentre il corteo
transitava. Il generale chin la testa parlando all'aiutante, che
cominci a prendere appunti. Quando il corteo termin il giro
della piazza la banda si stacc e le auto si allontanarono rombando
in direzione della scuola.
Quando Jzsef e Andrs arrivarono nella sala riunioni per gli
ultimi preparativi, trovarono tutto a soqquadro. Le scene erano
state spinte da parte per consentire al primo ufficiale dell'accademia
di tenere il discorso di benvenuto, col risultato che si erano
strappati due fondali e si era schiacciato un lato della grotta
di cartapesta. Erd marciava da un capo all'altro del palcoscenico
in preda al panico e allo sgomento, dichiarando a gran voce
che non avrebbero fatto in tempo a riparare i danni, mentre
Andrs, Jzsef e gli altri correvano a riaggiustare tutto. Andrs
rattopp la grotta con un secchio di colla e un po' di carta da
pacchi; Jzsef rammend una rovina romana con un rotolo di
nastro adesivo telato. Gli altri uomini riallinearono e riappesero
il secondo fondale strappato. Finita la cena era tutto in ordine.
Gli attori arrivarono per indossare i costumi da tartari e
magiari e praticare gli esercizi vocali. Limavano, bisbigliavano
e borbottavano le battute dietro le quinte dandosi importanza
come gli attori del Sarah-Bernhardt.
Alle otto e mezzo la sala riunioni si riemp di allievi ufficiali.
C'era un'ansiosa festosit nel loro vocio, un crescente borbottio
di attesa. Andrs trov un angolo in penombra dietro le quinte da
cui avrebbe potuto assistere ai discorsi e allo spettacolo. Intravide
il marziale scintillio della giacca mentre il generale guadagnava
il corridoio principale e prendeva posto nella prima fila di
panche. Il primo ufficiale della scuola sal sul palco e attacc il
suo discorso, un retorico pas de deux fra ossequio e ampollosit,
punteggiato da gesti che Andrs riconobbe dai cinegiornali su
Hitler: il pugno picchiato sul podio come un martello, l'indice
che s'impennava verso l'alto, il palmo da direttore d'orchestra.
Quel discorso trombonesco gli valse sei secondi di obbedienti
applausi dagli allievi. Ma quando il generale Nagy si alz per
montare sul palco, gli uomini balzarono in piedi con un ruggito.
Lui li aveva scelti, li aveva onorati con la prima tappa del suo
giro europeo; poi sarebbe partito direttamente per il quartier
generale di Hitler a Vinnycja. Alz una mano per ringraziarli,
e loro si rimisero seduti e tacquero con trepidazione.
Soldati, cominci il generale. Ragazzi. Non far un
lungo discorso. Non star qui a ripetervi che la guerra  una
cosa terribile. Siete lontani da casa, dalla famiglia e andrete
ancora pi lontano prima di tornarci. Siete tutti ragazzi coraggiosi
Vilmos Nagy non aveva la prosopopea n il fervore
drammatico del comandante della scuola; parlava con le vocali
tonde di un contadino dell'hajdu, aggrappandosi al podio con
le manone rosse. Vi parler francamente, disse. I sovietici
sono pi forti del previsto. Siete qui perch non abbiamo
preso la Russia in primavera. Molti dei vostri commilitoni sono
gi morti. Qui vi addestrano a guidare altri uomini in battaglia.
Ma voi siete magiari, ragazzi miei. Siete sopravvissuti a
mille anni di battaglie. Nessun nemico pu eguagliarvi. Nessun
avversario pu sconfiggervi. Voi avete ucciso i tartari a
Pest. Avete sgominato ottantamila turchi al castello di Eger.
Siete i guerrieri e i condottieri pi capaci.
Gli allievi ufficiali scatenarono una salva di acclamazioni;
il generale aspett che il rumore si smorzasse: Ricordate,
continu, che state combattendo per l'Ungheria. Per
l'Ungheria e non per altri. I tedeschi saranno anche nostri alleati,
ma non sono i nostri padroni. I loro sistemi non sono i
nostri. I magiari non sono una popolazione ariana. I tedeschi
ci considerano un paese arretrato. Abbiamo sangue barbaro,
idee primitive. Rifiutiamo di abbracciare il totalitarismo. Noi
non deporteremo i nostri ebrei o i nostri zingari. Ci teniamo
stretto il nostro strano idioma. Combattiamo per vincere,
non per morire.
Un altro urr dalla platea, stavolta pi esitante. Ai giovani
allievi ufficiali era stato insegnato a venerare l'autorit tedesca
senza riserve; a parlare dell'importantissimo e onnipotente alleato
dell'Ungheria con rispetto incondizionato.
Ricordate quanto  accaduto la scorsa estate sulle rive del
Don, disse Nagy. Le dieci divisioni del generale Jny erano
dislocate per un centinaio di chilometri fra Voronez e Pavlovsk.
Il feldmaresciallo generale Von Weichs pretendeva che contenessimo
i russi sulla riva orientale soltanto con quelle dieci divisioni.
Ma sapete gi com' andata: i nostri carri armati non
potevano difendersi dai T-34 sovietici. Avevamo poche armi.
La nostra catena di approvvigionamenti non ha retto. I nostri
uomini stavano morendo. Pertanto Jny ha ritirato le divisioni
e le ha disposte in posizione difensiva. Ha capito la situazione
e preso una decisione che ha salvato la vita a migliaia di uomini.
Per questo Von Weichs e il generale Haider lo hanno tacciato
di codardia! Forse ci avrebbero ammirato di pi se avessimo
condotto al massacro quaranta o sessantamila uomini, anzich
ventimila soltanto. Forse avrebbero gradito vederci spargere
fino all'ultima goccia del nostro sangue barbaro Tacque e
scrut gli spettatori silenziosi, sembr incontrarne gli sguardi
al buio. La Germania  nostra alleata. La sua vittoria ci rafforzer.
Ma non crediate che la Germania abbia altri obiettivi
oltre alla sopravvivenza del Reich. Il nostro obiettivo  la sopravvivenza
dell'Ungheria, e con ci intendo la salvaguardia
non solo della sovranit sui nostri territori, ma anche della vita
dei nostri giovani.
Gli uomini erano sprofondati in un silenzio estasiato. Nessuno
applaud, aspettavano esclusivamente che Nagy continuasse.
Avevano sentito raccontare la verit cos di rado, pens Andrs,
che erano ammutoliti.
Voi siete stati addestrati a combattere con intelligenza e a
contenere le perdite, continu Nagy. Vogliamo riportarvi a
casa vivi.  cos che vi vogliamo quando la guerra sar finita
Tacque e fece un sospiro profondo; le sue mani ora tremavano,
come se lo sforzo di pronunciare quel discorso lo avesse stremato.
Guard fra le quinte del palcoscenico, nell'oscurit da dove
Andrs lo osservava. Pos gli occhi su di lui per un lungo istante
e poi torn a guardare la platea di giovani. Un'ultima cosa, disse. Rispettate i lavoratori ausiliari. Si stanno sporcando
le mani per voi. Sono vostri fratelli in questa guerra. Alcuni ufficiali
hanno deciso di trattarli come cani, ma bisogna cambiare.
Siate buoni, vi dico. Portate il dovuto rispetto. Chin la
testa come se fosse assorto in un pensiero, poi scroll le spalle.
Ho finito, disse. Siete soldati in gamba, coraggiosi. Grazie
per il vostro lavoro.
Scese dal podio accompagnato da un applauso lugubre e
frastornato. Nessuno sembrava sapere cosa pensare del nuovo
ministro della Difesa; aveva detto cose che non era il caso di
pronunciare in pubblico, certamente non in una scuola allievi
ufficiali. Ma non ci fu occasione di reagire. Lo spettacolo
stava per avere inizio. I magiari si riunirono sul palco per la
prima scena, i lavoratori trascinarono al loro posto le rovine
romane e calarono un fondale che raffigurava una distesa di
cielo azzurro sopra le colline verde muschio di Buda. Quando
issarono il sipario una cascata di luce inond il palco, illuminando
i marziali ungheresi nella loro armatura dipinta. Il
capo trib magiaro sguain la spada e la sollev in alto. Poi,
poco prima che pronunciasse la battuta, l'aria ruppe in un
profondo lamento. Un pianto di dolore riverber nella sala.
Andrs conosceva quel suono: era l'allarme antiaereo. Avevano
tutti partecipato alle esercitazioni, sia l sia all'orfanotrofio.
Ma nessuna esercitazione era in programma per quella sera,
n faceva parte dello spettacolo. Stava succedendo davvero.
Stavano per essere bombardati.
Il pubblico si alz di scatto e cominci ad accalcarsi alle uscite.
Un gruppo di ufficiali circond Nagy, che perse il cappello
nella ressa e si copr la testa nuda guardandosi intorno mentre
i suoi uomini lo spingevano verso una porta laterale. Gli
attori abbandonarono il palco lasciando cadere le armi di cartone
e sciamarono verso una scala in fondo alla sala riunioni.
Andrs, Jzsef e gli altri lavoratori li seguirono per una rampa
che portava a un rifugio sotto l'edificio. Si trattava di un
alveare di stanze in cemento collegate da corridoi bassi. S'intrufolarono
in un vano buio all'angolo di un corridoio, dove
si riversarono altri allievi ufficiali. In alto ululavano le sirene
dell'allarme antiaereo.
Quando vennero sganciate le prime bombe il rifugio trem
come se la luna fosse caduta dalla propria orbita schiantandosi
sopra le loro teste. Dal soffitto scese una pioggia di polvere
di cemento e le lampadine sfarfallarono nelle gabbie di protezione.
Qualcuno imprec. Altri chiusero gli occhi come per
pregare. Jzsef chiese una sigaretta a un allievo ufficiale e si
mise a fumare.
Spegnila, bisbigli Andrs. Se c' una perdita di gas
andiamo tutti all'altro mondo.
Se devo morire, morir fumando, disse Jzsef.
Andrs scosse la testa. Accanto a lui Jzsef esal dalle narici
una nuvola complessa e lussureggiante, come se intendesse
prendersela comoda. Ma quando un'altra violenta esplosione
lo scaravent contro Andrs la sigaretta gli cadde. Le fondamenta
furono percorse da una serie di scossoni simili a piccoli
terremoti; era il fuoco della contraerea, il sistema d'artiglieria
situato nei pressi della sala riunioni. I vetri esplosero sopra
di loro e flebili grida raggiunsero gli uomini dalle pareti
del rifugio.
Attenti! ordin uno degli ufficiali. Si misero sull'attenti.
Ci volle un po' di concentrazione, l nel buio tremulo; rimasero
impettiti finch non caddero le altre bombe. Mentre le fondamenta
tremavano Andrs pens al carico di materiali edili sopra
la sua testa: le pesanti travi, i solai, le pareti, le tonnellate
di cemento e mattoni, i puntoni e l'orditura del tetto, le migliaia
e migliaia di tegole in ardesia. Pens a tutti quei materiali
che precipitavano sull'architettura del suo corpo. Pelle fragile,
muscoli fragili, ossa fragili, le ingegnose strutture degli organi,
l'intricata disposizione delle cellule: tutte cose che Tibor gli
aveva mostrato sul libro di anatomia di Klra un secolo prima
a Parigi. A un tratto gli manc il respiro. Un'altra detonazione
li scaravent di lato, sul soffitto si disegn una crepa.
Poi ci fu una pausa. Gli uomini rimasero muti, in attesa. La
contraerea doveva aver fatto centro, oppure gli artiglieri stavano
aspettando la prossima ondata di aeroplani. Il peggio era
proprio quello: non sapere quando il bombardamento sarebbe
ripreso. Le labbra di Jzsef bisbigliavano una formula incantatoria.
Andrs si chin verso di lui, chiedendosi quale salmo
o preghiera gli avesse infuso quell'espressione cos tranquilla;
quando le parole si risolsero in un verso intelligibile, scoppi
quasi a ridere. Era una canzone di Cole Porter che Jzsef metteva
sempre sul grammofono alle sue feste. I'm with you once
more under the stars | And down by the shore an orchestra's
playing! And even the palms seem to be swaying | When they
begin the beguine. La quiete fu di nuovo rotta dallo staccato
della contraerea, seguito dall'accordo percussivo delle esplosioni,
come se un trio di bombe avesse colpito all'unisono. Gli
uomini caddero in ginocchio e le luci si spensero. Jzsef emise
un verso animalesco di panico. Dunque sarebbe successo cos,
pens Andrs; Jzsef avrebbe ricevuto il castigo l, in una tomba
sotto la sala riunioni degli ufficiali. Sembrava una di quelle
favole in cui i desideri egoisti spesso comportano un prezzo
crudele: Jzsef sarebbe morto, ma a lui sarebbe toccata la stessa
sorte. Mentre le bombe continuavano a cadere, Jzsef pos la
fronte sulla spalla di Andrs e disse: Mi dispiace, mi dispiace.
Il fumo di sigaretta fra i suoi capelli aveva l'odore delle
sere di Parigi. Per un momento immemore, Andrs gli pos la
mano sulla testa.
A un tratto le luci si riaccesero. Gli uomini si alzarono. Si
spolverarono le uniformi e finsero di non essersi mai aggrappati
al braccio dei compagni, di non aver mai affondato il viso
sul loro petto, pregando, piangendo e chiedendo perdono. Si
guardarono intorno come a ribadire che nessuno di loro aveva
avuto davvero paura. La terra era tornata immobile; i bombardamenti
erano cessati. Sopra, tutto taceva.
Va bene, disse l'ufficiale che aveva ordinato l'attenti.
Aspettate il via libera.
Pass molto tempo prima che giungesse il segnale. Quando
finalmente lo sentirono nei corridoi si form una ressa, una
folla di uomini che parlavano con voce inebetita dallo choc.
Nessuno sapeva cosa avrebbero trovato all'uscita dal rifugio.
Andrs pens al campo di lavoro dove avrebbero dovuto alloggiare
quando erano arrivati a Trka: la fossa comune, la
terra buttata dentro come una coperta fradicia. Lui e Jzsef
s'infilarono a spallate dentro un fiume di uomini che tornavano
verso le scale. L'aria nel bunker sembrava consumata,
priva di ossigeno.
C'era una strozzatura ai piedi delle scale. Mentre Andrs si
trascinava da quella parte qualcuno lo urt e gli cacci in mano
qualcosa. Era Erd, il viso rosso e bagnato, senza monocolo.
Mi era passato di mente, gli disse all'orecchio. Ero tutto
preso dallo spettacolo. Sarei potuto morire senza mai consegnartela,
oppure saresti potuto morire tu senza mai riceverla.
Andrs abbass gli occhi per vedere quel che aveva in mano.
Era un foglio piegato e avvolto in un fazzoletto.
Non ce la faceva ad aspettare. Doveva guardare. Schiuse un
lembo del fazzoletto e riconobbe la calligrafia di Klra su una
sottile busta azzurra. Il suo cuore sobbalz.
Nascondila, disse Erd, e Andrs obbed.
Tornato all'orfanotrofio, avrebbe voluto stare solo, trovare
un angolino dove leggere la lettera di Klra. Ma gli uomini della
compagnia 79 accolsero lui e gli altri con una raffica di domande.
Che cosa era successo? Avevano visto gli aerei? C'erano state
vittime? Erano rimasti feriti? Che senso aveva un'incursione
aerea cos lontano dal fronte? Le guardie avevano ascoltato la
radio nell'alloggio di Kozma, ma a loro non avevano detto nulla,
ovviamente; il bombardamento era durato cos tanto che li
avevano dati tutti per morti l alla scuola.
I morti c'erano stati, in effetti. Quando erano usciti dalla sala
riunioni le tre pareti che ne restavano erano stati risucchiati
da un fiume di uomini che correva verso un rifugio crollato
sugli allievi ufficiali che si erano accalcati all'interno. Per tre
ore soldati e ausiliari avevano lavorato con le pale e i picconi,
le funi e le jeep, per spostare la massa di legno e cemento che
intrappolava gli uomini. Diciassette erano rimasti uccisi nel
crollo. I feriti erano decine. C'erano vittime anche altrove: la
mensa era stata rasa al suolo prima che i cuochi e gli sguatteri
potessero raggiungere un rifugio: i morti erano undici. Dedussero
che il motivo dell'incursione era stato il generale Vilmos
Nagy; l'NKVD, il Commissariato del popolo per gli affari interni
sovietico, doveva aver ricevuto una spiata sulla sua visita e
le truppe dell'aviazione sovietica erano state incaricate di tentare
l'assassinio con un bombardamento. Ma il generale Nagy
era sopravvissuto. Aveva diretto personalmente i soccorsi alle
vittime del rifugio crollato, con costernazione del suo giovane
aiutante, che era rimasto a sorvegliare la coltre di nubi infuocate
come se da un momento all'altro potesse sbucarne un'altra
orda di Yak-1.
Per tutto quel tempo Andrs aveva tenuto in tasca la lettera
di Klra, senza osare leggerla. Ora finalmente fu libero di arrampicarsi
sulla sua brandina e di provare a decifrarne le frasi
al buio. Jzsef sembrava ansioso quanto lui; sedeva a gambe
incrociate sulla brandina in basso, in attesa di notizie. Andrs
apr piano piano la busta con il rasoio, poi si sistem in modo
da usare il chiaro di luna a mo' di torcia. Tir fuori la lettera e
la apr con mani tremanti.
Budapest, 15 ottobre 1942.
Caro A,
immagina il mio sollievo e quello di tuo fratello quando abbiamo
ricevuto la tua lettera! Abbiamo deciso tutti di rimandare
il viaggio al paese finch non tornerai. Tams sta bene,
mentre io sto come si pu immaginare. I tuoi genitori sono
in buona salute. Salutami per favore mio nipote. Anche i
suoi genitori stanno bene. Quanto alla partenza di M. H. per
Lachaise di cui mi hai scritto, spero di avere capito male. Ti
prego rispondimi presto.
Come sempre, la tua
K.
Abbiamo deciso tutti di rimandare. Proprio come temeva,
anzi peggio. Non solo Klra, ma anche Tibor e Ilana. Avrebbe
fatto lo stesso, ovviamente non avrebbe mai lasciato soli Ilana
e dm a Budapest tre giorni dopo la scomparsa di Tibor tuttavia era triste ed esasperante. In un colpo solo l'esercito
ungherese aveva abbattuto l'intero clan Lvi. Per un traffico
clandestino di scarponi militari e carne in scatola, di munizioni
e pneumatici da fuoristrada, erano rimasti legati a un continente
impegnato a cancellare gli ebrei dalla faccia della terra.
L'orribile verit gli si piant sotto il diaframma impedendogli
di fare un respiro completo. Sporse la mano gi dal letto e pass
la lettera a Jzsef, che reag con una sorda nota di angoscia,
lui che aveva bollato come una stupidaggine il viaggio in Palestina.
Ora, dopo tre mesi in Ucraina, dopo quello che avevano
appena passato alla scuola allievi ufficiali, Jzsef sapeva cosa
significava sentirsi vulnerabili, assaggiare il sale della propria
mortalit. Capiva cosa significasse per Klra e Tams, Tibor,
Ilana e dm restare bloccati a Budapest mentre la guerra li
accerchiava da tutte le parti. Doveva aver capito come si erano
sentiti i suoi genitori sapendo che era stato deportato; dietro
quello stanno bene aveva intuito la verit.
Ma almeno lui e Andrs avevano quella lettera, la prova che
a casa la vita continuava. Andrs poteva sentire la voce di Klra
leggere a voce alta le frasi in codice della lettera; per un attimo
fu come se fosse l, rannicchiata al suo fianco sulla cortissima
brandina. La sua pelle bollente sotto il vestito attillato.
Il profumo nero e caldo dei suoi capelli. La bocca che formava
una serie di parole cifrate e gliele lasciava cadere nell'orecchio
come fresche perle di vetro. Abbiamo deciso di rimandare il
viaggio al paese. Fra un attimo le avrebbe risposto, le avrebbe
raccontato tutto quello che era successo. Poi l'illusione svan e
si ritrov solo sulla brandina. Si gir dall'altra parte e si mise
a fissare il riquadro freddo e fangoso del cortile, dove le orme
dei compagni avevano da tempo oscurato le minuscole impronte
infantili trovate all'arrivo. Al chiaro di luna distingueva i
due tumuli che erano le tombe di Mendel e Goldfarb, l'alto
muro di mattoni alle loro spalle, sormontato dalle fronde degli
alberi, e pi in fondo ancora una rete di stelle contro il vuoto
nero-blu del cielo.
...
.
...
CAPITOLO 36.
...
.
...
Un fal nella neve.
...
.
...
Il giorno dopo l'incursione aerea, i lavori sulla strada
Trka-Skhidnytsya furono temporaneamente interrotti. Tutte le compagnie
del Munkaszolglat presenti in zona vennero mandate
alla scuola allievi ufficiali per riparare i danni. Gli edifici bombardati
andavano ricostruiti, le strade sventrate andavano riparate.
Il generale Vilmos Nagy era ancora l; non avrebbe potuto
proseguire verso Vinnycja e il quartier generale di Hitler
finch non si fosse stabilito che il percorso era sicuro. Il maggiore
Kozma, eccitato dalla sua presenza ma ancora poco informato
sulle sue insolite posizioni politiche, colse quell'occasione
per montare una specie di circo. A sgombrare i mattoni rotti e
le schegge di legno della mensa ufficiali avrebbe dovuto essere
un carro trainato da cavalli, ma c'erano pi carri che cavalli da
bardare; anche le stalle avevano risentito dell'incursione. E cos
Kozma bard i suoi uomini al posto dei cavalli. Otto ausiliari,
tra cui Andrs e Jzsef, furono attaccati ai carichi di detriti con
finimenti di cuoio e costretti a tirarli dalla mensa distrutta al
campo di adunata, che era diventato un deposito per materiali
edili di recupero. Saranno stati non pi di trecento metri, ma
il carro era sempre stracarico. Gli uomini si muovevano in un
lago di cemento a presa rapida. Quando cadevano in ginocchio
esausti, le guardie scendevano da cassetta e li frustavano. Un
gruppo di allievi ufficiali aveva interrotto il lavoro per guardare
lo spettacolo. Fischiavano quando gli uomini crollavano sulle
ginocchia e applaudivano quando Andrs, Jzsef e gli altri si
tiravano faticosamente in piedi e trascinavano il carro per qualche
metro, verso l'area di scarico.
A met mattina il circo aveva fatto parlare di s al punto da
arrivare alle orecchie dello stesso Nagy. Malgrado le proteste
del suo giovane assistente, il generale usc dal bunker in cui aveva
trovato rifugio e raggiunse le rovine della mensa tagliando
per il campo di adunata. Con i pollici agganciati alla cintura, si
ferm a guardare i lavoratori che buttavano macerie sul pianale
del carro e lo trainavano. Poi si spost dal pianale ai finimenti,
passando una mano sulle cinghie di cuoio che legavano gli uomini
alle tirelle. Kozma attravers in fretta e furia ci che restava
della mensa e gli si piazz vicino. Si raddrizz in tutta la
sua statura e port di scatto la mano alla fronte.
Il generale non ricambi il saluto. Perch questi uomini sono
attaccati al carro? gli chiese.
Sono i migliori cavalli che abbiamo, rispose Kozma, e
strizz l'occhio buono.
Nagy si tolse gli occhiali. Li pul a lungo con il fazzoletto, poi
se li rimise e rivolse al maggiore uno sguardo lungo e freddo.
Liberateli, disse. Tutti.
Kozma parve deluso, ma alz una mano per fare segno a una
guardia.
Non lui, intim il generale. Voi.
Quelle parole furono un'iniezione di energia per la fila di uomini
legati, un brivido che Andrs sent arrivargli fino al petto
e alle spalle lungo le cinghie di cuoio.
Subito, maggiore, disse Nagy. Non mi piace ripetere
un ordine.
E Kozma dovette andare da ciascun uomo a tagliare le cinghie
col coltellino tascabile, operazione che lo obblig a stare pi vicino
a loro di quanto fosse mai successo da quando li aveva ai
suoi ordini. Cos vicino da sentirne l'odore, pens Andrs, cos
vicino da correre il rischio di buscarsi la tosse cronica, le pulci.
Le mani del maggiore tremavano mentre brancicava le cinghie
allacciate. Ci mise un quarto d'ora a liberarli tutti e otto. Gli allievi
ufficiali che si erano fermati a guardare erano scomparsi.
Mandate le guardie a prendere delle carriole in magazzino, ordin a Kozma il generale. Agli uomini disse: State qua finch
non arrivano. Poi usatele per portare via le macerie. Rest
a guardare i capisquadra che dividevano gli uomini in gruppi
mentre aspettavano le carriole. Kozma stava in silenzio al fianco
del generale, torcendosi le mani come se volesse scorticarsele.
Nagy sembrava aver dimenticato che la sua vita era in pericolo,
che l'NKVD sapeva della sua presenza al campo. Non dava minimamente
retta all'assistente, che lo invitava con insistenza a
tornare nel bunker. All'ora di pranzo, Nagy e l'assistente scortarono
gli uomini nella mensa nuova, una tenda, per assicurarsi
che ricevessero due etti in pi di pane e dieci grammi extra di
margarina. Il generale si fece portare dall'assistente una panca
nell'area brulla dove gli uomini del servizio di lavoro stavano
mangiando; pranz con loro, facendo domande sulla loro vita
prima della guerra e sui progetti per quando fosse finita. Sulle
prime gli uomini risposero titubanti, incerti se fidarsi o no
di quell'autorit in giacca e decorazioni, ma presto iniziarono a
sciogliersi. Andrs non parlava; si teneva defilato, consapevole
di assistere a qualcosa di straordinario.
Dopo pranzo, il generale ordin che gli uomini della compagnia
79 della sesta divisione fossero spidocchiati, lavati e forniti
di uniformi pulite, disponibili nei magazzini della scuola
allievi ufficiali. Andavano visitati nell'infermeria della scuola,
medicati e curati, e poi assegnati a incarichi che permettessero
loro di recuperare la salute. Erano chiaramente troppo
deboli e malati per i compiti pesanti. Per il resto della giornata,
li mand a lavorare nel caldo afoso della mensa da campo,
dove il cuoco li mise a pelare patate e a tagliare cipolle per il
pasto degli ufficiali.
All'ora di cena gli uomini ricevettero un'altra razione supplementare:
due etti di pane e dieci grammi di margarina in pi. Un
ufficiale che non conoscevano, un uomo alto che assomigliava a
un orso e si present loro come il maggiore Blint, annunci che
l'extra era da considerarsi permanente; il generale aveva ordinato
un cambio di regime alimentare. Per ora avrebbero continuato
a lavorare in mensa invece che tornare al cantiere stradale.
E ci sarebbe stato un secondo cambiamento: Blint in persona
sarebbe stato il loro comandante. Il maggiore Kozma non
avrebbe avuto pi niente a che fare con la compagnia 79 della
sesta divisione, e, per quanto riguardava il generale Nagy, con
nessun'altra compagnia del Munkaszolglat, salvo forse quella
in cui sarebbe stato costretto a lavorare.
Dal loro arrivo a Trka, non c'era stata una sola notte
all'orfanotrofio che si potesse definire di festa. Anche quando
avevano osservato i giorni di Yamim Noraim lo avevano
fatto con triste senso del dovere e nella consapevolezza di essere
lontani da tutto e tutti coloro che amavano. Quella notte
nella camerata, a un'ora in cui normalmente Kozma avrebbe
potuto metterli in riga all'aperto e sull'attenti finch non fossero
caduti in ginocchio, gli uomini si riunirono in una delle
aule di sotto per giocare a carte, cantare canzoni sgangherate
e leggere a voce alta i ritagli di giornale racimolati alla scuola
allievi ufficiali. I sovietici, lesse Torre d'avorio, continuavano
a resistere all'offensiva nazista a Stalingrado mentre la battaglia
entrava nell'undicesima settimana; per le strade della citt
e nei sobborghi settentrionali si continuava a combattere
aspramente e si iniziava a pensare che forse i nazisti sarebbero
rimasti ingabbiati in quella battaglia all'arrivo dell'inverno
russo. Congelino pure! url Torre d'avorio, e si incoron
con un berretto da marinaio che Andrs aveva ricavato da
una pagina pubblicitaria. Poi lo prese per un braccio e gli fece
danzare un ballo contadino. Siamo liberi, miei cari, liberi, cant, facendolo piroettare per la stanza. Non era vero,
naturalmente; Lukcs e i suoi commilitoni montavano ancora
la guardia alla porta, e qualunque membro della compagnia
sarebbe stato ucciso se avesse preso la strada da solo. Ma li
avevano liberati del maggiore Kozma. Come se non bastasse,
erano puliti e spidocchiati. Il generale Nagy era arrivato al
punto di ordinare che i materassi e le coperte fossero portati
fuori, bruciati e immediatamente sostituiti.
Quella notte, nella fragrante comodit di un materasso imbottito
di fieno soffice, Andrs scrisse a Klra.
Cara K,
c' stata una svolta sorprendente. Le nostre condizioni a T.
sono migliorate. Stiamo bene, e ci hanno appena dato uniformi
nuove e un lavoro migliore. Non preoccuparti per noi.
Se ti si crea una nuova opportunit di andare al paese, vai. Io
ti raggiungo il prima possibile. Purtroppo devo confermare
la tua ipotesi su Mendel Horovitz. Per favore, salutami mio
fratello e Ilana. Da' un bacio a Tams da parte mia.
Come sempre,
il tuo devoto
Andrs
Il giorno dopo, mentre serviva il pranzo agli allievi ufficiali
e ai loro superiori, aspett impazientemente che Erd spuntasse
dalla fila. Quando infine lo vide arrivare senza monocolo
e con la faccia scura, ancora addolorato per la perdita dei
Tartari in Ungheria, fra le altre perdite del campo Andrs gli
pass la lettera sotto la gavetta. Senza fargli l'occhiolino n
dargli alcun segnale, Erd' si allontan; Andrs vide un lampo
bianco quando trasfer il messaggio dalla mano alla tasca
dei pantaloni. Finch la posta tra Ucraina e Ungheria avesse
continuato a funzionare, Klra avrebbe saputo che lui stava
bene e voleva che lei partisse per la Palestina, se ne avesse
avuta la possibilit.
Il piano del generale Nagy per rimettere in sesto la compagnia
79 prosegu nella seconda met di novembre. I malati furono
curati in infermeria, e chi era ancora in grado di lavorare
ingrass grazie alle razioni extra. A questo contribu anche
l'incarico in cucina. I cuochi tenevano le scorte di cibo sotto
stretto controllo, ma spesso si riusciva a rimediare una carota,
una patata, o una porzione di minestra in pi. Se Andrs
sentiva la mancanza delle lunghe camminate fino in fondo alla
strada con il topografo, aveva il piacere delle visite settimanali di Szolomon alla scuola allievi ufficiali. Il topografo portava
notizie sulla guerra e, quando poteva, passava di straforo a lui
e Jzsef una ghiottoneria ucraina o qualche indumento caldo.
Un pomeriggio gelido Andrs osserv Jzsef stracciare la carta
che avvolgeva un pacco degli gnocchi detti halusky orecchiette
ed ebbe l'impressione di rivedersi a Parigi, ai tempi
in cui scartava famelico un beigli, un rotolo ai semi di papavero,
mandato dalla vecchia signora Hsz. Che cos'erano adesso,
lui e Jzsef, se non due larve ai confini martoriati di un paese
in guerra, in balia di forze al di l del loro controllo? Tutte le
barriere fra loro, o per lo meno tutte le differenze sociali che
parevano separarli quando vivevano a Parigi, adesso erano non
solo arbitrarie, ma addirittura assurde. Quando Jzsef gli offr
il pacco di halusky, lui lo prese e disse kszonm, grazie. Jzsef
gli lanci un'occhiata di sollievo e sorpresa, una reazione che
confuse Andrs finch non si rese conto che era la prima volta
in cui diceva una parola gentile a Jzsef dalla morte di Mendel.
Strano, pens, che la guerra potesse portarti involontariamente
a perdonare una persona che non lo meritava, cos come poteva
farti uccidere un uomo che non odiavi. Doveva essere l'effetto
anestetico di una situazione estrema, pens, la pozione amara
che ingerivano ogni giorno in Ucraina con la razione di minestra
e pane sabbioso.
Pi tardi, quella settimana, quando si svegliarono gli uomini
trovarono il cortile dell'orfanotrofio appannato da un nembo
grigio-bianco di neve. Le nuvole parevano intenzionate a
disfarsi del proprio carico tutto in una volta, i fiocchi di neve
acceleravano verso terra a grappoli grossi come ghiande. Ecco:
l'inverno che avevano temuto faceva il suo ingresso in pompa
magna; la temperatura era scesa di venti gradi durante la notte.
All'adunata la neve riemp le orecchie, la bocca, il naso. Si infil
nelle fessure tra i cappotti e le sciarpe, si insinu negli occhielli
degli stivali. Il maggiore Blint si piazz nella parte anteriore
del campo e annunci dispiaciuto che erano sollevati dai loro
incarichi alla scuola allievi ufficiali e assegnati allo sgombero
della neve. Le guardie aprirono il capanno e passarono gli
attrezzi agli ausiliari le stesse vanghe a punta che avevano usato
per costruire la strada, non le lame curve e rettangolari che
sarebbero state pi adatte per quel lavoro e li fecero uscire
dall'orfanotrofio, diretti al villaggio, dove avrebbero intrapreso
il compito invernale.
Quel pomeriggio, quando Szolomon trov Andrs e Jzsef
nelle squadre occupate a sgombrare la neve, li inform che era
stato assegnato a un ufficio topografico a Voronez e che sarebbe
partito con un treno militare in giornata. Augur a entrambi
di superare sani e salvi l'inverno, li benedisse e riemp le loro
tasche di una variet di cibi che non vedevano da tempo: carne
e sardine in scatola, vasetti di aringhe in salamoia, sacchetti
di noci, biscotti di segale. Poi, senza una parola d'addio, il loro
reticente tutore e protettore scese in fretta la strada e spar
dietro un velo di neve.
Per tutta la settimana la temperatura continu a scendere,
ben sotto lo zero. Andrs aveva la schiena che gli bruciava a
furia di lavorare e le mani coperte di vesciche. Niente di ci
che aveva fatto nel Munkaszolglat era duro come spalar neve,
giorno dopo giorno, a mano a mano che il freddo aumentava.
Ma era impossibile smettere di sperare quando c'era sempre la
possibilit di ricevere una lettera da Budapest. Ogni volta che
andavano a spalare neve dalle strade intorno alla scuola, Andrs
e Jzsef cercavano il capitano Erd; se aveva posta per loro,
trovava sempre un modo per fargliela scivolare in tasca. All'inizio
di dicembre arriv una lettera di Gyrgy Hsz: il patrimonio
di famiglia si era ulteriormente ridotto, e Gyrgy, Elza e
la vecchia signora Hsz erano stati obbligati ad abbandonare
l'appartamento dagli alti soffitti in Andrssy t e a trasferirsi
da Klra. Andrs e Jzsef per non dovevano preoccuparsi. K
era sana e salva. Stavano tutti bene. Loro dovevano solo pensare
a restare vivi.
La lettera successiva di Klra annunciava che Tibor era stato
richiamato al servizio di lavoro e mandato sul fronte orientale.
Ilana e dm si erano trasferiti in Nefelejcs utca insieme agli
altri. Adesso erano in sette a tirare avanti con i soldi originariamente
destinati al viaggio in Palestina, che l'avvocato inoltrava
a Klra in piccole rate mensili. Andrs cerc di immaginare
la situazione: le stanze luminose dell'appartamento stipate di
tutte le cose che la famiglia Hsz aveva portato da Andrssy
ut, ci che restava di tappeti, armadi e cianfrusaglie della loro
fortuna principesca; Elza Hsz, una tortora luttuosa vestita di
tutto punto, con le ali ripiegate contro i fianchi; Klra e Ilana
che cercavano di tenere i bambini puliti, tranquilli e pasciuti in
mezzo a quella ressa; la madre di Klra stoica e silenziosa in un
angolo; l'odore perpetuo di patate e peperoni; la luce scialba e
bionda di Budapest in inverno, che pioveva indifferente dalle
alte finestre. Nella lettera non c'era nessun riferimento a Mtys,
al quale Andrs pensava costantemente mentre le bufere di neve
scorticavano le colline e i campi ucraini.
A met dicembre arriv un messaggio dalla madre di Jzsef:
Gyrgy era stato ricoverato in ospedale con un bruciore al petto
e la febbre alta. La diagnosi era pericardite, un'infezione della
membrana intorno al cuore. Secondo il medico occorreva una
cura di colchicina, una pericardiocentesi e tre settimane di riposo
in cardiologia. Il costo di quel disastro, quasi cinquemila
peng, minacciava di metterli tutti in mezzo a una strada; Klra
stava cercando di farsi fare un altro bonifico dal suo avvocato.
Jzsef fu depresso e silenzioso per tutto il giorno, dopo aver
ricevuto la lettera. Quella sera all'orfanotrofio non and a letto
alla solita ora. Rest invece alla finestra a fissare il cortile
innevato sotto di lui, stringendosi addosso una coperta grezza
a mo' di vestaglia.
Andrs si gir su un fianco e si sollev su un gomito. Che
c'? chiese. Tuo padre?
Jzsef annu. Detesta essere malato, rispose. Detesta
essere un peso per chicchessia. Gli scoccia da morire saltare un
giorno di lavoro. Si avvolse meglio nella coperta e abbass lo
sguardo sul cortile. Mentre io non ho concluso assolutamente
niente nella vita. Non ho fatto niente di utile per nessuno,
di certo non per i miei genitori. Non sono nemmeno mai stato
innamorato, n amato da qualcuno. Neanche da una di quelle
ragazze a Parigi. N da una a Budapest, se  per questo. Neanche
da Zsfia, che era incinta di mio figlio.
Zsfia  incinta? chiese Andrs.
Non pi. La primavera scorsa. Se ne  sbarazzata, non so
come. Non voleva un figlio pi di quanto lo volessi io, tanto per
dire quanto teneva a me. Jzsef fece un lungo respiro. Non
riesco a immaginarti comprensivo con me, Andrs. Ma  dura
vedersi di colpo con chiarezza. Sicuramente capisci cosa intendo.
Andrs disse che credeva di capire.
So che non hai una grande opinione dei miei quadri, disse Jzsef. Me ne sono accorto quando sei venuto l'anno
scorso, quella volta che tu e Klra avete portato il bambino
a casa mia.
Al contrario, ho pensato che i lavori nuovi erano buoni.
L'ho detto a Klra.
E se cercassi di contattare quel mercante d'arte a Budapest? domand Jzsef, girandosi verso di lui. Di fargli vendere
qualcosa? Ho sempre considerato incompiuti i lavori nuovi,
ma magari qualche collezionista la pensa diversamente. Potrei
chiedere a Papp cosa pu ricavare dalle nove tele pi grandi.
Venderesti dei lavori incompiuti?
Non saprei cos'altro fare, rispose Jzsef, dando le spalle
alla finestra. Per un momento la curva della sua fronte e l'onda
scura dei capelli sembrarono quelli di Klra, e Andrs prov
uno sgradito moto d'affetto per lui. Si risdrai e prese a fissare
la buia distesa del soffitto.
I lavori che ho visto erano buoni, gli disse. Non sembravano
incompiuti. Magari spunti un ottimo prezzo. Ma non
 detto che occorra venderli. Pu darsi che Klra riesca a farsi
mandare i soldi da Vienna.
E anche se ci riesce? disse Jzsef. Secondo te non avranno
bisogno di altri soldi, il mese prossimo? E se uno dei bambini
si ammala, o mia nonna? E se succede qualcosa per cui non
si pu aspettare che Klra contatti l'avvocato? La domanda
rest a lungo sospesa nell'aria mentre riflettevano su quella spaventosa
possibilit.
Che posso dirti? fece Andrs. Secondo me  un'ottima
idea. Se io avessi dei lavori da vendere subito, li venderei.
Dammi la penna, disse Jzsef. Scrivo a mia madre. Poi
a Papp.
Andrs frug alla cieca nello zaino finch non trov la penna
e l'ultima, preziosa boccetta di china avanzata dai progetti delle
scenografie. Usando il davanzale come scrivania e il chiaro di
luna come lampada, Jzsef inizi a scrivere. Dopo un attimo,
per, riprese a parlare nel buio.
Non ho mai dato niente a mio padre, disse. Niente di
niente.
Sapr cosa significa per te vendere quei quadri.
E se muore prima che la mamma riceva questa lettera?
Allora almeno lei sapr che cosa avevi intenzione di fare, disse Andrs. E lo sapr anche Klra.
La mattina dopo si alzarono e spalarono neve, e il giorno dopo
spalarono neve, e il giorno dopo ancora incontrarono il capitano
Erd che faceva marciare per strada gli allievi ufficiali,
e Jzsef riusc a fargli scivolare le lettere in mano. Da allora in
poi continuarono a spalare neve ogni giorno, finch, il 20 dicembre,
il maggiore Blint annunci che dovevano fare i bagagli e
ripulire l'orfanotrofio da cima a fondo; la loro unit si sarebbe
spostata a est l'indomani.
Tanto odiavano l'orfanotrofio, tanto avevano detestato la
branda troppo corta e imprecato quando bisognava chinarsi su
un lavandino per bambini nel gelo di una mattina d'inverno, tanto
erano vissuti nel terrore e nella consapevolezza degli omicidi
perpetrati in quei luoghi l'infanticidio prima del loro arrivo
e l'esecuzione di Mendel Horovitz e Lszl Goldfarb tanto
avevano bramato di lasciare quelle stanze mentre morivano di
fame e venivano picchiati e umiliati, quanto ora provavano una
strana resistenza al pensiero di cedere quel posto ad altri ausiliari,
a un gruppo di sconosciuti. Gli uomini della compagnia
79 erano diventati i guardiani delle tombe di tutti i loro morti,
dei cumuli di terra che segnalavano con le pietre tolte dal
fondo stradale. Avevano tenuto pietre e terreno puliti; avevano
sistemato sassi pi piccoli su quelli pi grossi in omaggio a
chi era stato fucilato oppure era morto di malattia o di troppo
lavoro. Erano diventati i guardiani, anche, dei fantasmi degli
orfani ebrei a Trka; gli uomini della compagnia 79 erano i soli
ad averne visto le orme piccine nei corridoi e in cortile. Avevano
mangiato ai tavoli abbandonati dai bambini, memorizzato
le forme delle lettere in cirillico incise sui banchi scolastici. La
notte erano stati morsi dalle stesse cimici che avevano morso i
bambini e avevano sbattuto le dita dei piedi contro la struttura
del letto esattamente come i bambini. Ora anche loro avrebbero
dovuto abbandonare quei piccoli che erano stati abbandonati
gi tre volte: la prima dai genitori, la seconda dallo Stato
e infine dalla vita. Ma gli uomini della compagnia 79 quelli
sopravvissuti all'inverno avrebbero recitato il kaddish agli orfani
ebrei di Trka ogni agosto per il resto della loro esistenza.
A piedi si spostarono a est, verso il pericolo. Il paesaggio intorno
era identico a quello di Trka: colline cariche di neve,
pini appesantiti, le stoppie cartacee del granturco sparse per i
campi bianchi, distese di mucche che sbuffavano nuvole di fiato
nell'aria gelida. Le citt non erano che manciate di fattorie
sparse fra le pieghe ombrose delle colline. Il vento trapassava i
cappotti e penetrava le ossa. Dovevano acquartierarsi nelle stalle,
insieme ai cavalli da tiro, o dormire sui pavimenti delle case,
senza chiudere occhio tutta la notte per paura dei contadini,
i quali non chiudevano occhio tutta la notte per paura loro. A
volte non c'era nulla, n stalle n villaggi, e dovevano bivaccare
al gelo sotto il cielo illuminato dall'aurora. Di notte la temperatura
crollava a meno venti gradi. Gli uomini accendevano
sempre un fal, ma il fuoco era pericoloso; poteva ipnotizzarti,
impedirti di muoverti, distrarti dal difficile lavoro di rimanere
vivo. Se ti addormentavi accanto al fuoco durante il turno di
guardia notturna, ingannevolmente convinto dal suo calore a
toglierti la coperta dalle spalle, il fal magari si riduceva a cenere
e ti lasciava esposto al freddo. Una mattina Andrs trov
Torre d'avorio cos, le braccia strette intorno alle ginocchia,
il testone chino in avanti come se dormisse. Di fronte aveva il
cerchio nerissimo dove il fuoco si era estinto nella neve, sulle
spalle una spolverata di ghiaccio e brina. Andrs gli mise una
mano sul collo, ma la pelle era fredda e dura come il terreno.
Dovettero portarsi dietro il corpo per tre giorni prima di trovare
un pezzo di terra abbastanza morbida per accoglierlo. Era
accanto a una stalla, e il calore dei cavalli aveva impedito al gelo
di indurire il suolo. Seppellirono Torre d'avorio nel cuore della
notte e incisero nome e data di morte su un lato della stalla.
Ripeterono il salmo 91. A quel punto erano tutti in grado di
recitarlo a memoria.
Il freddo li accompagnava giorno e notte. Neanche nelle stalle
o nelle case dei contadini riuscivano a scaldarsi. Avevano
fabbricato rudimentali muffole con le fodere dei cappotti, ma
erano sottili e dalle cuciture entrava l'aria ghiacciata. I piedi si
congelavano negli stivali rotti. Per fasciarseli, gli uomini facevano
a brandelli le coperte da cavallo, come i contadini ucraini.
Nella loro dieta c'era ben poco in grado di scaldarli, sebbene il
maggiore Blint cercasse di mantenere le razioni nelle dosi prescritte
dal generale Nagy. Ogni tanto i contadini, impietositi,
davano loro qualcosa in pi: un cucchiaio di grasso d'oca per
il pane, un ossobuco, un po' di marmellata. Andrs pensava al
topografo e sperava stesse mangiando anche lui: sperava che
l'esercito gli desse di che nutrirsi, a Voronez.
Di giorno spalavano neve dalle strade, spesso pi lentamente
di quanto cadeva. Le schiene si ingobbirono a furia di lavorare,
le mani si rattrappirono a furia di stringere i badili. Sulle
strade semisgombre passavano camion, jeep, artiglieria, uomini,
carri armati, parti di aeroplani, munizioni. A volte veniva un
ispettore tedesco a urlare di mettersi in riga e a insultarli nella
sua lingua di consonanti gutturali e vocali asfittiche. Le novit
arrivavano come ceneri soffiate da un fuoco: l'assedio di Stalingrado
continuava a trascinarsi, uccidendo decine di migliaia
di persone ogni settimana; una parte della Seconda armata ungherese
stava rischiando la vita in una battaglia a Voronez, sopraffatta
dalla superiorit delle forze sovietiche. A ogni colpo
di badile gli uomini della compagnia 79 si avvicinavano a quella
battaglia, anche se pareva distante come tutto il resto. A volte
spalavano una notte intera mentre il cielo del Nord lanciava
una raffica di imprecazioni luminose. Pensavano alle mogli e
alle fidanzate nei loro letti caldi a Budapest, con le gambe nude
e lisce, i petti addormentati nel buio di mezzo inverno, le mani
chiuse e fragranti come lettere d'amore. Si ripetevano mentalmente
i nomi di quelle donne lontane, con fitte di desiderio che
non diminuivano mai, nemmeno quando i nomi diventavano
astrazioni che li costringevano a chiedersi se le loro compagne
esistessero ancora, se si potesse dire che esistevano quando la
loro vita si svolgeva in posti cos lontani, oltre il ghigno granitico
dei Carpazi, oltre le fredde pianure dell'inverno ungherese.
Klara era il suono prodotto dal badile quando cozzava contro la
neve gelata, dalla lama che raschiava il terreno gelato. Andrs
si diceva che, se solo fosse riuscito a sgombrare la strada, se solo
fosse riuscito ad aprire un varco per accelerare la corsa dei
camion verso il fronte orientale, allora la guerra sarebbe fluita
in quella direzione, ristagnando l, lontano dall'Ungheria, da
Klra e da Tams.
A met gennaio, per, qualcosa and storto. Il traffico, che
sino a quel momento si era mosso pi che altro verso la Russia,
inizi a scorrere in senso opposto. Al principio fu solo un
rivolo: pochi camion di provviste, poche compagnie di soldati
di fanteria sulle jeep. Dopo un po' divenne un flusso regolare di
uomini, mezzi e armi. Poi, a fine gennaio, divenne un diluvio,
un fiume rosso di sangue. C'erano ambulanze della Croce Rossa
cariche di morti e uomini orribilmente feriti, vittime della
battaglia che aveva infuriato a Stalingrado per cinque mesi,
dall'agosto del 1942. Una notte vennero a sapere che la Seconda
armata ungherese, insieme alle migliaia di uomini del servizio
di lavoro al seguito, aveva subito una sconfitta definitiva
e brutale a Voronez. La notizia arriv mentre Andrs stava ricevendo
la sua razione di pane e margarina. La regal a Jzsef
nonostante la fame e si sedette in un angolo dell'ovile dove si
erano sistemati quella notte. Lo dividevano con ventiquattro
pecore dal muso nero a cui era stata lasciata crescere la lana per
l'inverno. Le pecore infilarono il naso nel recinto in cui Andrs
si era isolato; adagiarono i corpi polverosi nel fieno, emettendo
i loro versi tremuli, e presero ad annusarsi a vicenda coi nasi di
velluto nero. Andrs non stava pensando solo al topografo Szolomon
ma a Mtys, che per un certo periodo era stato assegnato
alla Seconda armata ungherese. Se era sopravvissuto all'inverno
dell'anno prima, forse era stato uno dei cinquantamila
uomini acquartierati a Voronez. Immagin i genitori ricevere
infine la temuta notizia, sua madre in piedi nella cucina dell'appartamento
a Debrecen con un telegramma in mano, suo padre
raggrinzito sulla sedia come un guanto vuoto. Andrs era padre
solo da quattordici mesi, ma sapeva che cosa avrebbe significato
perdere un figlio. Pens a Tams, ai suoi capelli inanellati
che conosceva cos bene, alla velocit con cui gli batteva il cuore,
alle pieghe di quel paesaggio che era il suo corpo. Poi mise
la faccia tra le ginocchia e vide Mtys sui binari di un tram a
Budapest, con la camicia blu svolazzante.
Inghiott il nodo di corda grezza che gli si era piantato in gola
e si pass una mano sugli occhi. Non avrebbe pianto, si disse.
Non prima di sapere.
Il fiume di sangue continu e presto travolse Andrs, Jzsef e
l'intera compagnia 79 riportandoli a ovest, in direzione dell'Ungheria.
Relitti alla deriva di altre compagnie del Munkaszolglat
li incrociavano, uomini a uno stadio terrificante di deperimento.
La compagnia 79, le cui razioni erano rimaste regolari, ogni
sera portava da mangiare agli ausiliari moribondi, abbandonati
dai comandanti, ai quali non restava altro lavoro se non fuggire
verso casa. Ricevettero ulteriori notizie su quanto era successo
a Stalingrado: il bombardamento che aveva ridotto ogni
quartiere in macerie e ogni palazzo in una foresta di mattoni
e cemento rotti; l'assedio della Sesta armata tedesca al centro
della citt; il suo comandante, generale Paulus, nascosto in una
cantina mentre infuriava la battaglia; l'abbattimento dei pochi
aerei della Luftwaffe coi rifornimenti; poi lo sfondamento
compiuto dall'Armata rossa per riprendere il controllo sull'ansa
del Don e impedire alla Quarta armata tedesca di venire in
soccorso alla Sesta, accerchiata. Nessuno sapeva quante persone
fossero state uccise duecentomila? Cinquecentomila? Un
milione? o stessero ancora morendo, di freddo, di fame o per
qualche ferita non curata, l nel cuore dell'inverno, nelle steppe
nere e aride. Si diceva che i sovietici stessero respingendo
oltre le pianure ci che rimaneva dell'esercito ungherese. Per
quanto impaurito e concentrato sulla fuga, Andrs prov una
soddisfazione feroce. La Sesta armata tedesca non era riuscita
a prendere i giacimenti petroliferi intorno a Groznyj; non era
riuscita a prendere la citt che portava il nome di Stalin. Forse
quelle sconfitte ne avrebbero prodotte altre. Ci che era fallito
poteva continuare a fallire. Era terribile trarne piacere, Andrs
lo sapeva: il destino delle compagnie ungheresi e degli uomini
del Munkaszolglat era legato a quello della Wehrmacht, e in
ogni caso morivano degli esseri umani, indipendentemente dalla
loro nazionalit. Ma la Germania doveva perdere. E se la si
poteva sconfiggere preservando la sovranit dello Stato ungherese,
forse gli ebrei magiari non avrebbero dovuto vivere sotto
il dominio nazista.
La confusione della ritirata verso l'Ungheria comportava strane
convergenze, svolte del destino che derivavano dalla mescolanza
di decine e decine di compagnie di lavoro. Gli uomini
si imbattevano continuamente in conoscenti apparsi dalla vecchia
vita anteguerra. Una sera si acquartierarono con un gruppo
di Debrecen che comprendeva svariati ex compagni di scuola
di Tibor. Un'altra sera incontrarono un gruppo di Konyr in
cui c'era il figlio del fornaio, il fratello maggiore di Orsolya
Korcsolya. Un'altra sera ancora, mentre erano bloccati da una
tormenta marzolina, Andrs si ritrov a condividere un angolo
del granaio trasformato in infermeria con il direttore amministrativo
del Giornale degli ebrei ungheresi, l'antico collega
e avversario di Frigyes Eppler. Era quasi irriconoscibile,
scarnificato com'era dal freddo e dalla fame: pareva la struttura
in ferro che un tempo sosteneva il suo Io precedente; nessuno
avrebbe immaginato che quell'uomo famelico, con le braccia
scheletriche e gli occhi accesi dalla febbre, fosse stato un bellicoso
direttore in giacca di tweed irlandese.
L'uomo aveva notizie di Frigyes Eppler: era rimasto senza lavoro
dopo che la polizia militare aveva trovato un dossier compromettente
nel suo ufficio, una serie di carte che si diceva lo
collegassero al traffico del mercato nero niente po' po' di meno
che a Szentendre. Non molto tempo dopo, Eppler era stato
arruolato nel Munkaszolglat; da allora non se ne sapeva pi
nulla, o almeno cos risultava al direttore amministrativo. Lui
stesso era stato richiamato, in una compagnia diversa, poche
settimane dopo. Adesso stava con un gruppo di malati e feriti
abbandonati dal comandante in quel granaio a morire di fame
o di febbre. Il maggiore Blint aveva ordinato agli uomini della
settantanovesima di assistere i malati: di portare da mangiare e
da bere e di cambiare le medicazioni sporche e malfatte. Mentre
Andrs accudiva il direttore amministrativo, venne a scoprire
il destino toccato a un altro membro della compagnia, un uomo
con una storia cos triste da guadagnargli il soprannome di Zio
Giobbe. Quell'uomo, gli raccont il direttore, era sposato con
una donna bellissima, un'ex attrice che gli aveva dato un figlio;
si diceva che fosse vissuto a Parigi, dove aveva diretto un grande
teatro in pieno centro. Prima della guerra era stato costretto
a tornare a Budapest, dove per un breve periodo aveva diretto
l'Operahz. L sua moglie si era ammalata ed era morta. Mentre
lui, che gi soffriva di tubercolosi, era stato richiamato nel
servizio di lavoro sicuramente perch fungesse da esempio e assegnato a una compagnia in cui il direttore amministrativo
era entrato qualche tempo dopo. L'autunno precedente erano
stati mandati alla stazione secondaria della Regia feldgendarmeria
ungherese a Staryj Oskol, dove li avevano interrogati,
malmenati e derubati di tutto. La feldgendarmeria ungherese
sapeva chi era quel grand'uomo, quell'ex stella del teatro;
l'avevano picchiato coi fucili davanti agli altri, tirando poi fuori
un telegramma dove si annunciava che il figlio era morto di
morbillo. Il telegramma era stato inviato dalla zia del bambino
a un parente di Szeged, intercettato a Budapest e inoltrato a
Staryj Oskol apposta per tormentare l'uomo, evidentemente.
Lui li aveva implorati di ucciderlo, ma i soldati lo avevano abbandonato
con il resto del battaglione, e il giorno dopo erano
stati tutti quanti rimandati a est.
Ma che ne  stato di lui? chiese Andrs, con le mani sulle
ginocchia e lo sguardo fisso negli occhi infossati del direttore
amministrativo.  morto a Voronez?
Qua viene il peggio, disse l'altro. E ancora vivo, anche
se ha continuato a cercare la morte. Si  offerto volontario
per sminare i campi. Correva sotto tiro ogni volta che ne aveva
l'occasione.  sempre sopravvissuto. Nemmeno la tubercolosi
 riuscita a ucciderlo.
Come l'avete lasciato? Quando l'avete visto l'ultima volta?
 l in quell'angolo, vicino al vostro amico.
Andrs si guard alle spalle. Jzsef si era inginocchiato per
dare da bere a un uomo appoggiato a una pila di sacchi per il
grano ripiegati; l'uomo gir la testa, e attraverso il velo della
malattia e del deperimento Andrs riconobbe Zoltn Novk.
Lo conosco, disse al direttore.
Ovvio. Chi non lo conosce? Era famoso.
Personalmente, intendo.
Andatelo a salutare, allora. Il direttore gli mise una mano
sul petto e lo spinse verso l'uomo, con un gesto che sembrava
il triste fantasma dell'antica energia, dell'antica veemenza.
Andrs si avvicin a Jzsef e all'uomo appoggiato ai sacchi.
Incroci lo sguardo di Jzsef e gli fece cenno di seguirlo in un
angolo.
Quello  Zoltn Novk, gli sussurr.
Jzsef corrug la fronte e lanci un'occhiata all'uomo.
Novk? chiese. Sicuro?
Andrs annu.
Che Dio ci aiuti, disse Jzsef.  praticamente morto.
Ma l'uomo sollev la testa dai sacchi e li guard.
Arrivo subito, disse Jzsef.
Acqua, disse Novk, la voce ridotta a un bisbiglio roco
e gutturale.
Vado io, si offerse Andrs.
Tu?
Mi conosce.
Non so perch, ma mi sa che non sar una consolazione, disse Jzsef.
Tuttavia Andrs and a inginocchiarsi per terra al fianco di
Novk, che si sollev di quattro o cinque centimetri sui sacchi
piegati, a occhi chiusi e con il respiro rumoroso come i denti
sfregati di un pettine.
Acqua, ripet.
Andrs alz la borraccia e Novk bevve. Quando ebbe finito,
si schiar la gola e lo guard. La sua espressione si scald
lentamente, la pelle intorno alle palpebre si accese un poco. Si
sollev sui gomiti.
Lvi, disse, e scosse la testa. Emise tre versi rasposi, di
costernazione, o forse erano una risata. Si riabbandon contro
i sacchi e chiuse gli occhi. Pass molto tempo prima che parlasse
di nuovo, e quando lo fece le parole gli uscirono lentamente,
a fatica. Lvi, ripet. Devo essere morto, grazie a Dio.
Sono morto e finito nella Geenna. Ed eccoti qua con me, morto
anche tu, spero.
No, disse Andrs. Siamo ancora vivi e in Ucraina, tutti
e due.
Novk riapr gli occhi. C'era dolcezza nel suo sguardo, una
complessa piet che non lo escludeva ma non si concentrava unicamente
su di lui; sembrava abbracciare tutti: Andrs, Jzsef,
il direttore, i malati, i moribondi e i lavoratori che portavano
acqua e curavano ferite.
Lo vedi come sono ridotto, disse Novk. Magari un po'
sei contento, di vedermi in questo stato.
Neanche per sogno, Novk-ur. Ditemi che posso fare per voi.
Voglio solo una cosa. Ma non posso chiederla senza trasformarti
in un assassino. Fece un mezzo sorriso, interrompendosi
un'altra volta per riprendere fiato. Poi toss penosamente
e si gir su un fianco. Per mesi ho desiderato la morte, ma a
quanto pare ho la pelle dura. Che meraviglia, eh? E sono troppo
vigliacco per ammazzarmi.
Avete fame? chiese Andrs. Ho un po' di pane, nel
mio zaino.
Secondo te ne ho voglia?
Andrs distolse lo sguardo.
Quello l  suo nipote, vero? disse Novk. Le assomiglia.
Preferirei pensare che sia molto ma molto pi bella Klra, disse Andrs.
Novk toss e rise a un tempo. Su questo hai ragione, disse,
poi scosse la testa. Andrs Lvi. Speravo di non vederti
pi, dopo quel giorno all'Operahz.
Se volete me ne vado.
Novk scosse di nuovo la testa, e Andrs aspett che dicesse
qualcos'altro. Ma parlare lo aveva spossato; cadde in un sonno
leggero, a bocca aperta, con il respiro corto. Andrs gli sedette
accanto. Fuori, il vento infuriava con la forza della bufera.
Andrs sistem la testa su un braccio e si addorment, e quando
si svegli il granaio era al buio. Nessuno aveva candele; chi
ancora possedeva una torcia non vedeva una pila da mesi. Suoni
e odori dei malati lo avvolgevano come un velo a maglie fitte.
Novk era sveglio e lo guardava assorto, respirando ancora pi
a fatica di prima. A ogni inspirazione, era come se dovesse costruire
una struttura complicata con materiali inadeguati e attrezzi
rotti; ogni espirazione abbatteva quella struttura brutta,
squilibrata. Quando riprese a parlare, la sua voce era cos fievole
che Andrs dovette chinarsi su di lui per sentire.
Va tutto bene adesso, stava dicendo. Va tutto bene.
Non era chiaro se intendesse rassicurare lui, se stesso o tutti
e due; sembrava quasi che si rivolgesse a un assente, anche
se nel buio i suoi occhi fissavano Andrs. Presto ricadde nel
silenzio, addormentato. Andrs gli rimase accanto per tutta la
notte mentre Novk entrava e usciva dal sonno, e l'indomani
gli cedette la sua razione di pane. Novk non ce la faceva
a mangiarlo asciutto, ma Andrs lo sbriciol e lo mischi con
la neve sciolta. Trascorsero tre giorni in quel modo, Novk
che entrava e usciva dal sonno, Andrs che gli dava da bere e
da mangiare a piccole dosi, finch il tempo non miglior e la
neve non si sciolse abbastanza da permettere alla compagnia
79 di riprendere il viaggio verso il confine. Quando Blint
annunci agli uomini che sarebbero partiti la mattina dopo,
il sollievo di Andrs si mescol alla costernazione. Chiese al
maggiore un colloquio a quattr'occhi; non potevano lasciare
gli altri uomini li a morire.
Come proponi di spostarli? chiese Blint con tono severo,
anche se non scortese. Non abbiamo ambulanze. Non abbiamo
materiale per fabbricare barelle. E non possiamo restare qui.
Possiamo improvvisare qualcosa, signore.
Blint scosse la testa ispida. Questi uomini stanno molto
meglio qua dentro. Il servizio sanitario arriver tra pochi giorni.
Quelli che si possono spostare, li sposteranno loro.
Ma a quel punto alcuni di loro saranno morti, disse
Andrs.
Se  cos, Lvi, trascinarli al freddo e nella neve non li salver.
Uno di quegli uomini ha salvato me, quando studiavo a Parigi.
Non posso abbandonarlo.
Ascoltami, disse Blint, con i grandi occhi color terra fissi
su di lui. Ho due figli, un maschio e una femmina. Anche
gli altri, molti degli altri, hanno moglie e figli. Siamo giovani.
Dobbiamo tornare a casa vivi.  questo il principio fondamentale
del mio comando, da che abbiamo iniziato a ripiegare. Mancano
ancora cento chilometri al confine, almeno cinque giorni
di cammino. Se ci portassimo dietro dei malati rallenteremmo
tutta la compagnia. Potremmo perdere la vita.
Allora permettetemi di restare, signore.
Non sono questi i miei ordini.
Datemi il permesso.
No! disse Blint, con rabbia ora. Ti far uscire puntandoti
una pistola addosso, se devo.
Alla fine, per, non serv nessuna dimostrazione di forza.
Zoltn Novk, ex marito e padre, ex direttore del Thtre
Sarah-Bernhardt e della Operahz di Budapest, l'uomo che
Klra Morgenstern aveva amato per undici anni e in certa misura
doveva ancora amare, si addorment quella notte e non si svegli pi.
...
.
...
CAPITOLO 37.
...
.
...
Fuga.
...
.
...
Quando il treno giunse a Budapest, la forsizia era sbocciata.
Tutto il resto era grigio o di un vago verde-giallo; qualche
albero sulla circonvallazione era gonfio di gemme, anche se la
citt conservava la cruda umidit della neve appena sciolta. Il
1943 gli sembrava ancora irreale. Andrs aveva perso la cognizione
del tempo durante l'ultima parte del viaggio verso casa.
Ma sapeva che giorno era: il 25 marzo, sette mesi e tre settimane
da quando lo avevano mandato in Ucraina. Klra era venuta
a prenderlo alla stazione Keleti. Era quasi svenuto vedendola
sul marciapiede con un bambino in piedi accanto a lei! Tams,
suo figlio, con il cappotto che gli arrivava al ginocchio e i robusti
scarponcini da maschietto. Tams, che adesso aveva quasi
un anno e mezzo; Tams che era un neonato in braccio alla
mamma l'ultima volta che Andrs lo aveva visto. Klra aveva
una sottile piega di preoccupazione sulla fronte, ma per il resto
non era cambiata; i capelli scuri erano raccolti sulla nuca in un
morbido chignon, le dolci pianure delle clavicole erano esposte
dalla scollatura dell'abito grigio. Non tent nemmeno di celare
lo sgomento per le condizioni fisiche di Andrs. Si port la mano
alla bocca e i suoi occhi si riempirono di lacrime. Lui sapeva
com'era ridotto, sapeva di somigliare a un uomo che era stato
quasi separato dal proprio corpo come da un guscio. Gli avevano
rasato la testa a causa dei pidocchi; gli abiti, o quel che ne
restava, gli stavano larghi. Aveva le mani storte e rattrappite,
la guancia sfregiata da tre raggi bianchi incisi dal vetro della
finestra esplosa di un fienile. Quando Klra lo abbracci sent
che stava attenta, come per non fargli male. Jzsef non assist
alla scena; era ancora in convalescenza all'ospedale militare di
Debrecen. Era rimasto ferito al ginocchio mentre attraversavano
la frontiera e lo stavano curando per un'infezione ai tessuti
molli. Sarebbe tornato di l a un paio di settimane. Da un ufficio
postale vicino all'ospedale Andrs era riuscito a telegrafare
a Klra la notizia del proprio ritorno.
Amore, amore. Sarebbero rimasti l a ripeterselo per tutta
la notte, a guardarsi, a baciarsi le mani, ad accarezzarsi il viso,
se Tams non avesse protestato e implorato di essere preso in
braccio. Andrs lo sollev e scrut la faccina tonda con le sopracciglia
indagatrici e gli occhioni espressivi.
Apa, insegn Klra al bambino e indic il petto di Andrs.
Ma Tams si gir e le tese le braccia, impaurito da quell'uomo
che non conosceva.
Andrs si chin ad aprire lo zaino. Dentro trov la pallina
rossa che aveva comprato per tre fillr da un ambulante di Debrecen.
La pallina aveva una stella bianca sui due poli ed era divisa
da una striscia verde. Tams tese la mano perch la voleva.
Ma Andrs la lanci in alto e la riacchiapp da dietro la schiena,
tra le scapole. Aveva imparato il trucco da un compagno di
scuola a Konyr. Poi sfoder la pallina nascosta e fece un inchino
a Tams, che apr la bocca e lanci un gridolino di gioia.
Ancora, disse.
Era la prima parola che gli sentiva pronunciare. Il trucco risult
divertente anche una seconda e una terza volta. Alla fine
Andrs diede la pallina al figlio, che la strinse estasiato mentre
Klra lo portava in braccio da Erzsbetvros verso casa.
Lui camminava al loro fianco con la mano sulla vita di Klra.
Non provava pi la sensazione che lo aveva accompagnato le
altre volte al ritorno dal Munkaszolglat: che continuare una
vita normale a Budapest era impossibile dopo quello che aveva
conosciuto, che il suo tormento fisico e mentale doveva
aver necessariamente cambiato il resto del mondo. Un senso
di torpore era subentrato alla vecchia incredulit. Lo spaventava
quasi, tanta quiete. Era la prova inoppugnabile del fatto
che era invecchiato.
Mentre camminavano Klra lo aggiorn sulla famiglia: i soldi
ricavati dalla vendita dei quadri di Jzsef avevano permesso a
Gyrgy di riacquistare la salute in ospedale; la madre di Klra,
che in inverno si era ammalata di polmonite, era abbastanza arzilla
per recarsi al mercato ogni mattina a comprare la verdura e
il pane fresco. Ilana aveva imparato l'ungherese e si era rivelata
un genio dell'economia domestica; Elza Hsz, che fino a dicembre
non sapeva nemmeno bollire un uovo, ora sapeva preparare
patate alla paprika e minestra di pollo. C'erano perfino notizie
di Elisabet: aveva avuto un altro figlio, una femminuccia. Viveva
ancora con i suoceri nella propriet in Connecticut mentre
Paul prestava servizio in marina, ma al suo ritorno avevano
intenzione di trasferirsi a New York in un appartamento pi
grande. Della possibilit di emigrare negli Stati Uniti non se
n'era parlato. Le altre possibilit di fuga erano sfumate. Klein,
gli rivel Klra in un sussurro mentre sostavano a un angolo di
strada, era stato arrestato per favoreggiamento dell'emigrazione
clandestina. Era in carcere da novembre, in attesa di processo.
Lei era andata qualche volta a trovare i suoi nonni, che sembravano
non aver bisogno di nulla. Continuavano con il loro piccolo
gregge di capre nella vecchia casetta di Frangepn kz; forse le
autorit li consideravano troppo vecchi per perseguirli. I nomi
dei clienti di Klein passati, presenti e in lista d'attesa erano
nascosti nel suo labirinto di codici, ma non si poteva sapere
quanto tempo avrebbe impiegato la polizia per venirne a capo.
E i tuoi genitori? gli chiese. Stanno bene?
S, rispose Andrs. Sempre preoccupati a morte per
Mtys, per. Non hanno notizie e non sono stati nemmeno
contenti di vedermi cos. Non ho raccontato neanche la met
di quello che  successo.
Tibor  ansioso di vederti, disse lei. Ilana ha dovuto
minacciarlo per impedirgli di venire alla stazione. Ma il medico
dice che deve riposare.
Come sta? Come ti sembra?
Klra sospir. Magro e senza forze. Taciturno. A volte 
come se vedesse cose terribili nell'aria in mezzo a noi. Da quando
 tornato non fa che tenere dm in braccio. Il bambino si 
talmente attaccato a lui che Ilana non riesce quasi ad allattarlo.
E tu? Le pos una mano sui capelli, sulla guancia. Klrika.
Lei alz il mento e lo baci, l in strada, con il bambino in
braccio.
Le tue lettere, disse. Se non fosse stato per quelle, non
lo so.
Non saranno sempre state una consolazione.
Le vennero di nuovo le lacrime agli occhi. Volevo illudermi
di aver capito male di Mendel. Ho letto e riletto la lettera,
sperando di sbagliarmi. Invece  vero, no?
S, cara.  vero.
Un giorno di questi mi racconterai tutto, disse lei e gli
prese la mano.
Continuarono a camminare finch non raggiunsero il portone
del palazzo. Andrs alz gli occhi sapendo di trovare la finestra
della loro stanza da letto; Klra l'aveva decorata con una
cassetta piena di crocus precoci.
C' un'altra notizia, disse lei, con un tono cos serio che
all'inizio lui pens fosse morto qualcuno. C' un'altra persona
che vive con noi adesso. Che ha fatto un lungo viaggio per
arrivare qui.
Chi?
Andiamo su, disse lei. E lo vedrai.
La segu in cortile, con il cuore che batteva sempre pi forte.
Non era certo di poter affrontare un ospite a sorpresa. Avrebbe
voluto sedersi sul bordo della fontana al centro del cortile,
restare l a riprendersi per un paio di giorni. Mentre salivano
la scala a cielo aperto vide i pesci rossi balenare dalle verdi profondit
della fontana.
Arrivarono davanti alla porta e la porta si apr. Vide Tibor,
smunto e pallido, gli occhi pieni di lacrime dietro le lenti con
la montatura d'argento. Andrs abbracci il fratello e rimasero
stretti nell'ingresso. Inspir quel lieve odore di sapone, sebo e
cotone pulito; non aveva voglia di muoversi n di parlare. Ma
Tibor lo port in salotto, dove la famiglia stava aspettando.
C'erano suo nipote dm, in piedi accanto alla madre; Ilana, i
capelli coperti da un foulard ricamato; Gyrgy Hsz, ingrigito
e invecchiato; Elza Hsz, austera nell'abito da lavoro in cotone;
la madre di Klra, pi piccola che mai, gli occhi profondi
e luminosi. E alle loro spalle un uomo pallido dal volto ovale,
che si alz dal divano, con un maglione scuro che una volta era
di Andrs e un fazzoletto appallottolato in mano.
Andrs fu colto da un capogiro. Appoggi una mano allo
schienale del divano mentre la sensazione lo attraversava come
uno spostamento d'aria.
Eli Polaner.
Non  possibile, disse. Guard Klra, suo fratello, Ilana
e poi ancora Polaner.  vero? chiese in francese.
 vero, rispose Polaner con la sua voce di sempre, da
tempo perduta.
Era una favola in versione incubo, una storia lugubre che insegn
ad Andrs altri orrori dopo quelli visti in Ucraina. Avrebbe
voluto non dover mai sapere quello che era successo a Polaner
nel campo di concentramento di Compigne, dove era stato
mandato dopo l'espulsione dalla Legione straniera nel 1940.
Lo avevano picchiato, lasciato senza cibo e deportato in fin di
vita a Buchenwald, dove aveva passato due anni ai lavori forzati
e in schiavit sessuale, con un numero tatuato sul braccio
e due triangoli sovrapposti sul petto: uno rosa e uno giallo. La
sua omosessualit era rimasta segreta finch uno dei compagni
non aveva consegnato una lista di nomi in cambio di un posto
da kap; dopodich Polaner si era trovato al livello pi infimo
della gerarchia del campo, marchiato da un simbolo che lo esponeva
ai capricci delle guardie e impediva agli altri prigionieri
di avvicinarlo troppo. Era stato assegnato alla cava, dove sollevava
sacchi di pietrisco per quattordici ore al giorno. Finito il
turno doveva pulire le latrine del suo gruppo di baracche, cos
avrebbe ricordato, gli diceva il sergente del blocco, che in quel
campo lui valeva meno della merda, che era un servo di merda.
A volte, nel cuore della notte, lui e alcuni compagni venivano
introdotti da una porta di servizio negli alloggi degli ufficiali,
dove venivano legati e poi stuprati da un ufficiale, dai segretari
e dall'attendente.
Una sera erano stati offerti segretamente in dono a un notabile
in visita dall'Ufficio centrale economico amministrativo
delle SS, un ispettore dei campi di concentramento noto per
gradire la compagnia dei ragazzi. Ma le preferenze dell'eminente
ufficiale non erano quelle previste; lui amava i ragazzi, non li
stuprava. Ordin che i prigionieri fossero slegati, lavati, sbarbati
e vestiti in abiti civili. Voleva conversare con loro, come
fossero tutti a un ricevimento. Li fece accomodare sui divani
del suo alloggio e li invit a gustare alcune leccornie con lui: t
e pasticcini, quando negli ultimi tre anni erano andati avanti a
minestre acquose e pane infestato di scarafaggi. L'ispettore rimase
affascinato dal francese di Polaner e dalla sua conoscenza
dell'arte e dell'architettura contemporanee. Si scopr che aveva
conosciuto il defunto Vom Rath, del quale era stato una sorta
di mentore politico. A fine serata aveva gi deciso che Polaner
fosse subito trasferito alle sue dipendenze. Lo port nel suo
alloggio personale presso un altro campo a cento chilometri di
distanza e lo registr come una sorta di umile servitore che trasportava
sacchi di carbone e lucidava gli stivali; in realt venne
curato come un paziente, tenuto a letto e accudito dal personale
domestico dell'ispettore.
Due mesi dopo, quando Polaner torn in salute, l'ispettore
realizz un magico scambio di identit: si fece rilasciare un certificato
falso dove si affermava che Eli Polaner, il giovane ebreo
trasferito al suo servizio, era deceduto dopo aver contratto la
meningite; poi si procur dei documenti falsi da cui risultava
che era un giovane membro del partito nazista di nome Teobald
Kreizel, aiuto segretario dell'Ufficio centrale economico
amministrativo. Con Polaner vestito da membro del personale
al suo seguito, l'ispettore and a Berlino dove lo sistem in un
piccolo e luminoso appartamento sulla Behrenstrafie. Gli lasci
anche cinquantamila marchi in contanti e promise di tornare al
pi presto con libri, riviste, materiale da disegno, dischi,
ghiottonerie del mercato nero, tutto quello che desiderava. Polaner
chiese solo notizie della sua famiglia; non sapeva niente dei genitori
e delle sorelle da quando era entrato nella Legione straniera.
L'alto ispettore tornava pi spesso che poteva, con il materiale
da disegno, i dischi e le ghiottonerie che aveva promesso,
ma era lento a portargli notizie della famiglia. Polaner aspettava,
avventurandosi di rado fuori dall'appartamento, pensando
quasi soltanto al fatto che presto avrebbe potuto conoscere la
sorte dei genitori e delle sorelle. Sperava che fossero riusciti a
emigrare, che contro ogni probabilit si fossero trasferiti in un
posto amichevole e distante: in Argentina o in Australia, o in
America; o, se non altro, che l'ispettore riuscisse a tirarli fuori
dall'inferno in cui erano sprofondati, a riunirli in una citt
neutrale dove sarebbero stati al sicuro. Non era una speranza
campata in aria; l'ispettore aveva spesso usato la propria influenza
per favorire amanti e protg. In realt, nei sei mesi in
cui Polaner abit in Behrenstrafie, quei vecchi favori si ritorsero
contro l'ispettore: una serie di irregolarit giunsero all'attenzione
dei suoi superiori e venne indagato. Temendo per s e
per la vita del suo protetto, decise che Polaner doveva lasciare il
paese immediatamente. Promise di procurargli un visto che gli
avrebbe consentito di viaggiare ovunque nell'area d'influenza
del Reich. Ma che cosa doveva fare Polaner? Dove poteva andare?
Notizie dei genitori non ne erano arrivate; come faceva
a scegliere una destinazione?
Pi tardi quella settimana, la prima del gennaio 1943, le ricerche
condotte dall'ispettore sulla famiglia di Polaner diedero
finalmente delle risposte. I genitori e le sorelle erano morti in
un campo di lavoro a Plaszw: la madre e il padre nel febbraio
1941, le sorelle otto e dieci mesi dopo. I nazisti si erano impadroniti
della sua casa natale e della fabbrica tessile a Cracovia.
Non era rimasto niente.
La notte in cui ricevette la notizia Polaner prese la pistola
dal comodino l'ispettore aveva insistito che la tenesse per sicurezza
usc sul balcone e rimase l in pigiama, sotto una cascata
di vento gelido. L'appoggi alla tempia e si sporse dalla
ringhiera. La neve in strada era come una trapunta, raccont ad
Andrs. Soffice, ondulata, bianco-azzurra; immagin di cadere
in quel candido vuoto e di sparire sotto uno strato di neve fresca.
La pistola che aveva in mano era una Walther P38 da ufficiale
delle SS, un'arma a doppia azione con un colpo nella camera
di scoppio. Alz il cane, pos un dito sulla curva del grilletto,
immagin il proiettile che sbriciolava l'ingegnosa architettura
del suo cranio. Avrebbe contato fino a tre e poi sparato: eins,
tsvey, dray. Ma mentre i numeri in yiddish gli risuonavano in
testa, ebbe un momento di lucidit: se si fosse ucciso con quella
pistola, una Walther P38, se si fosse sparato perch i nazisti
gli avevano ucciso i genitori e le sorelle, allora sarebbero stati
loro, i nazisti, a ucciderlo, quelli che avevano messo a tacere
lo yiddish nella sua testa. Sarebbero riusciti a uccidere tutta la
sua famiglia. Tolse il dito dal grilletto, rimise la sicura e sfil il
proiettile dalla camera di scoppio. Fu il proiettile, non Polaner,
a cadere da tre piani sulla trapunta di neve.
Il mattino dopo fiss Budapest come destinazione, nella speranza
di trovarci Andrs. L'alto ispettore gli forn le lettere e i
documenti necessari per ottenere la residenza legale in Ungheria;
gli procur perfino un certificato medico che lo dichiarava
inabile al servizio militare a causa di una debolezza polmonare
cronica. Gli diede ventimila marchi e lo mise nello scompartimento
privato di un treno. Quando Polaner arriv, and alla
grande sinagoga di Dohny utca, dove trov un vecchio segretario
che parlava yiddish; gli fece capire che cercava Andrs Lvi,
e il segretario gli indic il Budapest Izraelita Hitkzsg, che gli
forn l'indirizzo di Andrs in Nefelejcs utca. Klra lo aveva accolto
in casa e da allora era rimasto l. Solo una settimana prima
aveva ricevuto i documenti ufficiali ungheresi, che estrasse
da una cartellina marrone come per dimostrargli che era tutto
vero. Andrs apr il passaporto di Polaner. Teobald Kreizel.
Residenza permanente. La fotografia mostrava un Polaner
magro, con gli occhi scavati, ancora pi pallido e inorridito del
giovane che gli sedeva di fronte al tavolo della cucina. Il passaporto
era nuovo di zecca come quello di Andrs alla partenza
per Parigi; mancavano solo le z rivelatrici di zsid, ebreo. La
cartellina marrone conteneva anche una tessera di partito su cui
era impressa l'ombra di una svastica, che dichiarava Teobald
Kreizel membro del Partito nazionalsocialista tedesco.
Questi documenti ti saranno utili, disse Andrs. Il tuo
amico tedesco sapeva il fatto suo.
Polaner si agit sulla sedia. Che vergogna. Un ebreo che
si finge nazista.
Oddio, Polaner! Nessuno ti rimproverer per questo. Ti terr
lontano dal Munkaszolglat, come minimo, e io so cosa vuol dire.
Ma tu ci hai lavorato per anni. E se la guerra continua,
dovrai tornarci.
Hai scontato la tua pena, disse Andrs. Ed  stata ben
peggiore della mia.
Impossibile paragonarle, disse Polaner.
Ma c'erano volte in cui era possibile paragonare la sofferenza,
Andrs lo sapeva. Lui non era stato stuprato. Non aveva perso
la patria o la famiglia. Klra dormiva in camera da letto, con il
figlio accanto. Tibor e Ilana erano abbracciati sul materasso in
salotto. I suoi genitori stavano bene a Debrecen. Mtys forse
era ancora vivo da qualche parte oltreconfine. Ma Polaner aveva
perso tutto, e tutti. Andrs pens alla cena di Rosh Hashanah
che avevano consumato insieme alla mensa scolastica cinque
anni prima, quando si era meravigliato che la madre lo avesse
lasciato tornare a scuola dopo l'aggressione, pens a quello che
aveva risposto Polaner: Non  mai contenta di vedermi partire.
 mia madre. Quella donna che lo amava tanto non c'era
pi. Suo marito non c'era pi, le loro figlie non c'erano pi. E
i giovani Andrs Lvi ed Eli Polaner quei ragazzi che avevano
passato due anni a Parigi a discutere di un'eventuale guerra,
a bere t alla Colomba blu, a progettare un centro sportivo nel
cuore del Quartiere latino neppure loro c'erano pi, si erano
trasformati in due uomini segnati, ridotti all'osso. Pos la testa
sulla manica di Polaner e pianse la perdita di quello che non
avrebbero pi riavuto.
Per tutta la primavera attesero notizie di Mtys. Quando celebrarono
la Pasqua, la madre di Andrs pretese di apparecchiare
anche per lui; quando aprirono la porta per dare il benvenuto a
Elia, chiamarono a casa anche lui. Da quando Andrs era stato
mandato in Ucraina, i genitori sembravano invecchiati. I capelli
grigi del padre erano diventati tutti bianchi. La schiena della
madre si era incurvata. Si rannicchiava nella tenda del vestito
come un filo d'erba arida. Neanche la vista di Tams e dm la
rallegrava; non aveva nostalgia dei nipoti ma del figlio perduto.
Polaner, che sapeva cosa significasse aspettare notizie, teneva
per s il proprio dolore. Non parlava mai dei genitori o
delle sorelle, come se dando voce alla propria perdita potesse
provocare la tragedia che la famiglia di Andrs paventava. Insisteva
per andare da solo alla sinagoga di Dohny utca ogni
pomeriggio a recitare.il kaddish. La tradizione prevedeva che
proseguisse per un anno. Ma con le notizie che continuavano
a giungere dalla Polonia, sembrava che nessuno potesse essere
al riparo dal lutto, che nessun periodo di lutto sarebbe mai
stato abbastanza lungo. Ad aprile gli ebrei del ghetto di Varsavia
montarono una resistenza armata contro la deportazione
degli ultimi sessantamila residenti; nessuno si aspettava che
durasse pi di qualche giorno, ma i combattenti tennero duro
per quattro settimane. Il Pesti Napl pubblic foto di donne
che lanciavano molotov ai carri armati tedeschi, di truppe
Waffen-SS e di poliziotti polacchi che incendiavano i palazzi.
La battaglia and avanti fino alla met di maggio e fin, come
tutti avevano previsto, con lo sgombero del ghetto: la strage
dei combattenti e la deportazione dei sopravvissuti. Il giorno
dopo il Pesti Napl riport che, secondo la stima del governo
polacco in esilio, nella guerra avevano perso la vita un milione
e mezzo di ebrei. Andrs, che aveva tradotto a Polaner
ogni articolo e programma radiofonico sulla rivolta, non ebbe
il coraggio di tradurre quel numero, di comunicare quella cifra
agghiacciante a un amico gi in lutto. Un milione e mezzo
di uomini, donne e bambini ebrei: come si faceva ad afferrare
un numero simile? Andrs sapeva che occorrevano tremila
ebrei per riempire la sinagoga di Dohny utca. Per farcene entrare
un milione e mezzo sarebbe stato necessario riprodurre
quell'edificio, con gli archi e le cupole, gli interni moreschi, il
balcone, le panche di legno scuro e l'arca dorata, cinquecento
volte. E poi figurarsi ognuna di quelle cinquecento sinagoghe
completamente riempite, immaginare ogni uomo, donna e bambino
all'interno come un unico e insostituibile essere umano,
cos come lui immaginava Mendel Horovitz o Torre d'avorio
o suo fratello Mtys, ognuno con desideri e paure, con una
madre e un padre, un luogo nativo, un letto, un primo amore,
una ragnatela di ricordi, un nascondiglio di segreti, una pelle, un
cuore, un cervello infinitamente complicato. Immaginarli cos
e poi immaginarli morti, spenti per sempre: come si poteva arrivare
a capirlo? C'era da impazzire. Lui era ancora vivo e gli
altri dipendevano da lui; non poteva permettersi di perdere la
testa, e cos si obblig a non pensarci.
Si seppell nel lavoro che andava svolto ogni giorno. L'appartamento,
gi pieno quando gli uomini erano partiti per il
Munkaszolglat, si rivel invivibile ora che erano tornati. Tibor
e Ilana presero una casa dall'altra parte della strada, e Jzsef si
trasfer con i genitori in un appartamentino nel palazzo a fianco.
Polaner rimase con Andrs e Klra, dividendo una stanza
con Tams. Per tutti quegli spazi abitabili bisognava pagare
l'affitto. Andrs torn a lavorare come illustratore e grafico,
non al Giornale degli ebrei ungheresi ma al Budapest Esti
Kurir, l'ex giornale di Mendel, dove le file dei grafici erano
state decimate da una nuova ondata di arruolamenti. Convinse
il direttore ad assumere anche Polaner, sostenendo che il vero
talento dietro le loro collaborazioni alla scuola di Architettura
era sempre stato lui. Tibor invece trov un posto di aiuto
in chirurgia presso un ospedale militare, dove venivano ancora
curati i feriti di Voronez. Jzsef, che prima di allora non aveva
mai dovuto guadagnarsi il pane, pubblic un'inserzione sul
Kurir e si mise a fare l'imbianchino, con ottimi guadagni.
Klra dava lezioni private nello studio di Kirly utca. Ormai
erano pochi i genitori in grado di pagare la retta, ma lei si faceva
dare quello che potevano.
A luglio, mentre le armate di Eisenhower bombardavano Roma,
Budapest splendeva sulle rive del Danubio in tutta la sua
bellezza estiva, con i palazzi e i vecchi grandi alberghi che ancora
irradiavano un'atmosfera di stabilit. Il bombardamento
sovietico del settembre precedente aveva lasciato intatti quegli
edifici dorati e ornati di volute; e in primavera le incursioni
degli Alleati non si erano materializzate, gli aerei dell'Armata
rossa non erano tornati. I pugni chiusi delle dalie si aprivano
nel Vrosliget, dove Andrs passeggiava con Tibor, Jzsef e
Polaner la domenica pomeriggio, ragionando su quanto mancasse
alla resa della Germania e all'agognata fine della guerra. In
Italia, Mussolini era caduto e il fascismo era andato in fumo.
Sul fronte orientale, i problemi della Germania si erano moltiplicati
e aggravati: l'assalto della Wehrmacht a una fortezza
sovietica nei pressi di Kursk era finito in una rovinosa disfatta,
subito seguita dalle sconfitte di Orl e Charkiv. Perfino Tibor,
che un anno prima metteva in guardia dalle illusioni, espresse
la speranza che la guerra finisse prima che lui, Andrs o Jzsef
fossero richiamati nel Munkaszolglat, e che gli ungheresi prigionieri
di guerra potessero cominciare a tornare.
Andrs sapeva che gli ebrei ungheresi erano stati fortunati.
Nel Munkaszolglat erano morte migliaia di uomini, ma non
un milione e mezzo. Il resto della popolazione ebraica era sopravvissuta
alla guerra senza danni. Decine di migliaia avevano
perso il lavoro e quasi tutti faticavano ad andare avanti, ma era
ancora legale svolgere un'attivit, possedere un appartamento,
andare in sinagoga a pregare per i defunti. Per oltre un anno
e mezzo il primo ministro Kllay era riuscito a tenere a bada
Hitler, che pretendeva misure pi rigorose contro gli ebrei di
Ungheria; inoltre la sua amministrazione aveva cominciato a
perseguire i reati commessi all'inizio della guerra. Aveva ordinato
un'inchiesta sui massacri del Dlvidk e giurato di punire
i colpevoli con la debita severit. E il generale Vilmos Nagybaczoni
Nagy, prima di cedere il controllo del ministero della
Difesa, aveva chiesto l'incriminazione degli ufficiali responsabili
del mercato nero.
Andrs per era stato educato allo scetticismo non solo da Tibor
ma anche dagli avvenimenti dell'anno passato; malgrado le
notizie incoraggianti, non riusciva a liberarsi della paura. Altri
avvenimenti contribuivano ad aggravarla. In autunno, mentre
seguiva sul giornale il processo riguardante il mercato nero, si
rese conto che gli ufficiali accusati, qualora dichiarati colpevoli,
sarebbero andati incontro solo a una pena teorica. Hitler, che
con la Wehrmacht era apparso cos vulnerabile nei mesi estivi,
aveva fermato l'attacco alleato a sud di Roma e rafforzato
i confini meridionali tedeschi. In Russia continuava a lanciare
le sue truppe contro l'Armata rossa, come se la sconfitta totale
fosse impossibile.
Poi c'era l'assenza di notizie su Mtys, ormai disperso da
quasi due anni. Come si poteva continuare a credere che fosse
ancora vivo? Ma Tibor insisteva a crederci, come ci credeva sua
madre; e suo padre, bench non ne parlasse, ci credeva; finch
continuava a crederci anche uno soltanto di loro, nessuno poteva
pretendere nemmeno la semplice consolazione del dolore.
Quell'anno l'ultimo atto di giustizia mancata riguard la
famiglia Hsz e l'estorsione che ne aveva quasi completamente
prosciugato il patrimonio. Quando i pagamenti mensili di Gyrgy
scesero a poche centinaia di forint, gli estorsori decisero che i benefici dell'accordo non valevano pi il rischio.
NOTA: In realt il forint  l'unit monetaria ungherese istituita solo nel 1946. FINE NOTA.
L'amministrazione Kllay sembrava determinata a smascherare la corruzione
a tutti i livelli e in tutti i rami di governo; diciassette membri
del ministero della Giustizia erano gi stati incriminati per
irregolarit finanziarie e gli estorsori di Gyrgy temevano che
stesse per arrivare il loro turno. Il 25 ottobre gli diedero appuntamento
a mezzanotte nel seminterrato del ministero. Quella
notte, Andrs rimase ad aspettare con Klra, la suocera, Elza e
Jzsef nel salottino buio dell'appartamento degli Hsz. Jzsef
fum un pacchetto intero di Mirjam; Elza sedeva con un cesto
da rammendo, riparando con l'ago i danni che per la prima volta
la povert aveva inferto ai suoi vestiti. L'anziana signora Hsz
leggeva ad alta voce Radnti, il giovane poeta ammirato da Tibor,
di cui non si conosceva pi la sorte nel Munkaszolglat. Klra, le
mani strette fra le ginocchia, sedeva accanto ad Andrs, come
in giudizio. Se fosse capitato qualcosa di male al fratello, Andrs
sapeva che se ne sarebbe attribuita la colpa.
Alle tre meno un quarto del mattino sentirono una chiave
nella toppa. Era Gyrgy, sporco di fuliggine e senza fiato, ma
illeso. Si tolse la giacca e la pos sullo schienale del divano, si
lisci la cravatta color oro chiaro, si pass una mano fra i capelli
brizzolati. Sedette su una sedia vuota e scol il bicchiere di
brandy alla prugna che la moglie gli offr. Lo pos sul tavolino
davanti a s e fiss negli occhi Klra, che sedeva al suo fianco.
 finita, disse, posandole la mano sulla sua. Puoi tirare
un sospiro di sollievo.
Che cosa  finito? chiese la madre. Che cosa  successo?
Avevano distrutto i documenti, raccont lui. Gli estorsori lo
avevano portato nel suo ufficio e costretto a radunare tutte le
prove del rapporto illecito fra il ministero e la famiglia Hsz
ogni lettera, ogni telegramma, ogni foglio di pagamento, ogni
atto di vendita e ricevuta di versamento e gli avevano intimato
di gettare tutto nell'inceneritore del palazzo, impedendo per
sempre alla famiglia Hsz di intentare causa al ministero della
Giustizia. In cambio i funzionari del ministero avevano rilasciato
a Klra dei documenti nuovi, restituendole la cittadinanza
che aveva perso da ragazzina. Poi avevano portato il fascicolo
con tutti gli incartamenti relativi al presunto reato commesso
da Klra le foto del luogo del delitto e delle vittime, la testimonianza
giurata dello stupratore che rivelava l'identit di
Klra, le deposizioni che la collegavano all'organizzazione sionista
Gesher Zahav, i verbali della polizia che documentavano
la sua sparizione, la dichiarazione di Edith Novk circa il suo
ritorno in Ungheria e avevano infilato anche quello nell'inceneritore
principale del palazzo.
Li hai visti bruciare tutto? chiese Klra. Il fascicolo,
le fotografie... Tutto?
S, tutto, rispose Gyrgy.
Come lo sai che non hanno conservato delle copie? domand
Jzsef. Come lo sai che non hanno altri documenti?
 possibile, immagino, ma poco probabile. Teniamo presente
che se conservassero anche una sola prova sarebbe una
prova contro di loro. Per questo non vedevano l'ora di distruggere
quelle carte.
Ma le prove li hanno sempre implicati! esclam Jzsef
alzandosi dalla sedia. Finora non era mai stato un problema.
Avevano paura, disse Gyrgy. Non le avevano nascoste
molto bene. E il governo non sta dalla loro parte. Hanno visto
licenziare diciassette colleghi, e altri finire in carcere o ai lavori
forzati per meno di quanto hanno fatto a noi.
Quindi hai distrutto tutto? chiese Jzsef. Sei sicuro?
Non hai tenuto neanche una copia? Niente con cui potremmo
rivalerci in futuro?
Gyrgy guard fisso suo figlio. Mi puntavano una pistola
alla tempia mentre vuotavo l'archivio, rispose. Mi piacerebbe
dire che possiedo dei duplicati nascosti, ma rischiavo gi
a tenere quello che avevo. Comunque adesso  finita. Non possono
riaprire il caso di Klra. Ho visto bruciare i documenti.
Jzsef si par davanti alla sedia del padre, a pugni stretti.
Sembrava sul punto di prenderlo per le spalle e scrollarlo. Il suo
sguardo corse alla nonna, alla madre, poi cadde su Andrs e si
ferm. Tra loro c'era una storia cos terribile da gettare quel
momento di frustrazione sotto una luce diversa; guardarsi voleva
dire ricordare cosa significava avere salva la vita. Jzsef si
rimise seduto e parl al padre.
Grazie a Dio  finita, disse. Grazie a Dio non ti hanno
ucciso.
In camera da letto, quella notte, Andrs teneva Klra fra le
braccia mentre erano svegli al buio. Quante volte negli ultimi
quattro anni aveva immaginato che l'arrestassero, la picchiassero
e la incarcerassero in un luogo irraggiungibile? Stentava
a credere che quella perenne minaccia fosse scomparsa. Klra
non parlava e non piangeva; Andrs sapeva quanto fosse doloroso
per lei il prezzo della sua liberazione. Tornando in Ungheria,
un rischio che aveva corso per lui, aveva rovinato Gyrgy e
il resto della famiglia. Adesso era libera, ma la sua libert non
le avrebbe permesso di chiedere giustizia in tribunale n il risarcimento
delle perdite subite. Quel silenzio non era diretto
a lui, lo capiva, eppure era una barriera. Le era mai stato vicino
come dovevano stare vicini marito e moglie? Di quarantotto
mesi di matrimonio, ne aveva passati a casa solo dodici. Per
sopravvivere alla separazione avevano dovuto mantenere una
certa distanza tra loro. Ogni volta che tornava a casa, compresa
questa, c'era la paura che lo avrebbero richiamato; per quanto
cercassero di ignorarla, quella realt era sempre presente. E a
offuscare l'intimit, a oscurarla come due ali nere, era ci che
sapevano stava accadendo in Europa, ci che temevano sarebbe
accaduto a loro.
Ma adesso erano insieme, nel loro letto, lontani dalle grinfie
del pericolo, per il momento. Erano vivi, e lui l'amava. Tenerla
a distanza c'tait de la folle, come dicevano i francesi, era
una pazzia. L'ultima cosa che voleva. Le tocc la spalla nuda,
il viso, le scost una ciocca dalla fronte, e lei gli and pi vicino.
Consci di Polaner che dormiva di l dalla parete del suo
lutto e della sua solitudine fecero l'amore in un silenzio contratto,
carico di tensione. Poi rimasero li insieme e lui le mise
una mano sulla pancia, muovendo le dita sulle familiari cicatrici
delle gravidanze. Non avevano preso precauzioni per evitare
che restasse di nuovo incinta, anche se nessuno dei due voleva
immaginare cosa potesse significare aspettare un figlio nel momento
in cui i russi avrebbero attraversato il confine ungherese.
Mentre scivolavano nel sonno le descrisse sottovoce la casetta
che avrebbero costruito vicino al Danubio alla fine della guerra.
Era il luogo che aveva immaginato la prima volta che era
stato ad Angyalfld, una casa di mattoni imbiancati con il tetto
di tegole, un giardino abbastanza grande per due capre da latte,
un forno all'aperto, una veranda ombreggiata, una pergola
arabescata di viti. Finalmente Klra si addorment, ma Andrs
rimase sveglio accanto a lei, per nulla consolato. Ancora una
volta, pens, aveva disegnato una casa immaginaria, l'ultima
di una lunga serie di case immaginarie che aveva costruito da
quando stavano insieme; col pensiero poteva sfogliare un'infinit
di progetti, spettri di una vita che non avevano e forse non
avrebbero mai vissuto.
Il sabato pomeriggio, se era bel tempo, Andrs e Klra non
rinunciavano mai a passeggiare da soli sull'isola Margherita per
un paio d'ore, mentre Polaner giocava nel parco con Tams.
Durante una di quelle passeggiate parlarono di ci che Andrs
non aveva potuto scrivere nelle sue brevi e censurate lettere
dall'Ucraina: del motivo per cui li avevano deportati e di come
potesse aver influito la pubblicazione del Binario storto; di
come era morto Mendel; della lunga lotta con Jzsef che ne era
seguita; e delle strane coincidenze durante il viaggio verso casa.
Riguardo al primo argomento, Andrs temeva soprattutto che
Klra potesse ritenerlo responsabile di quello che era successo,
incolparlo di aver vanificato il loro tentativo di fuga. Lo aveva
avvertito e lui non se n'era scordato per un solo momento. Ma
lei si affann a ripetergli che nessuno lo riteneva responsabile
di quello che era successo. Un'idea del genere, gli disse, era sintomo
della perdita di prospettiva causata dal Munkaszolglat e
dalla guerra. Il viaggio in Palestina avrebbe potuto facilmente
concludersi in un disastro. La sua deportazione forse li aveva
salvati tutti. Ora che era tornato, poteva finalmente essere grata
che si fossero risparmiati le incertezze del viaggio. Al secondo
argomento reag con dolore e costernazione, e Andrs ricord
che anche lei aveva assistito alla morte del suo pi caro amico e
alleato; anche lei era stata testimone dell'uccisione insensata di
un uomo che amava dall'infanzia. Riguardo al terzo argomento,
poteva solo dire che capiva quanto doveva essersi sforzato
Andrs per non sfogare la propria violenza contro Jzsef. Ma
secondo lei il periodo in Ucraina, e con Andrs, aveva profondamente
cambiato il nipote. Sembrava un uomo diverso da quando
era tornato, o forse sembrava finalmente diventato un uomo.
Per motivi che Andrs faticava a spiegare, l'argomento pi
difficile era la morte di Zoltn Novk. Per mesi passeggi con
lei al parco di sabato prima di riuscire a confessarle che lo aveva
assistito negli ultimi giorni di vita e lo aveva seppellito lui
stesso. Klra aveva appreso della sua morte dai giornali e pianto
la sua perdita prima del ritorno di Andrs, ma alla notizia le
tornarono le lacrime agli occhi. Gli chiese di raccontargli tutto
quello che era successo: come aveva scoperto Novk, cosa si
erano detti, com'era morto. Quando Andrs fin di raccontare,
anche lei, usando la massima delicatezza e omettendo diversi
particolari spiacevoli, fece una confessione: aveva scambiato
una decina di lettere con Novk nei lunghi mesi in cui
era stato in servizio.
Durante la passeggiata si erano fermati davanti alle rovine di
una chiesa francescana a met della parte orientale dell'isola: pietre
che sembravano emerse dalla terra, un rosone senza vetro,
finestre gotiche prive di cuspide. Era dicembre, ma la giornata
era stranamente mite; all'ombra delle rovine c'era una panca dove
marito e moglie avrebbero potuto confessarsi, anche se erano
ebrei. Anche se avrebbero potuto confessarsi solo l'uno con l'altra.
Come faceva a scriverti? chiese Andrs.
Mandava le lettere con gli ufficiali che partivano o tornavano
dalla licenza.
E tu gli rispondevi.
Lei pieg il fazzoletto umido e guard il rosone. Era solo,
aveva perso tutti. Gli era gi morto anche il figlioletto.
Le tue lettere saranno state una consolazione, disse Andrs
un po' a fatica, e guard anche lui le rovine. Un lobo del rosone
ospitava un nido d'uccello abbandonato da tempo; i fili d'erba
secca fluttuavano al vento come stelle filanti.
Ho cercato di non dargli false speranze, disse Klra. Sapeva
che i miei sentimenti per lui arrivavano fino a un certo punto.
Andrs doveva crederle. L'uomo che aveva visto nel granaio
in Ucraina non poteva avere agito nell'illusione che qualcuno
lo amasse segretamente. Era un uomo che aveva perso tutte le
cose importanti, che aveva visto andare in rovina tutto ci che
aveva creato. Non ce l'ho con lui per le lettere, disse Andrs.
E non posso rimproverarti niente di quello che gli hai scritto.
 stato sempre buono con te. E stato sempre buono con
tutti e due.
Klra gli pos una mano sul ginocchio. Non si  mai pentito
di averti aiutato, aggiunse. Mi ha detto che aveva parlato
con te all'Operahz. Che eri stato anche troppo gentile.
Anzi, ha detto che se proprio dovevo sposare qualcuno, gli faceva
piacere che fossi tu.
Andrs le copr la mano con la propria e guard di nuovo il
nido tremulo nel rosone. Aveva visto i disegni architettonici di
quella chiesa intatta, le linee gotiche eleganti ma anonime, indistinguibili
da quelle di migliaia di altre cappelle gotiche. Adesso
che era in rovina aveva qualcosa di straordinario. I mattoni del
muro pi distante erano a nudo; il muro pi vicino era ridotto
a una scala seghettata, i bordi delle pietre ammorbiditi come
velluto. Il rosone era assai pi elegante senza il vetro, con lo
scheletro della corolla eroso dal vento e sbiancato dal sole. Il
nido con i suoi intrecci era un involontario tocco finale, che la
mano dell'uomo non poteva aggiungere n togliere. Quella cappella
in sfacelo era come l'amore, pens. Complicata e dunque
perfezionata dall'opera del tempo.
I momenti pi malinconici dell'anno furono quelli che passava
da solo con Tibor. Dovunque andassero, qualunque cosa
facessero che occupassero il solito tavolo al Caff degli artisti
o passeggiassero per i sentieri del Vrosliget, o si affacciassero
dal ponte Szchenyi a guardare i mulinelli nel fiume quando
era col fratello Andrs aveva l'acuta percezione di essere in balia
di eventi che sfuggivano al loro controllo. Il Danubio, che
un tempo sembrava un magico passaggio segreto da cui lasciare
l'Ungheria, era ridiventato un fiume qualsiasi. Klein era in
prigione, i loro visti erano scaduti, il Trasnet era solo un nome
nella memoria. Prima la volont di Tibor pareva una forza inesorabile.
Aveva sempre avuto la capacit soprannaturale di
realizzare l'impossibile. Ma la fuga non si era realizzata e adesso
non avevano nessun piano segreto a controbilanciare le paure.
Tibor era cambiato; da tre anni stava nel Munkaszolglat e come
Andrs aveva dovuto apprenderne le difficili lezioni. Portava
un grosso peso da quando era tornato dal fronte orientale:
il peso di decine di corpi umani, dei vivi e dei morti, di ogni
malato o ferito che aveva curato nei campi di lavoro o nell'ospedale
di Budapest dove prestava servizio. Non abbiamo potuto
salvarlo, cos finivano spesso le sue storie. Gli raccontava
per filo e per segno di emorragie inarrestabili, dissenterie che
rivoltavano le viscere, polmoniti che sfondavano la gabbia toracica
asfissiando le vittime.
E i corpi continuavano ad ammassarsi, perfino a Budapest,
lontano dalle prime linee del conflitto. Una sera Tibor si present
negli uffici del Kurir e chiese al fratello se gli andava
di staccare un po' in anticipo; un giovane paziente era morto
qualche ora prima sul tavolo operatorio, e lui aveva bisogno di
bere. Andrs lo port in un bar che avevano sempre amato,
un locale angusto chiamato Il campanello del tram. L, davanti
a una birra Aquincum, Tibor gli raccont tutto: il ragazzo era
stato ferito mesi prima nella battaglia di Voronez, colpito da
un proiettile shrapnel a entrambi i polmoni, non era pi riuscito
a respirare bene. Un'operazione rischiosa per rimuovere
i frammenti aveva reciso l'arteria polmonare e il ragazzo era
morto sotto i ferri. Tibor era presente in sala d'attesa quando
il medico, un valente e rispettato chirurgo di nome Keresztes,
aveva informato i genitori. Si aspettava grida, proteste, un
collasso, ma la madre si era alzata dalla sedia e aveva tranquillamente
spiegato che il figlio non poteva essere morto. Aveva
mostrato a Keresztes il maglione che aveva appena confezionato
per il ragazzo: la lana era stata immersa in un pozzo di Szentgotthrd
dove il volto della Beata Vergine era apparso per tre
volte. Aveva appena chiuso l'ultima maglia quando era entrato
il chirurgo. Dovevano permetterle di posare il maglione sul figlio;
non era morto, dormiva profondamente mentre la Vergine
lo vegliava. Quando Keresztes aveva cominciato a spiegarle
perch era morto e perch era impossibile che guarisse, il padre
del ragazzo aveva minacciato di scannarlo col suo bisturi se non
avesse accontentato la moglie. Il chirurgo, stremato dal lungo
intervento, li aveva accompagnati al capezzale del figlio in una
stanza attigua alla sala operatoria e aveva lasciato Tibor di guardia
mentre facevano visita alla salma. La madre aveva appoggiato
il maglione sui rettangoli di benda del petto e iniziato a
dire il rosario. Ma la benedizione della Vergine non resuscitava
suo figlio. Il ragazzo giaceva inerte e arrivata all'ultimo grano
della coroncina la donna era parsa comprendere la situazione.
Suo figlio non c'era pi, era morto a Budapest dopo essere
scampato alla battaglia di Voronez; nulla lo avrebbe riportato
indietro. Quando un'infermiera era venuta a liberare la stanza
per un altro paziente, Tibor le aveva chiesto di lasciar rimanere
i genitori con il ragazzo finch lo desideravano. L'infermiera
aveva insistito che la stanza andava sgombrata; il nuovo paziente
sarebbe uscito dalla sala operatoria di l a un quarto d'ora.
I genitori del ragazzo, compreso di non avere scelta, si erano
trascinati verso la porta. Sulla soglia, la madre aveva messo il
maglione nelle mani di Tibor. Doveva prenderlo, aveva detto,
perch a suo figlio non serviva pi.
Tibor apr la cartella di cuoio e tir fuori il maglione, di lana
grigia lavorata a maglie fitte e regolari. Se lo mise sulle ginocchia
e lo lisci. Sai qual  stata la cosa peggiore? disse.
Uscendo dalla stanza, Keresztes mi ha guardato e ha alzato
gli occhi al cielo. Che stupidi questi fanatici. So che la madre
lo ha visto Appoggi il mento sulla mano, guardando
Andrs con un'espressione cos addolorata da fargli venire un
nodo in gola. Il peggio  stato che Keresztes aveva tutta la
mia solidariet. Invece di volergli spappolare la faccia perch
aveva alzato gli occhi al cielo in un momento simile, ho pensato
soltanto: Oddio, quanto ci vorr? Quanto ci metteremo a
farli andar via di qua?
Andrs pot solo annuire comprensivo. Sapeva che Tibor
non aveva bisogno di essere rassicurato sul fatto che era un
brav'uomo, che in circostanze diverse la sua solidariet sarebbe
andata ai genitori anzich allo stremato chirurgo. Lui e il
fratello avevano una perfetta comprensione reciproca dei loro
pensieri e della loro vita interiore. Bastava gi che fosse stato
ad ascoltarlo. Un lungo silenzio scese fra loro mentre bevevano
la birra. Poi Tibor parl di nuovo: Mi  arrivata una bella
notizia mentre uscivo dall'ospedale, disse. L'ha sentita
un'infermiera alla radio. I generali del massacro nel Dlvidk,
Feketehalmy-Czeydner e gli altri, entreranno in carcere luned
prossimo. Feketehalmy-Czeydner  stato condannato a quindici
anni, se non sbaglio, e gli altri all'incirca alla stessa pena.
Speriamo che marciscano in prigione.
Andrs non ebbe cuore di raccontargli l'epilogo di quella storia.
Lo aveva sentito poco prima che Tibor arrivasse in redazione:
Feketehalmy-Czeydner e tre altri ufficiali condannati per la
strage nel Dlvidk, davanti alla prospettiva di una lunga pena
detentiva, erano fuggiti quel giorno stesso a Vienna, dove erano
stati visti cenare in una famosa birreria assieme a sei ufficiali
della Gestapo. Il corrispondente viennese del Kurir si era
trovato abbastanza vicino per osservare che i suddetti signori
stavano mangiando salsicce di vitello con peperoni e brindando
alla salute del comandante supremo del Terzo Reich. Si diceva
che il Fhrer in persona avesse garantito loro asilo politico. Ma
Tibor lo avrebbe letto di l a poco sui giornali. Per il momento,
pens Andrs, gli avrebbe lasciato un po' di pace, sempre che
fosse la parola adatta.
Che marciscano in prigione, disse levando il bicchiere.


xxxxxxxxxx


Note.
3. In realt il forint  l'unit monetaria ungherese istituita solo nel 1946 [N. d. R.].
...
.
...
CAPITOLO 38.
...
.
...
Occupazione.
...
.
...
Nel marzo del 1944, non molto dopo che Klra aveva scoperto
di essere di nuovo incinta, i giornali scrissero che Horthy
era stato convocato da Hitler al castello di Klessheim. Lo accompagnavano
il nuovo ministro della Difesa, Lajos Csatay,
che aveva sostituito Vilmos Nagy; e Ferenc Szombathelyi,
il capo di Stato maggiore. Il primo ministro Kllay dichiar
ai quotidiani che la nazione magiara poteva essere ottimista:
Hitler voleva discutere il ritiro delle truppe ungheresi dal
fronte orientale. Tibor ipotizz che quella svolta avrebbe
potuto riportare a casa Mtys, finalmente, quando nient'altro
c'era riuscito.
La sera della conferenza di Klessheim, Andrs e Jzsef andarono
all'Ananas, il locale notturno nei pressi di Vrsmarty tr
dove un tempo Mtys aveva ballato su un pianoforte bianco.
Il piano era ancora l; lo suonava Berta Trk, una vecchia gloria
del vaudeville con un'acconciatura a spire che ricordava una
Medusa di Beardsley. Jzsef aveva tinteggiato una casa ed era
stato pagato in biglietti per lo spettacolo. Da adolescente aveva
venerato Berta Trk e adesso, incapace di resistere all'occasione
di vederla, aveva insistito perch Andrs lo accompagnasse. Gli
prest uno smoking di seta e ne indoss uno che si era portato
da Parigi cinque anni prima. Per madame Trk aveva preso un
bouquet di rose rosse di serra che doveva essergli costato met
di quanto guadagnava in una settimana. Lui e Andrs si sedettero
vicino al palco e bevvero l'elisir della casa, un cocktail di
rum e cocco, in bicchieri alti e stretti. Berta sciorinava le sue
spiritose allusioni con una voce bassa che sapeva di miele grezzo,
alzando e abbassando le sopracciglia come la vamp di un
cartone animato. Ad Andrs piaceva l'idea che Jzsef da adolescente
avesse scelto quello strano oggetto del desiderio piuttosto
che una bellezza algida e muta del cinematografo. Ma si
scopr insofferente alle battute di Berta; pensava a Mtys, gli
sembrava di vederlo in ogni angolo della sala: mentre batteva
un ritmo jazz sul bancone del bar, o stava mollemente appoggiato
al piano, o ballava sul palco un forsennato tip tap alla Fred
Astaire. Nell'intervallo, usc dal locale per snebbiarsi la mente.
Era una notte fredda e umida, le strade brulicavano di gente
a caccia di divertimento. Un terzetto di ragazze profumate gli
pass velocemente accanto, con i tacchi che ticchettavano e le
giacche da sera svolazzanti; dalla tenda di velluto all'ingresso
di un locale jazz filtrava Bei Mir Bist Du Schn. Andrs alz lo
sguardo oltre il cornicione arabescato del palazzo, fino al cielo
illuminato da una luna ovoidale su cui fili di nuvole tracciavano
frasi illeggibili. Pareva cos vicina che avrebbe potuto allungarsi
a prenderla in mano.
Avete da accendere? gli domand un uomo.
Andrs batt le palpebre, stacc gli occhi dalla luna e fece di
no con la testa. L'uomo, un giovane soldato bruno con l'uniforme
dell'esercito ungherese, chiese un fiammifero a un passante
e accese prima la sigaretta del suo amico, poi la propria.
 vero, dammi retta, fece l'amico. Se Markus dice che
ci sar l'occupazione, ci sar l'occupazione.
Tuo cugino  un fascista. Niente gli piacerebbe pi di un'occupazione
nazista. Ma non sa quello che dice. Horthy e Hitler
stanno trattando proprio ora, mentre noi parliamo.
Appunto! E un diversivo.
Chiunque aveva una teoria; chiunque fosse tornato vivo dal
fronte orientale pensava di sapere come sarebbe proseguita la
guerra, su grande e piccola scala. Ogni teoria sembrava altrettanto
plausibile o campata in aria; ogni stratega militare dilettante
credeva fermamente di essere l'unico in grado di mettere ordine
nel caos della guerra. Andrs e Tibor, Jzsef e Polaner, erano
tutti colpevoli di coltivare quell'illusione. Ciascuno aveva la sua
serie di ipotesi, e ciascuno credeva che gli altri si sbagliassero
di grosso. Per quanto tempo, si domandava Andrs, avrebbero
continuato a costruire tesi basate sulla logica, quando la guerra,
la logica, la sfidava continuamente? Per quanto tempo avrebbero
continuato a parlare prima di restare senza parole? Poteva
anche essere vero che i tedeschi stessero occupando l'Ungheria
proprio in quel momento, poteva essere vera qualunque
ipotesi, nessuna esclusa. Poteva anche essere che Mtys stesse
saltando gi da un vagone merci alla stazione Keleti, buttandosi
lo zaino in spalla e incamminandosi verso l'appartamento
di Nefelejcs utca.
Annebbiato dal rum al cocco, Andrs rientr nel locale e in
qualche modo raggiunse il tavolo sotto il palco, dove Jzsef aveva
attirato l'attenzione di madame Turk e faceva il galante. A
quanto pareva, la signora si stava congedando per quella sera;
aveva ricevuto una notizia urgente che la costringeva ad andarsene
subito. Accett il baciamano di Jzsef, si infil una delle
sue rose dietro l'orecchio e usc di scena in un baleno.
Che notizia? domand Andrs quando se ne fu andata.
Non ne ho la pi pallida idea, disse Jzsef, in brodo di
giuggiole. Volle a tutti i costi fare un altro giro di cocktail prima
di andare; sarebbero tornati a casa in taxi, sugger. Ma quando
Andrs gli ricord quanto aveva gi speso quella sera, Jzsef
si lasci portare alla fermata in Vmhz krut, dove una folla
schiamazzante si era raccolta in attesa del tram.
A quel punto sembrava che tutti avessero sentito le stesse
voci: un convoglio di SS, circa cinquecento o mille uomini,
era arrivato a una stazione vicino alla capitale e si era messo in
marcia verso est; presto avrebbe varcato i confini della citt.
Si diceva che divisioni tedesche corazzate e motorizzate fossero
penetrate in Ungheria da ogni direzione; gli aeroporti di
Ferihegyi e Debrecen erano stati occupati. Quando il tram arriv,
la bigliettaia dichiar forte e chiaro che se un soldato tedesco
si fosse azzardato a salire sul suo tram gli avrebbe sputato
in faccia mandandolo a quel paese. Un urr sguaiato si lev dai
passeggeri. Qualcuno inton Isten, alcid meg a Magyart, poi tutti
gli andarono dietro cantando a squarciagola l'inno nazionale
mentre il tram percorreva Vmhz krut.
Andrs e Jzsef ascoltavano in silenzio. Se le voci erano vere,
se i tedeschi stavano occupando il paese, il governo di Kllay
non avrebbe superato la notte; Andrs immaginava benissimo
che tipo di regime lo avrebbe soppiantato. Erano sei anni che
lui e il resto del mondo prendevano lezioni dai tedeschi sull'argomento.
Ma quale poteva essere lo scopo dell'occupazione?
La guerra era bell'e persa, per la Germania. Lo sapevano tutti.
Su ogni fronte, le armate hitleriane erano sull'orlo del collasso.
Dove le avrebbe trovate, Hitler, le truppe necessarie a portare
a termine un'occupazione? L'esercito ungherese non avrebbe
accettato volentieri l'idea di un comando tedesco. Forse ci sarebbe
stata una resistenza armata, uno scatto di patriottismo. I
generali della Honvdsg non avrebbero mai ceduto senza lottare,
non dopo che Hitler aveva sacrificato cos tante vite ungheresi
sul fronte orientale.
Andrs e Jzsef scesero alla loro fermata, e rimasero a scrutare
la strada come in cerca di qualche segno della Wehrmacht.
Sembrava un sabato sera come tutti gli altri. I taxi saettavano
nei viali con il loro carico di nottambuli, i marciapiedi brulicavano
di gente in abito da sera.
Dobbiamo crederci? disse Andrs. Devo darle, a Klra,
notizie del genere?
Se sono vere, scommetto che l'esercito opporr resistenza.
Penso anch'io. Ma ammesso che succeda, quanto potr resistere?
Jzsef tir fuori il portasigarette; visto che era vuoto, estrasse
una sottile fiaschetta argentata dal taschino. Bevve un lungo
sorso, poi la offr ad Andrs.
Lui scosse la testa. Ho bevuto anche troppo, disse, e si
avvi verso casa. Percorsero Wesselnyi fino a Nefelejcs utca,
poi svoltarono e si scambiarono una mesta buonanotte davanti
al portone, dandosi appuntamento al mattino dopo.
Di sopra, nell'appartamento buio, Tams aveva raggiunto
Klra a letto, la schiena premuta contro il ventre della madre.
Quando Andrs si sdrai con loro, il figlio si gir e gli si
spinse addosso, appiccicandogli il sedere alla pancia e i piedini
caldi alle cosce. Klra sospir nel sonno. Andrs li circond
col braccio, sveglio come un grillo, e rest l per ore ad ascoltarli
respirare.
Alle sette del mattino dopo furono svegliati da qualcuno che
bussava. Era Jzsef, senza cappello n giacca, con le maniche
della camicia sporche di sangue. La Gestapo aveva appena arrestato
suo padre. La madre di Klra era svenuta e aveva battuto
la testa contro un parafuoco; Elza era sull'orlo di una crisi di
nervi. Andrs doveva andare subito a prendere Tibor e Klra
doveva seguire Jzsef.
Nella confusione che segu, Klra si mise a insistere che non
poteva essere stata la Gestapo, che Jzsef si sbagliava per forza.
Mentre si infilava gli stivali, Andrs dovette dirle che invece
poteva essere stata proprio la Gestapo, che gi dalla sera prima
giravano parecchie voci sull'occupazione tedesca. Poi corse da
Tibor, mentre lei si precipitava a casa dei suoi; un quarto d'ora
dopo erano tutti al capezzale della vecchia signora Hsz, che
aveva ripreso i sensi e voleva assolutamente raccontare quello
che era successo prima del suo svenimento. Due uomini della
Gestapo erano arrivati alle sei e mezzo, avevano tirato gi dal
letto Gyrgy, avevano sbraitato qualcosa in tedesco, infine lo
avevano caricato su un'autoblindo e portato via. A quel punto
lei aveva perso l'equilibrio ed era caduta. La vecchia signora
Hsz si tast il rettangolo di garza che copriva la ferita alla testa
causata dal parafuoco.
Perch Gyrgy? disse. Perch prendere proprio lui?
Che cosa ha fatto?
Nessuno seppe darle una risposta. Di l a poche ore vennero
a sapere di altri arresti: un ex collega di Gyrgy alla banca; il
vicepresidente ebreo di una societ di intermediazione finanziaria;
un importante scrittore di sinistra, non ebreo, che aveva
firmato un feroce pamphlet antinazista; tre dei consiglieri
pi stretti di Mikls Kllay; e un parlamentare liberale, Endre
Bajcsy-Zsilinszky, che aveva affrontato la Gestapo con una pistola
in pugno impegnandola in uno scontro a fuoco prima di
restare ferito ed essere portato via. Quella sera Jzsef si azzard
ad andare a raccogliere informazioni presso il carcere di Margit
krut, dov'erano rinchiusi i prigionieri politici, ma riusc solo a
sapere che il padre era sotto custodia tedesca e sarebbe rimasto
agli arresti finch non fosse stato dimostrato che non costituiva
una minaccia per l'occupazione.
Questo la domenica. Il luned tutti i cittadini ebrei di Budapest
ebbero ordine di consegnare radio e telefoni volontriamente,
fu la parola usata dai nazisti a un ufficio del ministero
della Difesa in Szabadsg tr. Il mercoled fu disposto
che ogni ebreo proprietario di un'automobile o una bicicletta
avrebbe dovuto venderla al governo per uso bellico vendere,
dicevano i nazisti, ma non davano soldi in cambio; distribuivano
buoni che, si scopr ben presto, non erano convertibili
in valuta vera. Il venerd tutta la citt era tappezzata di manifesti
che notificavano agli ebrei l'obbligo di indossare la stella
gialla entro il 5 aprile. Poco dopo cominci a circolare la voce
che le personalit ebraiche arrestate sarebbero state deportate
nei campi di lavoro in Germania. Klra and in banca a ritirare
i suoi ultimi risparmi, sperando di riuscire a corrompere qualcuno
per far rilasciare Gyrgy, ma scopr di poter prelevare al
massimo un migliaio di peng; tutti i conti intestati agli ebrei
erano stati congelati. Il giorno dopo una nuova disposizione tedesca
impose agli ebrei di consegnare oro e gioielli. Klra, sua
madre ed Elza diedero pochi oggetti di scarso valore, nascosero
le fedi nuziali e gli anelli di fidanzamento dentro una federa
in fondo alla madia e infilarono il resto nei sacchetti di velluto
che Jzsef port al carcere di Margit krut per perorare il rilascio
del padre. Le guardie gli confiscarono i gioielli, lo caricarono
di botte e lo scaraventarono in strada.
Il 20 aprile, Tibor perse il posto all'ospedale. Andrs e Polaner
furono licenziati dal Kurir e informati che non avrebbero
trovato lavoro in nessun quotidiano della citt. Jzsef, che non
era sotto padrone e veniva pagato in nero, continu a fare
l'imbianchino, ma la lista dei suoi clienti cominci ad accorciarsi.
La prima settimana di maggio comparvero cartelli nelle vetrine
di negozi e ristoranti, di caffetterie, cinema e bagni pubblici,
in cui si dichiarava che gli ebrei non erano i benvenuti. Un
pomeriggio Andrs, mentre tornava a casa dal parco insieme a
Tams, si ferm di botto sul marciapiede di fronte alla panetteria
del quartiere. In vetrina c'era un cartello praticamente
identico a quello che aveva visto nella panetteria di Stoccarda
sette anni prima. Stavolta per era scritto in ungherese, la sua
madrelingua, e quella era la sua via, la via in cui abitava con la
moglie e il figlio. Sentendosi mancare, si sedette sul marciapiede
con Tams, lo sguardo fisso sulla vetrina illuminata. Sembrava
tutto normale, all'interno: la ragazza con la cuffietta bianca, le
pagnotte e le paste lucide nell'espositore, l'insegna a ghirigori
dorati del negozio. Tams indic e disse il nome della pasta che
gli piaceva, makos keksz. Andrs dovette dirgli che, per quel
giorno, niente makos keksz. Quante cose erano vietate, tutt'a
un tratto. Perfino uscire era pericoloso. Il nuovo coprifuoco per
gli ebrei scoccava alle cinque e a non rispettarlo si rischiava di
essere arrestati o uccisi. Andrs tir fuori l'orologio da tasca del
padre, ormai lo conosceva come fosse una parte del suo corpo.
Le cinque meno dieci. Si alz in piedi e prese in braccio il figlio,
e quando arriv a casa Klra gli venne incontro sulla porta con
la cartolina di richiamo.
...
.
...
CAPITOLO 39.
...
.
...
Addio.
...
.
...
Stavolta erano insieme, Andrs, Jzsef e Tibor; Polaner fu
esonerato, grazie ai documenti d'identit e ai certificati medici
falsi. I battaglioni di lavoro erano stati ricostituiti, con l'aggiunta
di trecentosessantacinque compagnie. Siccome abitavano nello
stesso quartiere, Andrs, Jzsef e Tibor furono tutti e tre assegnati
alla compagnia 59 della decima divisione. La loro partenza
fu come un funerale in cui i defunti, i tre ragazzi, vennero riempiti
dell'occorrente per l'altro mondo. Tutto il cibo che potevano
portare. Abiti caldi. Coperte di lana. Pillole di vitamine, rotoli di
garza e, nello zaino di Tibor, farmaci sottratti all'ospedale in cui
aveva lavorato. Prevedendo che li avrebbero richiamati, non si
era fatto scrupolo di mettere da parte fiale di antibiotici e morfina,
pacchi di materiale da sutura, aghi sterili, forbici e morsetti:
una serie di strumenti che pregava di non dover usare.
Klra non li aveva accompagnati alla stazione per la partenza.
Andrs l'aveva salutata quel mattino a casa, nella loro stanza di
Nefelejcs utca. Le prime nove settimane della gravidanza erano
trascorse senza incidenti, ma alla decima erano cominciate nausee
violente che l'assalivano alle tre di notte e duravano quasi
fino a mezzogiorno. Quel mattino aveva sofferto per ore; Andrs
era rimasto con lei mentre, china sulla tazza, veniva presa
dai conati fino ad avere il viso rigato di lacrime. Klra lo aveva
supplicato di tornare a letto, di dormire un po' prima di affrontare
la tortura di quel viaggio, ma Andrs non aveva voluto,
non si sarebbe staccato da lei per niente al mondo. Alle sei del
mattino le forze di Klra crollarono. Tremando di stanchezza,
cominci a piangere fino a perdere la voce. Era intollerabile,
bisbigliava, impossibile, che un giorno Andrs fosse con lei sano
e salvo e quello dopo venisse portato via, verso l'inferno da cui
era tornato in primavera. Che le venisse dato e poi tolto, dato
e poi tolto, quando le era stato tolto gi cos tanto di quello
che aveva amato. Lui non ricordava di averla mai sentita ammettere
la sua paura, la sua desolazione, cos chiaramente. Anche
nei momenti peggiori a Parigi era riuscita a trattenersi; a
nascondergli una parte fondamentale del suo essere che aveva
dovuto tenere a freno per superare le prove dell'adolescenza, della
maternit precoce, della sua giovane e solitaria maturit di
donna. Dopo il matrimonio erano state le circostanze a imporle
di trattenersi. Ma adesso, resa vulnerabile dalla gravidanza,
con Andrs in procinto di partire e l'Ungheria nelle mani dei
nazisti, non aveva pi la forza di difendere il proprio riserbo.
Continu a piangere inconsolabile, incurante di chi potesse
sentirla. Mentre la cullava fra le braccia Andrs ebbe la sensazione
di guardarla piangere per lui, di essere gi morto e di
assistere al dolore di sua moglie. Le accarezz i capelli umidi
e la chiam e ripet il suo nome ancora e ancora, l, sul pavimento
del bagno, con la strana sensazione che ora fossero davvero
sposati, che quanto era esistito fra loro fosse stato solo la
preparazione a quel legame pi profondo e doloroso. Le baci
la tempia, lo zigomo, il bordo bagnato dell'orecchio. E pianse
anche lui, al pensiero di lasciarla sola ad affrontare i pericoli.
All'alba, quando avrebbe dovuto vestirsi, la port a letto e
scivol accanto a lei. Io non mi muovo di qui, disse. Dovranno
trascinarmi via.
Mi passer, cerc di rassicurarlo lei. Ci sar mia madre
con me. Ilana ed Elza. E Polaner.
Di' a mio figlio che gli voglio bene, disse Andrs. Diglielo
ogni sera Prese dal comodino l'orologio da tasca di
suo padre e lo premette nel palmo di Klra. Devi darlo a lui,
quando sar il momento.
No, disse lei. Non ce n' bisogno. Glielo darai tu stesso
Glielo rimise in mano. Poi venne mattina e lui dovette andar via.
Di nuovo i carri merci. Di nuovo l'oscurit e la pressione dei
corpi. Aveva accanto Jzsef, inevitabile; e Tibor, suo fratello,
quell'odore familiare come il loro letto da bambini. Stavolta viaggiavano
nel passato, verso Debrecen. Andrs sapeva esattamente
quale paesaggio scorreva fuori: le colline che si stemperavano in
pianure, i campi, le fattorie. Ma ora i campi, quando non erano
incolti, erano coltivati dalle compagnie del Munkaszolglat; i
contadini e i figli erano tutti in guerra. I pazienti cavalli si adombravano
alle voci sconosciute dei nuovi padroni. I cani abbaiavano
agli estranei, senza mai abituarsi al loro odore. Le donne
guardavano i lavoratori con sospetto e tenevano le figlie dentro
casa. Magld, Tpigyrgye, jszsz, quei paesini con una sola
strada e le stazioni ancora con i gerani alle finestre: li avevano
lasciati senza uomini, n cristiani in et di leva, n ebrei in et
da servizio di lavoro, e presto li avrebbero lasciati senza abitanti
ebrei. Erano gi cominciati i concentramenti e le deportazioni.
Le deportazioni: quando Horthy aveva promesso che non sarebbero
mai avvenute. Adesso il primo ministro era Dme Sztjay,
che faceva solo come dicevano i tedeschi. Concentrare gli ebrei
dei villaggi nei ghetti delle citt. Contarli accuratamente. Compilare
liste. Informarli che avrebbero partecipato a un grande
progetto lavorativo a est; promettere di reinsediarli altrove, una
vita migliore. Invitarli a preparare una sola valigia. Portarli allo
scalo ferroviario. Caricarli sui treni. I treni partivano ogni giorno
per l'ovest, tornavano vuoti e venivano riempiti di nuovo; un
indicibile terrore avvolgeva coloro che restavano e aspettavano.
I pochi, come Polaner, che erano gi stati nei campi tedeschi e
ne erano usciti vivi, sapevano che non ci sarebbe stato nessun
nuovo insediamento. Sapevano lo scopo di quei campi; sapevano
qual era il prodotto del grande progetto lavorativo. Raccontavano
la loro versione e non venivano creduti.
Per Andrs, Tibor e Jzsef, il viaggio di quattro ore per
Debrecen dur tre giorni. Il treno si fermava alle banchine dei
paesi; certe volte sentivano che venivano aggiunti altri vagoni,
altri lavoratori ad alimentare il motore a combustione della
guerra. Niente cibo n acqua tranne quello che avevano portato.
Nessun posto per liberarsi tranne il bidone in fondo al
carro. Molto prima dell'arrivo a Debrecen, Andrs riconobbe
lo scambio di binari che segnalava l'entrata in stazione. Gli
occhi di Tibor incontrarono i suoi nella penombra e li fissarono.
Andrs sapeva che stava pensando ai genitori, che avevano
sopportato tante partenze e gi perso un figlio mentre gli
altri due viaggiavano di nuovo verso il fronte. Due settimane
prima, Bla e Flra erano stati rinchiusi in un ghetto che per
combinazione comprendeva anche l'edificio in cui abitavano
in Simonffy utca. Non c'era stato modo n tempo di salutarsi.
Ora Andrs e Tibor erano alla stazione di Debrecen, a meno
di un quarto d'ora a piedi dal ghetto, se ci fosse stata la possibilit
di scendere dal treno e attraversare la citt senza essere
uccisi a colpi di pistola.
Il vagone sost sui binari di Debrecen per tutta la notte.
Andrs non riusciva a controllare l'orologio del padre, era troppo
buio; non c'era modo di stabilire quanto fosse tardi, quante
ore mancassero al mattino. Non riuscivano a capire se sarebbero
partiti quel giorno o rimasti nel buio fetido ad aspettare
che venissero aggiunti nuovi vagoni e caricati altri uomini. Si
sedevano a turno; si appisolavano e si svegliavano. Poi, nell'ora
pi silenziosa della notte, udirono dei passi sulla ghiaia. Non la
camminata pesante delle guardie, ma passi esitanti; infine un
bussare sommesso sul fianco del vagone.
Fredi Paszternk?
Gza Mohr?
Semyon Kovcs?
Nessuno rispose. Adesso erano tutti svegli, tutti impietriti dalla
paura. Se quelle persone fossero state sorprese a cercare i parenti,
sarebbero state uccise. Tutti conoscevano le conseguenze.
Dopo un momento i passi proseguirono. Si avvicinarono altre
persone. Rubin Gold? Gyrgy Toronyi? I nomi si susseguivano
costanti; da un vagone vicino si udirono voci sommesse ed
emozionate: qualcuno aveva trovato chi stava cercando. Poi,
alla nuova ondata di nomi: Andrs Lvi? Tibor Lvi?
I due fratelli si precipitarono sul lato del vagone e chiamarono
i genitori sottovoce: anyu, apu. Le forme diminutive che
usavano da piccoli. Andrs e Tibor resi bambini in quella circostanza
estrema dall'assurda vicinanza e irraggiungibilit di
Flra, la madre; di Bla, il padre. Gli uomini nel vagone merci
si scostarono per lasciare spazio ai due fratelli, un briciolo di
intimit in quel carnaio.
Andi! Tibi! La voce della madre, piena di un dolore e
un sollievo disperati.
Come avete fatto ad arrivare qui? chiese Tibor.
Tuo padre ha pagato un poliziotto, rispose la madre. Siamo
venuti con la scorta ufficiale.
State bene, ragazzi? Di nuovo la voce del padre, che faceva
una domanda di cui conosceva gi la risposta, e alla quale
Andrs e Tibor poterono solo far seguire una bugia. Sapete
dove vi stanno mandando?
No.
C'era poco tempo per parlare. Poco tempo per fare quel che
erano venuti a fare. Alle sbarre dell'unico finestrino in alto apparve
un pacco, legato a un gancio di metallo con un pezzo di
spago marrone. Il pacco, troppo grande per passare fra le sbarre,
fu riabbassato e scomposto nei suoi vari pezzi. Due maglioni di
lana. Due sciarpe. Pacchetti di cibo incartati stretti. Un fascio
di banconote: duemila peng'. Come li avevano messi da parte?
Come li avevano tenuti nascosti? E due paia di scarponi, a cui
dovettero rinunciare; non c'era modo di infilarli tra le sbarre.
Poi di nuovo la voce del padre, che recitava una preghiera
per il viaggio.
Flra e Bla si affrettarono verso casa per le strade buie, ognuno
con un paio di scarponi in braccio. Li seguiva, tenendoli per
le spalle come due malfattori, il poliziotto corrotto, un ex socio
del circolo degli scacchi di Bla, che li aveva fatti uscire alla
chetichella da una cantina che univa due edifici, uno dentro e
l'altro fuori dal ghetto. C'era chi era uscito allo stesso modo tornando
sano e salvo, chi non era tornato n si era pi fatto vivo.
Erano alla completa merc di quel poliziotto con cui Bla aveva
giocato qualche partita a scacchi e bevuto qualche birra. Ma
non avevano paura di ci che poteva succedere adesso, di essere
consegnati a un agente della polizia di Debrecen meno comprensivo;
avevano portato i viveri, i maglioni, i soldi, avevano
scambiato qualche parola con i ragazzi, li avevano benedetti, il
resto cosa importava? Che peccato se li avessero sorpresi con i
pacchi, ma erano stati fortunati; non girava nessuno in strada
quando erano usciti dal ghetto. Gli informatori di Bla, un caposcalo
ferroviario, sua conoscenza di vecchia data, e Rudolf il
barista, si erano rivelati affidabili. Il treno era l, proprio dove
previsto, mentre le guardie dello scalo facevano bisboccia con la
birra fornita da Rudolf. Il barista si ricordava di Andrs, della
sera in cui era andato in birreria e aveva litigato con il padre
a proposito di Klra. Che lusso, pens Bla il Fortunato, avere
tempo e voglia di litigare. Aveva ammirato il figlio per aver difeso
a spada tratta la scelta di Klra. Tra l'altro non si sbagliava:
Klra era fatta apposta per lui, proprio come Flra per Bla.
Fortunato. S, era stato fortunato, anche adesso. Flra era l,
al suo fianco, con la mano del poliziotto sulla spalla: sua moglie,
la madre dei suoi figli, disposta a rischiare la vita per loro nel
cuore della notte, malgrado le proteste del marito; contraria a
farlo andare da solo.
Alla fine il poliziotto li lasci nel cortile che conduceva alla
cantina. Con antiquata e incongrua gentilezza, tenne aperta la
porta mentre entravano nel tunnel per tornare a quelle vite rinchiuse.
Poco dopo arrivarono a destinazione e salirono le scale
verso il loro appartamento, dove si spogliarono al buio senza
dire una parola. Solo poche ore di sonno e poi si sarebbero
alzati per riprendere il tran tran circoscritto della giornata. A
letto Flra si tir la coperta fino al mento e lanci un sospiro.
Di pi non potevano dire, non potevano fare. I loro ragazzi, i
loro bambini. I tre piccolini, come li avevano sempre chiamati.
I tre piccolini alla deriva nel continente, come barche di legno.
Flra si gir e pos la testa sul petto di Bla il Fortunato, che
le accarezz i capelli d'argento.
Per qualche altra settimana avrebbero diviso quel letto mentre
gli ebrei dell'Hajdu venivano ammassati a Debrecen. Poi,
un mattino di giugno inoltrato, mentre il nasturzio rampicante
schiudeva le corolle in veranda e le capre bianche belavano in
cortile, avrebbero disceso quelle scale, con un'unica valigia a
testa, e insieme ai vicini avrebbero varcato i cancelli del ghetto,
attraversando le familiari strade cittadine fino al mattonificio
Serly a ovest della citt, dove sarebbero stati caricati su
un treno quasi identico a quello che aveva portato i loro figli
chiss dove. Il treno si sarebbe diretto a ovest, attraversando
le stazioni con i davanzali pieni di gerani, e avrebbe proseguito
per Budapest. Poi avrebbe puntato dritto a nord, sempre pi
a nord, fino a quando i suoi sportelli non si sarebbero spalancati
ad Auschwitz.
Il treno che portava Andrs, Tibor e Jzsef punt a est, verso
la frontiera del paese. L, in una citt della Rutenia carpatica
che avrebbe cambiato nome due volte mentre entrava di nuovo
a far parte della Cecoslovacchia prima e dell'Unione Sovietica
poi, le guardie armate li scortarono in un campo a tre chilometri
dal fiume Tibisco. Il loro compito sarebbe stato caricare
legname sulle chiatte che avrebbero attraversato l'Ungheria
fino all'Austria. Li assegnarono a una baracca senza finestre
con cinque file di brandine a tre piani; all'esterno, lungo il lato
dell'edificio, c'erano degli acquai dove avrebbero potuto lavarsi.
Quella sera a cena bevvero del caff che non era caff,
mangiarono una minestra che non era minestra e ricevettero un
etto di pane sabbioso, che Tibor consigli di mettere da parte
per il giorno dopo. Era il 5 giugno, una sera mite, odorosa
di pioggia ed erba fresca. I combattimenti non avevano ancora
raggiunto il vicino confine. Dopo cena ebbero il permesso di
sedersi fuori; un uomo che aveva portato un violino suon una
melodia zigana mentre un altro cantava. Andrs non poteva sapere
nessuno lo avrebbe saputo, per mesi che in quella stessa
notte una flotta di navi alleate stava raggiungendo le coste
della Normandia, che migliaia di truppe stavano guadagnando
faticosamente la riva sotto una pioggia di proiettili. Anche se
lo avessero saputo, non avrebbero osato sperare che l'invasione
alleata della Francia potesse salvare una compagnia di lavoro
ungherese dagli orrori dell'occupazione tedesca, o tenere la
loro ansa del fiume al riparo dalle bombe mentre caricavano
le chiatte. Anche se avessero saputo dell'invasione, non avrebbero
cercato di dedurre una serie di circostanze a partire dalle
altre, di tracciare una linea netta di causalit fra una spiaggia
di Vierville-sur-Mer e un campo di lavori forzati nella Rutenia
carpatica. Conoscevano la loro situazione; sapevano di cosa essere
grati. Quella notte, quando si stese sulla branda, con Tibor
sopra e Jzsef sotto, Andrs pens soltanto: oggi almeno siamo
insieme. Oggi siamo vivi.
...
.
...
CAPITOLO 40.
...
.
...
Incubo.
...
.
...
In fondo, a stupirlo di pi non era l'enormit degli eventi
quella era impossibile da accettare: le centinaia di migliaia
di morti nella sola Ungheria, e i milioni in Europa ma la piccolezza
straziante, la punta di spillo su cui ogni vita si reggeva
in equilibrio. La minima cosa poteva far pendere la bilancia da
un lato o dall'altro: i pidocchi del tifo, le poche gocce d'acqua
rimaste nella borraccia, qualche briciola di pane in tasca. Il 10
gennaio, all'alba fredda e caotica del 1945, Andrs era steso
sul pavimento di un vagone merci, in un campo di quarantena
ungherese a pochi chilometri dal confine austriaco. Erano vicini
a Sopron, la citt famosa per la chiesa della Capra. Un vago
ricordo d'infanzia una lezione di storia dell'arte, un maestro
coi capelli bianchi e baffi che sembravano le ali disincarnate di
una colomba, un'immagine del coro in legno intarsiato dove
Ferdinando III era stato proclamato re d'Ungheria. Secondo
la leggenda, una capra aveva dissotterrato in quel luogo un antico
tesoro, poi riseppellito quando avevano edificato la chiesa,
dedicandola alla Vergine. E cos da qualche parte in collina,
sotto l'edificio sacro del quale lui, da dov'era sdraiato, vedeva
la guglia scura, ammuffiva un antico tesoro; e l, nel campo di
quarantena, tremila uomini stavano morendo di tifo. Andrs
era febbricitante, al culmine di una vertigine tumultuosa che i
suoi pensieri attraversavano in costume carnevalesco. Gli avevano
detto, ricordava vagamente, che chi era in quarantena doveva
ritenersi fortunato. I non infetti li avevano mandati oltre
il confine austriaco nei campi di lavoro.
Alcuni fatti riusciva a coglierli. Contava quelle certezze come
biglie in un sacchetto, ciascuna con una spirale color sangue
o mare. Si trovavano su un'ansa del Tibisco che era stata
bombardata. Era successo a fine ottobre, in una notte di caldo
fuori stagione, quasi cinque mesi dopo l'arrivo al campo. Ricordava
di essersi rannicchiato nel buio con Tibor e Jzsef, i
muri che tremavano mentre le onde d'urto si propagavano nel
terreno; solo per quella che sembrava una grazia divina l'edificio
era rimasto in piedi. Il crollo di un altro dormitorio aveva
schiacciato trentatre uomini. Sei barcaioli e mezza compagnia
di soldati ungheresi, che quella notte si erano accampati in riva
al fiume, avevano perso la vita. I sopravvissuti della compagnia
55 erano fuggiti a ovest, precedendo l'Armata rossa. Per settimane
le guardie li avevano trascinati di citt in citt, facendoli
sostare nei capanni o nei fienili delle fattorie oppure nei campi,
mentre la guerra avanzava e divampava rumorosamente, sempre
a qualche chilometro di distanza. Ormai l'Ungheria era caduta
in mano alle Croci frecciate. Horthy si era rivelato un osso
duro per i tedeschi; dietro insistenza degli Alleati aveva bloccato
le deportazioni degli ebrei, e l'11 ottobre aveva negoziato
in segreto una pace separata con il Cremlino. All'annuncio
dell'armistizio qualche giorno dopo, Hitler lo aveva costretto
ad abdicare ed esiliato in Germania con la famiglia. La tregua
era stata annullata. Adesso il primo ministro era Ferenc Szlasi,
capo delle Croci frecciate. La notizia aveva raggiunto gli
ausiliari del Munkaszolglat sotto forma di nuove disposizioni:
da quel momento in poi non sarebbero pi stati trattati come
lavoratori coatti, ma come prigionieri di guerra.
Questi fatti li ricordava nei particolari. Pi confusi erano
quelli avvenuti da l in poi. Nella nebbia della febbre provava
di continuo a ricordare che cosa fosse successo a Tibor. Ricordava
di essere fuggito, in una luminosa giornata di qualche settimana
o mese prima, con il fratello e Jzsef lungo una strada
a ovest di Trebisov, inseguito dal fuoco e dal rumore dei carri
armati russi. Si erano separati dal resto della compagnia; Jzsef
si era ammalato e non riusciva a stare in piedi. Jeep e autoblindo
tedesche sfrecciavano accanto a loro. Alle spalle avevano
un terremoto che li incalzava: i russi nelle loro fortezze rombanti,
con le armi che scintillavano. Mentre scappavano lungo
la strada, Jzsef era stato investito da un'autoblindo tedesca e
scagliato in un fosso, la gamba piegata a formare un angolo a
causa della febbre, Andrs brancol alla ricerca della parola
giusta non realistico. Non era realistico; non rappresentava la
vita. Una gamba non si piegava in quel modo n in quel verso,
rispetto al resto del corpo. Quando Andrs lo raggiunse, Jzsef
aveva uno sguardo stupito e il respiro affannoso; pareva in
uno stato di strana esultanza, come se gli avessero dato ragione
su un punto che sosteneva inutilmente da anni. Tibor gli si
inginocchi accanto e gli pos con prudenza una mano sulla
gamba, e Jzsef emise un verso indimenticabile: un grido stridulo
su tre toni che sembr incrinare la volta del cielo. Tibor
si ritrasse e guard Andrs disperato: non aveva pi morfina,
le scorte raccolte a Budapest ormai erano esaurite. Dopo quelli
che sembrarono pochi minuti apparve un furgone verde oliva,
con le bandiere della Wehrmacht austriaca che sventolavano
sui paraurti e una croce rossa dipinta sulla fiancata. Andrs si
strapp la fascia gialla della manica e fece altrettanto con quelle
di Jzsef e Tibor; adesso non erano che tre uomini in un fosso,
senza identit. Arrivarono dei medici austriaci, li ritennero tutti
e tre bisognosi di cure immediate e li caricarono sul furgone.
Poco dopo percorrevano la strada a una velocit incredibile ancora in fuga dai russi alle loro spalle, immagin Andrs. Poi
ci fu uno scoppio assordante, un'esplosione inaudita. Il telo del
furgone fu strappato via, il pavimento divent il soffitto, uno
pneumatico descrisse un arco su uno sfondo di nubi. La scossa
dell'impatto. Un silenzio vibrante. Da qualche parte l vicino,
Jzsef chiamava suo padre. Tibor era in piedi fra steli secchi di
granturco, illeso, e si spazzolava la neve dalle maniche. Andrs,
un dolore bianco e selvaggio al fianco, giaceva in un solco del
campo e fissava il cielo, un blu altissimo, lattiginoso e sconfinato
sopra di lui. Nel ricordo c'era una nuvola a forma di Panthon,
si indovinavano le colonne e la cupola. Dopo un attimo il blu
lattiginoso e la cupola scomparvero nell'abbraccio dell'oscurit.
Pi tardi, quando apr gli occhi, ebbe una visione cos abbagliante
da convincersi di essere morto. Pareti candide come
neve, un letto candido come neve, tende candide come neve,
un cielo candido come neve fuori dalla finestra. Alla fine comprese
di essere in ospedale, sotto il peso doloroso di una sottile
coperta di cotone. Un medico dal nome jugoslavo, Dobek, gli
tolse il bendaggio che gli fasciava un fianco ed esamin una ferita
rossa e slabbrata che si estendeva da sotto l'ultima costola
fino all'ombelico. Quando la vide Andrs fu preso da una tale
nausea che si guard intorno spaventato alla ricerca di una
padella; muoversi gli provoc un dolore lancinante all'interno
della ferita. Il medico lo preg di stare fermo in una lingua
sconosciuta, ma Andrs cap lo stesso. Si appoggi al cuscino
e cadde in un sonno senza sogni. Quando si svegli, Tibor era
seduto accanto al suo letto, gli occhiali intatti, il viso pulito, i
cenci del servizio di lavoro sostituiti da un pigiama di cotone.
Andrs era stato ferito, spieg il furgone della Croce Rossa
era finito su una mina e avevano dovuto operarlo d'urgenza.
Aveva la milza danneggiata e l'intestino tenue reciso fino all'ileo
terminale; adesso per era tutto a posto e lui si stava riprendendo
bene. Dov'erano? A Kosice, in Slovacchia, all'ospedale cattolico
di Santa Elisabetta, gestito dalle suore locali. E dov'era
Jzsef? In convalescenza in un vicino reparto; si era rotto una
gamba e aveva subito un'operazione complicata.
Rimasero in quell'ospedale slovacco per un numero indefinito
di settimane, Andrs a guarire dalla terribile ferita al fianco,
Jzsef dalla frattura complessa, mentre poco lontano infuriava la
guerra. Tibor andava avanti e indietro. Aiutava suore e medici,
lavorava con loro, li assisteva nelle operazioni, smistava i pazienti
appena arrivati. Era esausto, incupito dalla vista di corpi
straziati da bombe e proiettili, ma aveva un'espressione calma e
ferma: faceva quello per cui aveva studiato. I russi avanzavano,
disse ad Andrs, lentamente ma costantemente. Se l'ospedale
fosse sopravvissuto all'assalto furibondo della battaglia, forse
presto sarebbero stati tutti in salvo.
Poi, per, arrivarono i nazisti e lo sgombrarono. Usarono il
termine evacuare, ma il significato non era lo stesso per tutti.
In un luogo dove a nessun paziente era stato domandato di
quale religione fosse e non erano state fatte distinzioni fra gentili
ed ebrei, questi ultimi vennero identificati e raggruppati in
corridoio. Andrs e Tibor sostennero Jzsef uno per lato, nonostante
l'ingombro della gamba ingessata, e tutti e tre dovettero
marciare fino a un treno e salire in un vagone merci. E di nuovo
partirono per l'ignoto, verso sudovest stavolta, verso l'Ungheria.
Per quasi una settimana viaggiarono attraverso il paese. Tibor
cercava di indovinare dove si trovavano dalle urla che sentiva
durante le soste del treno, o dal poco che scorgeva dal finestrino
dello sportello sprangato. Passarono per Alszsolca,
Mezkvesd, Hatvan; per un momento, sperarono con tutto
il cuore di girare verso sud e Budapest, ma il treno prosegui in
direzione di Vc. Varcarono il confine dalle parti di Esztergom
e costeggiarono a lungo il Danubio ghiacciato; infine superarono
Komrom, Gyr e Kapuvr, verso la frontiera occidentale.
Per tutto il tempo Tibor si prese cura di Andrs e Jzsef,
per proteggerne la delicata convalescenza. Quando Andrs vomitava
sul pavimento del vagone, Tibor lo ripuliva, e quando
Jzsef doveva usare il bidone in fondo al carro merci, Tibor lo
accompagnava e lo aiutava. Soccorreva anche gli altri pazienti,
molti dei quali stavano troppo male per capire quanto fossero
fortunati. Ma Tibor non poteva fare granch. Non c'erano n
cibo n acqua, e tanto meno bende pulite o medicinali. La sera
si premeva contro Andrs per scaldarlo e gli parlava sottovoce
all'orecchio, come per evitare a entrambi di impazzire. Ti
racconto una storia, diceva, come se Andrs fosse il figlio che
Tibor aveva lasciato a casa. C'era una volta un uomo che sapeva
parlare con gli animali. Ecco che cosa disse l'uomo. Ecco
che cosa dissero gli animali. Un forte, profondo prurito pervadeva
ogni centimetro del corpo di Andrs, persino all'interno
della ferita: i morsi dei pidocchi. Pochi giorni dopo spuntarono
i tentacoli della febbre.
Poi il treno si ferm, segno che avevano raggiunto il confine.
Li divisero di nuovo in due gruppi, a seconda che fossero
in grado o meno di attraversarlo. Quelli che avevano il tifo non
ne erano in grado. Li avrebbero messi in un campo di quarantena
alla frontiera.
Ascoltami, Andrs, disse Tibor subito prima della selezione.
Adesso mi fingo malato. Non mi faccio mandare oltreconfine.
Resto con te nel campo di quarantena, capito?
No, Tibor. Se rimani, ti ammali di sicuro. Pensava a
Mtys, a quando era stato male tanto tempo prima, a quella
notte di disperazione nell'orto.
E se vado avanti?
Conosci un mestiere. Gli servi. Ti vogliono vivo.
Non gliene importa niente se conosco un mestiere. Resto
con te, Jzsef e gli altri.
No, Tibor.
S.
I vagoni merci diventarono le baracche del campo di quarantena.
Vennero lasciati alla stazione sui binari di smistamento:
file e file di vagoni, ciascuno con il proprio carico di morti
e moribondi. Ogni giorno i cadaveri venivano tirati gi e allineati
sotto i carri, sul terreno gelato; seppellirli era impossibile,
in quel periodo dell'anno. Andrs giaceva sul pavimento
del vagone con la febbre sempre pi alta, fluttuando solo pochi
centimetri al di sopra dei compagni morti. Erano mesi che non
aveva notizie di Klra, n modo di mandargliene. Forse il loro
secondogenito era gi nato, o forse no. Tams stava per compiere
tre anni. Forse li avevano deportati, o forse no. Perdeva
e riprendeva i sensi, capiva e non capiva, pensava e non pensava,
mentre suo fratello sgusciava fuori dal campo di quarantena
per andare a Sopron in cerca di cibo, farmaci, notizie. Ogni
giorno Tibor tornava col poco che riusciva a racimolare: aiutava
un farmacista che in cambio gli forniva piccole quantit di
antibiotici, aspirina e morfina e aveva una radio che captava
il notiziario della BBC. Da novembre Budapest era gravemente
minacciata. I carri armati sovietici stavano avvicinandosi da
sudovest. Hitler aveva giurato che li avrebbe respinti a ogni costo.
Le strade erano bloccate, le scorte di cibo e carburante in
esaurimento. La capitale aveva gi cominciato a patire la fame.
Tibor non avrebbe mai dato quelle brutte notizie ad Andrs,
ma lui lo sent parlarne con qualcuno fuori dal vagone; il suo
udito, affinato dalla febbre, coglieva ogni parola.
Capiva anche che lui e Jzsef stavano morendo. Flecktyphus,
continuava a sentire, e dizentria. Un giorno Tibor era tornato
dalla citt e lo aveva trovato a spartirsi una ciotola di fagioli con
Jzsef; erano riusciti a finirne met. Li aveva sgridati e aveva
gettato i fagioli dal vagone. Siete pazzi? Per la dissenteria,
non c'era niente di peggio che i fagioli mezzi crudi. C'erano uomini
che morivano dopo averli mangiati, ma nel campo di quarantena
non si trovava altro da mettere sotto i denti. Da quella
volta, Tibor diede ad Andrs e Jzsef solo l'acqua di cottura
dei fagioli, se possibile con dei pezzi di pane. In un'occasione,
pane con un bello strato di marmellata dal vago odore di petrolio.
Tibor spieg che nelle sue peregrinazioni si era imbattuto
in una fattoria colpita da un aereo e aveva trovato un barattolo
di confettura in cortile. Che fine aveva fatto il barattolo?, gli
chiesero. Rotto. Aveva portato la marmellata nel palmo della
mano per venti chilometri.
Mentre Jzsef migliorava grazie al cibo procurato da Tibor,
la febbre di Andrs aument. La diarrea lo attravers svuotandolo.
Lo scheletro della realt and in pezzi, il tessuto connettivo
si stacc dalle ossa.
Un costante odore di marcio che veniva da lui, lo sapeva.
Freddo.
Tibor che piangeva.
Tibor che diceva a qualcuno a Jzsef? che Andrs stava
per morire.
Tibor inginocchiato al suo fianco, a ricordargli che quel giorno
era il compleanno di Tams.
La decisione di non morire quel giorno, non al compleanno
di suo figlio.
Dalle viscere straziate, un germoglio di forza.
Poi, la mattina dopo, un gran caos nel campo di quarantena.
Il suono di un megafono. Un annuncio: chiunque fosse in grado
di lavorare sarebbe stato trasferito a Mrzzuschlag, in Austria.
Alcuni soldati perlustrarono i vagoni e spinsero i vivi sotto una
luce fredda e abbagliante. Un uomo in uniforme nazista trascin
fuori Andrs e lo butt sui binari. Dov'era Tibor? Dov'era
Jzsef? Andrs rest a terra, la guancia che bruciava sul metallo
del binario ghiacciato, troppo debole per muoversi, fissando la
ghiaia incappucciata di brina e i piedi che gli camminavano intorno.
Da qualche parte nelle vicinanze arriv un rumore di metallo
contro il terreno: uomini che scavavano. Sembr continuare
per ore. Andrs cap. Finalmente, la sepoltura dei morti. E lui
era l, in attesa di essere seppellito. Era morto, aveva varcato
la soglia. Chiss quando era successo. Si stup che fosse stato
tanto semplice. Non c'erano n vivi n morti; solo quell'incubo,
sempre, e quando la terra lo avesse ricoperto avrebbe ancora
sentito freddo e dolore, sarebbe soffocato in eterno. Un attimo
dopo lo afferrarono per i polsi e le caviglie e lo scagliarono
in aria. Un momento di leggerezza, poi la caduta. Un impatto
che avvert in ogni articolazione, nell'intestino devastato. Tanfo.
Sotto di lui, corpi di uomini. Intorno a lui, pareti di nuda
terra. Una palata di terra in faccia. Il sapore della terra, un sapore
uscito dall'infanzia. Continuava a togliersela dalla faccia,
ma continuava ad arrivarne. Lo spalatore, una sagoma nera e
vigorosa sull'orlo della fossa, prendeva e gettava terra da una
montagnola. Poi, per ragioni incomprensibili ad Andrs, si interruppe.
Un attimo dopo se n'era andato, dimentico del proprio
compito. E Andrs rimase sdraiato l, non vivo, non morto.
Una notte nella tomba spalancata, la terra per coperta.
Al mattino, qualcuno che lo tirava fuori.
Di nuovo il vagone. E adesso.
Adesso.
Accanto a lui, una scodella di fagioli. Moriva dalla voglia di
mangiarli. Invece si inclin la scodella verso la bocca e bevve
il liquido. A quel sorso sent le viscere sciogliersi, poi, sotto di
lui, calore.
Pass un altro giorno e venne il buio. Ancora una notte.
Qualcuno Tibor? gli vers un po' d'acqua in bocca; gli
and di traverso, inghiott. Al mattino strisci fuori dal vagone,
per sfuggire al proprio puzzo. Stranamente, si sentiva pi
lucido. Si ferm, si mise in ginocchio e infil una mano nella
tasca del cappotto, dove portava il pane all'epoca in cui c'era
pane da portare. Era polverosa di briciole. Si trascin fino a una
pozzanghera di neve sciolta dal sole. In una mano teneva le briciole.
Con l'altra a cucchiaio raccolse un po' d'acqua. Fece una
pasta fredda, si port la mano alla bocca, mangi. Era il primo
cibo solido in venti giorni, anche se non lo sapeva.
Pi tardi, si svegli nel vagone. Jzsef Hsz era chino su di
lui e lo incitava a mettersi seduto. Provaci, gli disse, sollevandolo
per le ascelle.
Andrs si tir su. Fu come se nere onde oceaniche gli si chiudessero
sopra la testa. Poi, miracolosamente, si ritirarono. Ecco
l'interno familiare del carro merci. Ecco Jzsef inginocchiato al
suo fianco, che gli reggeva la schiena con le mani.
Adesso devi alzarti, gli disse.
Perch?
Vengono a radunare un po' di uomini per formare delle
squadre di manodopera. Quelli non in grado di lavorare li passeranno
per le armi.
Andrs sapeva che non lo avrebbero scelto. Quasi non riusciva
a sollevare la testa. Poi gli venne in mente: Tibor?
Jzsef scosse la testa. Solo io.
Dov' mio fratello, Jzsef? Dov' mio fratello?
Gli servivano degli ausiliari come il pane, disse Jzsef.
Se uno si regge in piedi, lo prendono.
Chi?
I tedeschi.
Hanno preso Tibor?
Non lo so, Andrska, disse Jzsef con voce rotta. Non
so dove sia. Non lo vedo da giorni.
Fuori dal vagone, una voce tedesca ordin di mettersi sull'attenti.
Ci toccher camminare, disse Jzsef.
Gli occhi di Andrs si riempirono di lacrime: morire adesso,
dopo tutto quello che avevano passato. Ma Jzsef lo prese sotto
le ascelle e lo tir in piedi. Andrs gli cadde addosso. Jzsef
barcoll e url di dolore: la gamba rotta non aveva pi il gesso
e doveva essersi saldata solo in parte. Ciononostante, pass un
braccio intorno ad Andrs, lo guid verso lo sportello del vagone,
apr e scese con lui da una rampa sul terreno spoglio e gelido
dello scalo merci. Sottili lame di dolore gli si conficcarono nei
piedi, gli risalirono le gambe. Lungo la ferita dell'operazione al
fianco, un bruciore sordo e arancione.
Un ufficiale nazista si piazz davanti a una fila di ausiliari e
cominci a ispezionare i cappotti e i pantaloni sudici e laceri, i
piedi avvolti negli stracci. I piedi di Andrs e Jzsef erano nudi.
L'ufficiale si schiar la gola. Chi vuole lavorare faccia un
passo avanti.
Tutti gli uomini fecero un passo avanti. Jzsef tir Andrs,
che aveva le gambe molli e cadde carponi sul terreno brullo.
L'ufficiale gli si avvicin e si inginocchi; gli mise una mano
sulla nuca e si infil l'altra nella tasca del cappotto. Andrs immagin
la canna di una pistola, un rumore, un'esplosione di luce.
Vergognandosi, sent la vescica liberarsi.
L'ufficiale aveva tirato fuori un fazzoletto. Gli pul la fronte
e lo aiut a rialzarsi.
Vorrei lavorare, disse Andrs. Era riuscito a parlare in
tedesco: Ich mchte arbeiten.
E come? chiese l'ufficiale. Se non stai neanche in piedi.
Andrs lo guard in faccia. Sembrava affamato e cencioso
quasi quanto gli ausiliari; aveva un'et indefinibile. Le sue guance,
flaccide e arse dal vento, erano velate da una barba incolore.
Una piccola cicatrice ovale gli segnava la mascella. Se la gratt
con il pollice mentre contemplava Andrs.
Sta per arrivare un carro, disse infine. Verrai con noi.
Dove andiamo? os chiedere Andrs. Wohin gehen ivir?
In Austria. In un campo di lavoro. C' un medico che pu
aiutarti.
Ogni parola sembrava celare un terribile doppio senso. Un
campo di lavoro. Un medico che poteva aiutarlo. Andrs si appoggi
al braccio di Jzsef, si iss sui piedi nudi e si costrinse a
guardare il nazista negli occhi. Il nazista sostenne lo sguardo,
poi si gir di scatto e si allontan tra le file di vagoni. Stremato,
Andrs si fece sorreggere da Jzsef finch non arriv il carro.
Su un lato del carro, l'ufficiale nazista si stava affrettando
con un paio di stivali in mano. Aiut Andrs e Jzsef a salire
sul pianale, poi pos gli stivali in grembo ad Andrs.
Heil Hitler, disse, facendo il saluto mentre il carro partiva.
Cento volte avrebbe potuto essere la fine. Avrebbe potuto
essere la fine quando il carro arriv al campo di lavoro e gli
uomini subirono l'ispezione, se l'ispettore non fosse stato un
kap ebreo impietosito da Andrs e Jzsef e li avesse assegnati
a una brigata di lavoro invece di mandarli in infermeria, anche
se non si reggevano quasi in piedi. Avrebbe potuto essere la fine
il giorno in cui il loro gruppo di cento uomini non complet
la quota di lavoro assegnata: dovevano caricare cinquanta
pallet di mattoni sul pianale di alcuni carri e si erano fermati a
quarantanove; per punizione, le guardie selezionarono due uomini,
un farmacista di Budapest con i capelli grigi e un calzolaio
di Kaposvr, e li giustiziarono dietro la fabbrica di mattoni.
Avrebbe potuto essere la fine quando al campo fin il cibo,
se Andrs e Jzsef, scavando un fosso per farne una latrina, non
avessero trovato quattro barattoli sepolti nel terreno: un deposito
segreto di grasso d'oca, reliquia dell'epoca in cui il campo
era una fattoria e la moglie del contadino aveva previsto un periodo
di magra. Avrebbe potuto essere la fine se gli uomini al
campo avessero avuto il tempo di portare a termine il progetto,
un grande forno crematorio in cui i loro corpi sarebbero stati
bruciati dopo la camera a gas o la fucilazione. Ma non era la
fine. Il primo di aprile, mentre gli uomini stravolti e affamati
aspettavano di essere portati dal campo di adunata al mattonificio
per la giornata lavorativa, Jzsef tocc la spalla di Andrs
e indic una fila di veicoli che sfrecciavano sulla strada militare
dietro il recinto di filo spinato.
Visto? disse. Mi sa che oggi non si lavora.
Andrs alz gli occhi. Perch no?
Guarda. Jzsef indic una curva a est. Un insieme disordinato
di autoblindo tedesche e ungheresi sobbalzava sulla strada
dissestata. Alcune uscivano dalla carreggiata per passare, altre
si impantanavano nella melma o perdevano il controllo e cappottavano
nei fossi. Dietro le autoblindo, Andrs vide una fila
interminabile di carri armati pi lucenti e veloci sopraggiungere
a rotta di collo verso di loro: T-34 sovietici, come quelli che
aveva visto in Ucraina e nei Precarpazi. Ecco perch dei capisquadra
non c'era neanche l'ombra, sebbene fossero le sette e
mezzo: erano finalmente arrivati i russi, e tedeschi e ungheresi
si davano alla fuga. In quel momento l'altoparlante del campo
trasmise a tutti i detenuti l'ordine di tornare negli alloggi, radunare
le proprie cose e trovarsi al cancello in attesa di nuove
disposizioni. Ma Jzsef si sedette esattamente dov'era e incroci
le gambe.
Non vado da nessuna parte, disse. Non faccio un passo.
Se stanno arrivando i russi, io me ne sto qui ad aspettarli.
L'annuncio sollev un urlo tra i compagni, alcuni lanciarono
in aria il berretto. Rimasero nel campo di adunata a osservare le
guardie naziste e i capisquadra fuggire, chi a piedi, chi in jeep o
in camion. Nessuno sembrava far caso ai pochi uomini raggruppati
al cancello con le loro cose. L'altoparlante non trasmetteva
pi ordini; chiunque potesse darne se n'era andato. Alcuni detenuti
si nascosero nelle baracche, ma Andrs, Jzsef e molti altri
salirono su una collinetta a guardare lo scontro che si svolgeva
nei campi vicini. Un battaglione di carri armati tedeschi aveva
fatto inversione per affrontare i sovietici, e i cannoni latrarono
e ruggirono per ore. Per tutto il giorno fino a sera rimasero
a guardare e a fare il tifo per l'Armata rossa. Nel buio, spari e
cannonate creavano un'aurora nel cielo orientale. Da qualche
parte oltre quella luce color peonia c'era il confine ungherese,
e oltre il confine la strada per Budapest.
All'alba dell'indomani un distaccamento sovietico assunse il
comando del campo. I soldati indossavano giacche grigie e pantaloni
blu macchiati di fango. I loro stivali erano miracolosamente
intatti, le loro cinghie e cinture di cuoio lucidissime. Si
fermarono appena fuori dal cancello e il comandante diede un
annuncio al megafono, in russo. Gli uomini del campo avevano
previsto quel momento. Avevano fabbricato bandiere bianche
con la tela dei sacchi per il cemento, legandole a ramoscelli
di tiglio. Alcuni prigionieri che parlavano il russo, carpatici di
una citt slovacca di frontiera, si avvicinarono ai soldati tenendo
alti i rami. Non aveva senso, pens Andrs: quegli uomini
macilenti, traumatizzati e afflitti portavano bandiere di resa,
come se li si potesse scambiare per i loro aguzzini. I sovietici
avevano con s un carico di pane nero grezzo, che distribuirono
fra gli uomini. Ruppero le serrature dei magazzini dove prima
si approvvigionavano gli ufficiali del campo; dopo aver fatto
incetta di tutto quello che potevano caricare, lasciarono mano
libera ai prigionieri. Gli uomini cominciarono ad aggirarsi nei
magazzini come nel museo di un'epoca remota. Su quegli scaffali
c'erano lussi che non vedevano da mesi: salsicce e pere in
scatola; lunghe stecche di sigarette; mucchi di batterie e saponette.
Impacchettarono la roba in scampoli di tela o in sacchi
per il cemento vuoti, sperando di venderla o barattarla sulla
via di casa. Poi i sovietici li condussero a un campo di transito
a trenta chilometri da l, sul confine ungherese, dove vissero
per tre settimane in baracche sporche e sovraffollate prima di
ricevere i documenti di rilascio ed essere rimessi in libert. Erano
a duecentoquindici chilometri da Budapest. L'unico modo
per arrivarci era farsela a piedi.
Non si fidavano di nessuno e camminavano di notte, evitando
sia gli ultimi nazisti in fuga, che sparavano a qualunque
ebreo incrociassero, sia i liberatori sovietici, che girava voce
ti confiscavano i documenti di rilascio e ti spedivano nei
campi di lavoro in Siberia senza alcuna ragione. Andavano piano
a causa della gamba rotta di Jzsef, che non riusciva a fare
pi di dieci chilometri senza fermarsi per il dolore. Provenienti
dalla capitale, racconti spaventosi aleggiavano sulle colline
ondulate della regione transdanubiana: Budapest rasa al suolo
dai bombardamenti. Centinaia di migliaia di deportati. La carestia
invernale. La parte di mente che Andrs rivolgeva sempre
a Klra era ridotta a un grumo nodoso, simile a tessuto cicatriziale.
Si vietava di immaginare qualsiasi cosa non fosse il
lavoro che andava fatto in un preciso momento; si concentrava
sulla sopravvivenza. Si vietava di ricordare le prime settimane
dell'anno, quella macchia grigio-azzurra di orrore che era stato
il gennaio 1945. La ferita dell'operazione al fianco era guarita,
riducendosi a una cicatrice rosa e grinzosa; la milza danneggiata
e l'intestino squarciato avevano ripreso le loro invisibili funzioni.
Non pensava ai genitori, a Mtys; non pensava a Tibor,
scomparso chiss dove oltre la frontiera austriaca. Con Jzsef
accanto, dormiva nei fienili distrutti oppure si scavava un giaciglio
fra i covoni e si sdraiava in un buio che sapeva di dolce;
poi si svegliava all'incubo di essere sepolto vivo. Di notte camminavano
nella fitta boscaglia ai margini di una strada maestra
che andava verso Budapest. Una sera, quando si fermarono alla
porta di servizio di una villa per barattare sigarette tedesche
e batterie con uova e pane, vennero a sapere dalla cuoca che i
carri armati russi erano entrati a Berlino. La donna mostr loro
un cespuglio di lill sotto una finestra dove avrebbero potuto
nascondersi e origliare i programmi radio della sera. Tra i fiori
ascoltarono l'annunciatore della BBC descrivere gli avvenimenti
nella capitale tedesca. Per Andrs l'inglese era un intrico di
vocali secche e un fuoco di fila di consonanti, ma Jzsef lo capiva.
I russi, tradusse, avevano circondato il Reichstag, dove
Hitler aveva scelto di resistere a oltranza; nessuno aveva idea
di cosa stesse capitando l dentro.
Un mattino di pochi giorni dopo, mentre dormivano sotto una
vela ammuffita in una rimessa per le barche sul lago Balaton,
furono svegliati dalle campane. Ogni campana della citt vicina,
Sifok, suonava funesta, come per un'emergenza gravissima.
Andrs e Jzsef corsero fuori e videro un'attonita processione
di cittadini che si riversavano in strada muovendo verso il centro.
Seguirono la folla fino in piazza, dove il sindaco un vecchietto
smagrito dalla guerra con addosso una giacca sovietica
che gli stava grande sal la scalinata del palazzo di giustizia e
annunci che la guerra in Europa era finita. Hitler era morto.
La Germania aveva firmato la resa incondizionata a Reims. Il
cessate il fuoco sarebbe entrato in vigore a mezzanotte.
Dalla folla, un solo attimo di silenzio; poi scoppiarono boati
di gioia, i cappelli volarono in aria. Perch in quel momento
non sembrava importante che l'Ungheria avesse perso, che
la sua scintillante capitale sul Danubio fosse stata rasa al suolo
dalle bombe, che il paese fosse caduto in mano ai sovietici, che
il suo popolo non avesse niente da mangiare, che i suoi prigionieri
non fossero ancora tornati, che i suoi morti se ne fossero
andati per sempre. L'importante era che la guerra in Europa
fosse finita. Andrs e Jzsef si abbracciarono e piansero.
Sulle colline orientali di Buda erano apparse le prime foglie,
insensibili ai morti e a chi li piangeva. Ad Andrs i tigli e i platani
in fiore sembravano quasi osceni, fuori luogo, come ragazze in
abiti di batista trasparente a un funerale. Lui e Jzsef percorsero
le strade a est della collina del Castello, fra le macerie; arrivati
in cima si fermarono e rimasero a osservare in silenzio la citt.
Gli splendidi ponti sul Danubio il Margherita, il Ponte delle
Catene, l'Elisabetta, tutti quei ponti di cui Andrs conosceva
a memoria ogni centimetro, dal primo all'ultimo, fino a dove
riusciva a vedere erano distrutti, i cavi d'acciaio e i sostegni
di cemento inghiottiti dalla corrente color sabbia del fiume. Il
Palazzo Reale era stato bombardato e assomigliava a un pettine
sdentato, a un ornamento per capelli d'epoca romana portato
alla luce durante gli scavi di un'antica citt. Gli alberghi
sull'altra riva del fiume erano ridotti in macerie; sembravano
inginocchiati sull'argine in una supplica tardiva.
Ammutoliti e sconvolti, evitando di guardarsi, discesero a passi
incerti le strade della citt vecchia e si diressero verso il fiume
senza ponti. Sapevano di doverlo attraversare, sapevano che,
qualunque cosa li attendesse, li attendeva sulla riva opposta, tra
le rovine di Pest. Vicino a Ybl Mikls tr, la piazza che prendeva
il nome dall'architetto che aveva progettato l'Operahz, trovarono
un pontile dove una fila di barcaioli aspettava di traghettare
qualche passeggero. Per raggiungere l'altra sponda Andrs e
Jzsef barattarono gli ultimi sei pacchetti di sigarette e una dozzina
di batterie grandi. Il barcaiolo, un giovanotto rubizzo col
cappello di paglia, aveva un'aria incredibilmente ben pasciuta.
Mentre il traghetto tagliava verso l'altra riva, Andrs si sentiva
come se una mano gli stesse frugando i polmoni; uno spasmo gli
contraeva il diaframma cos dolorosamente da togliergli il respiro.
La barca a remi aveva una falla e avanzava malferma sul fiume
seguendo la corrente; minacci di ribaltarsi due volte prima di
depositarli, nauseati e tremanti, sulla riva di Pest. Scesero nella
sabbia bagnata sotto l'argine, con l'acqua che lambiva le scarpe.
Poi salirono gli scalini di pietra e alzarono lo sguardo su un'infilata
di edifici in rovina. Si erano salvati pochi palazzi; alcuni
addirittura conservavano le tessere colorate delle decorazioni a
mosaico, le foglie e i fiori ornamentali in stile barocco. Durante
il tragitto verso il centro, Andrs e Jzsef attraversarono un museo
della distruzione: infiniti mucchi di mattoni, travi in frantumi,
tegole rotte, monconi di cemento. I cadaveri erano stati rimossi
da molto tempo, ma c'erano croci a ogni angolo di strada.
Qua e l apparivano segni di vita normale, come ignari di quel
disastro: un negozio con la vetrina in ordine, piena delle solite
forme di pane; una bicicletta rossa appoggiata ai gradini di una
casa; in lontananza, l'improbabile scampanellio di un tram. Pi
in l, lo scheletro di un aereo tedesco sporgeva dall'ultimo piano
di un palazzo. Un pezzo d'ala bruciata era caduto a terra, i bordi
arrugginiti suggerivano che fosse l da mesi. Un cane annus le
nervature d'acciaio annerito dell'ala e trotterell via.
Proseguirono insieme verso Nefelejcs utca, verso i palazzi in
cui erano vissute le loro famiglie: il palazzo dove Jzsef aveva
salutato la madre e la nonna; il palazzo dove Tibor e Ilana si
erano trasferiti al ritorno di Andrs; il palazzo dove Andrs e
Klra si erano rannicchiati insieme sul pavimento del bagno la
notte prima della sua partenza. Svoltarono l'angolo da Thkly
t e superarono il solito fruttivendolo, che non aveva n frutta
n verdura, e il solito pasticciere, che non aveva pasticcini.
All'incrocio fra Nefelejcs utca e Istvn ut c'era un cumulo di
macerie, una montagna di intonaco, pietra, legno, mattoni e
tegole. Dall'altro lato della strada, dov'erano vissute la famiglia
di Jzsef e Tibor e Ilana, non c'era assolutamente nulla.
Neanche una rovina. Andrs rimase immobile, lo sguardo fisso.
Pi avanti avrebbe detto: E stato a quel punto che ho perso
la testa. Meglio di cos non sarebbe riuscito a descrivere ci che
aveva provato: la testa che si staccava dal corpo e andava, come
i bambini sfollati, in un posto noioso, distante e sicuro. Il suo
corpo cadde in ginocchio in mezzo alla strada. Avrebbe voluto
strapparsi i vestiti, ma scopr che non riusciva a muoversi. Non
ascoltava Jzsef, non prendeva in considerazione l'eventualit
che sua moglie e suo figlio o i suoi figli avessero abbandonato
il palazzo prima che venisse distrutto. Non vedeva niente
e nessuno. I passanti gli giravano intorno mentre lui rimaneva
inginocchiato a terra.
Rest cos forse un'ora o due, o cinque. Jzsef si era seduto su
un blocco di cemento e aspettava. Andrs percepiva la sua presenza
come un legame sottile, un monofilamento che lo teneva
unito suo malgrado a ci che rimaneva del mondo. I suoi occhi,
che guardavano le macerie di casa sua senza vederle, si riempirono
di lacrime, si asciugarono e si riempirono ancora. Poi un rumore
familiare emerse dalla nebulosa dei sensi appannati: un rintocco
delicato di zoccoli sull'asfalto, il trillo di due campanelle. Il suono
si avvicin, lo raggiunse, poi si spense. Andrs alz gli occhi.
Era la minuscola nonna di Klein con il carretto trainato dalla
capra, appena ridipinto di bianco.
Mio Dio, esclam fissandolo. Andrs? Andrs Lvi?
Lui le prese la mano e gliela baci. Vi ricordate di me, disse.
Grazie a Dio. Sapete niente di mia moglie? Klra Lvi?
Vi ricordate anche di lei?
Alzati, rispose la nonna di Klein. Vieni a casa mia.
La casetta in Frangepn kz si stagliava nel suo antico silenzio,
in una nebbia di polvere aleggiante nella luce viscosa del tardo
pomeriggio. In cortile, quattro capre annusavano un secchio di
croste di pane. Andrs risal di corsa il vialetto in pietra fino alla
porta, spalancata quasi volesse accogliere la brezza. Dentro,
sul divano dove lui aveva atteso il primo incontro con Klein,
era stesa sua moglie, Klra Lvi, addormentata, viva. All'altro
capo del divano c'era suo figlio, Tams, profondamente assopito,
con la bocca aperta. Andrs si inginocchi accanto a loro,
come in preghiera. La pelle di Tams era rossa di sonno, la
fronte rosea, gli occhi si muovevano rapidi sotto le palpebre.
Klra sembrava ancora pi lontana e respirava appena, la pelle
come un velo bianco e luminoso sul flebile pulsare della sua
vita. Lo chignon si era sciolto e i capelli le ricadevano su una
spalla in una corda ritorta. Teneva il braccio avvolto intorno a
un neonato che dormiva in una copertina bianca, la mano aperta
a stella sul seno semiscoperto della madre.
La mia stella polare, pens Andrs. Il mio vero nord.
Klra si mosse, apr gli occhi, abbass lo sguardo sul neonato
e sorrise. Poi si rese conto che c'era qualcun altro nella stanza.
Una sagoma sconosciuta. D'istinto si tir la camicia sul petto,
coprendo quella striscia di pelle umida e bianca.
Alz gli occhi su Andrs e batt le palpebre come se avesse
davanti un morto, se le premette con indice e pollice, poi guard
di nuovo.
Andrs.
Klra.
Si chiamarono piangendo nello spazio antico di quella stanza,
nella tempesta di polvere e luce remota; il loro bambino, loro
figlio, si svegli di soprassalto e scoppi a piangere spaventato,
incapace di distinguere gioia e dolore. E forse in quel momento
gioia e dolore erano una cosa sola, un torrente in piena che
inondava il petto e spalancava la gola: ecco che cosa  sopravvissuto
di me senza di te, ecco che cosa abbiamo perso, ecco
con che cosa dovremo vivere d'ora in poi. Il neonato fece sentire
la sua voce acuta e umida. Erano insieme, Klra e Andrs
e Tams, e quella bambina di cui il padre non sapeva il nome.
...
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...
CAPITOLO 41.
...
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...
I morti.
...
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...
Klra era scampata all'assedio di Budapest in un ricovero per
donne in Szabadsg tr, sotto la protezione della Croce Rossa
internazionale. Gli Alleati non lo avrebbero bombardato; i
tedeschi erano poco interessati, non sapevano che farsene dei
suoi ospiti, giovani madri e bambini appena nati. Klra ci era
andata ai primi di dicembre, poche settimane dopo che i russi
avevano raggiunto il confine sudorientale della citt. Horthy
era gi stato deposto, le Croci frecciate avevano preso il potere
e settantamila ebrei erano stati deportati da Budapest. Quelli
sfuggiti alla deportazione avevano dovuto traslocare due volte:
prima dalle loro case agli edifici con la stella gialla, condomini
per soli ebrei nei vari quartieri della citt; poi in un minuscolo
ghetto della settima circoscrizione, nelle strade intorno alla
grande sinagoga.
Nella prima ondata di spostamenti Klra, Ilana, i bambini,
la madre di Klra e Elza Hsz erano stati assegnati a un condominio
in Balzac utca, nella sesta circoscrizione. Polaner era andato
con loro. La minuscola signora Klein, la nonna di Mikls
Klein, aveva offerto il carrettino trainato dalle capre per aiutarli
a trasportare le loro cose. Klra l'aveva incontrata durante
un'ultima disperata visita al carcere di Margit krut, dove
credevano rinchiuso Gyrgy; la signora Klein era l a chiedere
notizie del nipote. Quel giorno non erano riuscite a sapere
niente, ma mentre camminavano lungo il Danubio, cercando
di distrarsi a vicenda dalla paura e dal dolore, avevano parlato
delle difficolt pratiche dell'imminente trasloco. Nel giorno stabilito
per la partenza da Nefelejcs utca, Klra era stata svegliata
di buon'ora da qualcuno che bussava alla porta. Era la nonna
di Mikls Klein in gonna e stivali neri da contadina, con la
notizia che il carrettino aspettava in cortile. Klra si era affacciata
dal balcone e aveva visto il carrettino vicino alla fontana,
con due capre bianche che annusavano l'acqua. Si scopr che
la nonna di Mikls Klein era stata assegnata a un condominio
non lontano dal loro, dove aveva gi trasportato il poco che lei
e il marito erano riusciti a salvare dalla casetta di Angyalfld.
Sette capre li avevano accompagnati fino al distretto centrale
della citt: quei due montoni castrati, due capre da latte e tre
cuccioli. Klra li avrebbe visti quel pomeriggio stesso, disse la
nonna di Klein; erano nascosti in una rimessa dietro il palazzo
con la stella gialla di Csandy utca.
Malgrado l'aiuto del carrettino furono costretti a lasciare
quasi tutto. Stavano trasferendosi in una stanza singola di un
appartamento di tre vani con il bagno in comune; ci abitava gi
una famiglia e se ne sarebbe aggiunta una terza. Tutti e sette
Klra e Ilana, i bambini, le due signore Hsz e Polaner con
la pistola carica avevano attraversato la citt a piedi, tra migliaia
di uomini, donne e bambini ebrei che spingevano le loro
cose sulle carriole, che le portavano sulla schiena o le trasportavano
su carretti trainati da cavalli. Impiegarono quattro ore
per due chilometri di tragitto. Quando trasportarono la roba di
sopra, scoprirono che tutte le stanze erano occupate; una quarta
famiglia era stata assegnata all'appartamento all'ultimo istante.
Ma nessuno di loro aveva un altro posto dove andare, cos si
rassegnarono a stare tutti insieme. E fu l'inizio di cinque mesi
in quell'appartamento di Balzac utca. Presto a Klra sembr di
aver sempre dormito su un giaciglio per terra tra sua madre e
suo figlio, di aver sempre diviso il bagno con sedici persone, di
essersi sempre svegliata sentendo il pianto dell'anziana cognata.
La nonna di Mikls Klein veniva ogni pochi giorni con il
latte di capra per i bambini e per lei, ricordandole che doveva
tenersi in forze per il figlio che portava in grembo. Ma la gravidanza
di Klra sembrava una terribile ironia, la parodia di una
promessa. Un giorno, mentre era in coda per il pane, due donne
avevano parlato di lei come se non ci fosse, o non le potesse
sentire: Guarda quella povera ebrea incinta. Peccato che non
abbia un futuro.
In effetti, lo spiraglio di un futuro oltre la guerra sembrava
ridursi giorno per giorno. Vivevano con la paura costante di essere
deportati; dalle citt limitrofe avevano saputo che migliaia
di persone erano state caricate su treni sigillati. Anche a Budapest
gli orrori non mancavano: le Croci frecciate facevano spesso
irruzione nei palazzi con la stella gialla, rubavano i beni delle
famiglie sfollate, portavano via le persone senza motivo, solo
perch le bande dei Nyilas le trovavano in casa quando arrivavano.
A volte c'era qualche motivo di speranza, di pensare che
l'incubo stesse per finire; a luglio Horthy blocc tutte le deportazioni
degli ebrei ungheresi. Quelli di Budapest pensarono di
essere salvi. Klra sent dire in strada che l'Ungheria aveva intavolato
colloqui con gli Alleati, piani di armistizio. A met ottobre
Horthy annunci che l'Ungheria aveva concluso una pace
separata con i russi. Per qualche ora ci furono festeggiamenti folli
in strada. Gli uomini staccavano le stelle gialle dagli ingressi
delle loro case e le donne le strappavano dai cappotti dei figli.
Ma poi arriv la doppia terribile batosta del colpo di stato delle
Croci frecciate e dell'insediamento di Szlasi a primo ministro.
Le deportazioni ricominciarono: stavolta a Budapest. Decine di
migliaia di persone furono prelevate dalle loro case e scortate al
mattonificio di Qbuda, e da li in Austria. Le azioni delle Croci
frecciate parevano dettate puramente dal crudele capriccio. Una
banda dei Nyilas aveva assaltato il palazzo di fronte a quello di
Klra e deportato una decina di persone, molte delle quali troppo
anziane per il servizio di lavoro attivo; Klra si aspettava che
da un momento all'altro assaltassero anche il loro palazzo, ma
quegli uomini non erano pi tornati.
Intanto il fronte della guerra si avvicinava progressivamente.
Hitler, volendo a tutti i costi impedire ai russi di raggiungere
Vienna, decise di trattenerli a Budapest il pi possibile; con l'inverno
alle porte, le forze naziste e ungheresi si trincerarono in
quella che tutti ritenevano una lotta vana. Le forze dell'Armata
rossa stringevano la citt in un cerchio sempre pi soffocante.
Le incursioni aeree trascinavano sottoterra i civili terrorizzati
quasi ogni notte. A volte Klra aveva la sensazione di abitare
nel rifugio antiaereo e di passare la vita rannicchiata al buio.
In certi momenti quasi si augurava che arrivasse la squassante
esplosione che l'aveva colpita tante volte nell'immaginazione,
la schiacciante oscurit cui sarebbe seguito il nulla totale. Ma
un mattino, venendo a consegnare il latte di capra, la nonna di
Klein port anche un filo di speranza: alcune donne e bambini
del suo palazzo si erano trasferiti in un rifugio della Croce
Rossa internazionale in Szabadsg tr, in pieno centro. Lei e
Ilana dovevano andarci al pi presto, dovevano cercare di entrare
mentre c'era ancora posto. Con un po' di fortuna Klra
sarebbe riuscita a partorire l. Sotto la protezione della Croce
Rossa internazionale avrebbe avuto senz'altro pi possibilit di
ricevere cure mediche.
L'indomani seppero che alla fine di novembre li aspettava un
nuovo trasloco, stavolta nel ghetto della settima circoscrizione.
Era chiaro che non c'era tempo da perdere. Quel pomeriggio
Klra e Ilana andarono a informarsi presso gli uffici della Croce
Rossa internazionale in Vadsz utca, e appresero che la nonna
di Klein non si era sbagliata: c'era un ricovero per donne e neonati
in Szabadsg tr. Klra e Ilana ricevettero i documenti che
avrebbero permesso loro di portarci i figli quel giorno stesso.
Tornarono a casa e misero in valigia i soldi e i gioielli rimasti, i
pannolini e i vestiti dei bimbi, lenzuola e coperte; caricarono i
fagotti sulle carrozzine e misero ad dm e Tams i vestiti pi
caldi. Poi Klra disse addio alla cognata e alla madre, anche se
non sapeva che sarebbe stata l'ultima volta. Sua madre le mise
in mano la fede nuziale e l'anello di fidanzamento.
Non essere sentimentale, disse, con gli occhi calmi e fermi
in quelli della figlia. Usali per il pane se necessario. Glieli
fece infilare al dito, le diede un bacio sbrigativo, di quelli che le
dava sempre al mattino prima di scuola, poi rientr a preparare
le poche cose che avrebbe potuto portare al ghetto.
Polaner si era offerto di scortare Klra e Ilana per i quattordici
isolati che bisognava percorrere fino al ricovero. In tasca
teneva la Walther P38 ricevuta dall'ufficiale che lo aveva fatto
arrivare sano e salvo in Ungheria, e in braccio Tams, che
era diventato inseparabile da lui durante il trambusto degli ultimi
mesi. All'entrata del palazzo della Croce Rossa in Perczel
Mr utca, Tams, messo di fronte alla prospettiva di separarsi
da lui, fece un tale baccano che la direttrice del ricovero permise
a Polaner di restare la notte ad aiutare le donne e i loro
figli a sistemarsi. La direttrice era madre di una bambina che
era stata allieva di Klra alcuni anni addietro. La piccola, morta
di scarlattina, era stata una delle preferite di Klra, e sua madre
desiderava fare tutto il possibile per aiutare l'ex insegnante
della figlia. Per ringraziarla della gentilezza, Polaner spieg che
i suoi documenti falsi e la tessera del partito nazista potevano
permettergli di aiutare le donne e i bambini del rifugio; finch
non fossero arrivati i russi avrebbe avuto una certa libert di
movimento in citt. Al mattino aveva gi steso un elenco delle
tante cose necessarie alle ospiti del ricovero. In cima alla lista
c'era il latte per i neonati. Cos il primo dono che port furono
sei capre: i montoni, le femmine e due dei tre cuccioli che
vivevano nella rimessa dietro il palazzo con la stella gialla di
Csandy utca. Gliele aveva affidate la nonna di Klein quel mattino,
quando era partita con il marito per il ghetto della settima
circoscrizione, portando con s l'ultimo cucciolo.
Il ricovero della Croce Rossa si trovava al secondo piano
dell'edificio, in tre stanze che prima ospitavano gli uffici di
un'agenzia assicurativa. Madri che erano giunte in pelliccia e
scarpe su misura sedevano sulle sedie delle scrivanie o sul pavimento,
ad allattare i figli insieme alle donne arrivate con i piedi
avvolti nella carta di giornale. Giorno e notte riempivano quel
luogo di discorsi concitati, di pianti, di risate rare e sommesse.
Calmavano i neonati con le ninne nanne, provavano a distrarre
i pi grandicelli giocando a battere le mani e con balocchi improvvisati.
I portapillole riempiti di sassolini diventavano sonagli;
gli stracci sporchi diventavano bambole con le trecce. Lavavano
a turno i pannolini nel locale di servizio al piano terra,
loro unica fonte di acqua corrente. Quando le bombe ruppero
le finestre e il palazzo divent cos freddo che i pannolini appena
lavati si congelavano, se li avvolgevano addosso di notte e li
asciugavano con il calore dei corpi. Dieci volte al giorno, sembrava,
si precipitavano nel rifugio sotto l'edificio dove stavano
rannicchiate mentre le bombe tempestavano Szabadsg tr.
Polaner lavorava senza posa per le donne e i bambini. Scroccava
stracci per i pannolini; rubava vestiti invernali dagli appartamenti
che le donne erano state costrette a lasciare. Di notte,
violando il coprifuoco, racimolava la biada per le capre dalle
stalle abbandonate e dall'immondizia che aveva cominciato ad
ammucchiarsi per le strade. Durante le sue peregrinazioni per
il quartiere scopr l'ospedale ebraico clandestino di Zichy Jen
utca, poco lontano dal ricovero, dove un medico armeno di nome
Ara Jerezian aveva riunito quaranta medici ebrei con le famiglie.
La bandiera delle Croci frecciate sventolava all'ingresso
e Jerezian indossava l'uniforme ufficiale dei Nyilas. Aveva rinunciato
alla tessera anni prima, per protesta contro le politiche
antiebraiche delle Croci frecciate, ma l'aveva ripresa quando si
era reso conto di poter aiutare di nascosto gli ebrei dall'interno
del partito. Fingendo di impiantare un ospedale destinato
ai feriti delle Croci frecciate, aveva riunito i medici ebrei e le
loro famiglie e messo insieme una provvista di cibo e medicine.
Ora, negli affollati appartamenti trasformati in luogo di cura, i
medici soccorrevano le terrificanti vittime dell'assedio. Polaner
portava l le donne e i bambini malati del ricovero e li riportava
indietro quando stavano meglio. In cambio dell'attenzione
dei medici, dava ai loro figli affamati il poco latte di capra che
riusciva a mettere da parte.
Per tutta la citt la gente cominciava a morire di fame. Durante
le prime settimane di dicembre il ricovero della Croce Rossa
venne rifornito di minestra, che doveva essere trasportata in
carrettino da una cucina sull'altro lato di Szabadsg tr. Quando
la minestra fin, arrivarono la soia e le patate nella loro acqua
di cottura; poi solo la soia; infine niente, salvo quel che le capre
producevano dalla loro dieta da fame. Le donne del ricovero
radunarono i gioielli e li diedero a Polaner perch li barattasse
con qualcosa da mangiare; Klra lasci cadere nella borsa la fede
nuziale e l'anello di fidanzamento di sua madre insieme agli
altri. Ma Polaner torn a mani vuote. I gioielli non valevano
niente. Non si trovava pi cibo. Non c'era pi nemmeno quel
poco di acqua corrente. L'unica acqua adesso proveniva dalla
neve sciolta che portavano dal cortile. Le donne soffrivano la
fame e la sete, e nel ricovero venne a mancare il latte. All'inizio
i bambini piangevano, ma ai primi di gennaio erano gi troppo
deboli per protestare. Uno dopo l'altro diventavano silenziosi,
il loro respiro era un battito d'ali sotto lo sterno. A quel punto
Polaner fece come gli aveva ordinato di fare la nonna di Klein
in caso di situazione disperata. Il mite figlio del fabbricante
di tessuti, il dolce ragazzo abile con la penna e il goniometro,
uccise le capre e i cuccioli con la Walther P38 e li consegn a
un'ospite del ricovero che era sposata con un macellaio e sapeva
come usare il coltello di Polaner.
Una settimana dopo, l'8 gennaio, Klra entr in travaglio.
Ilana la supplic di andare all'ospedale in Zichy Jen utca; dopo
due tagli cesarei non poteva affrontare il parto l al ricovero. Ci
avrebbe pensato lei a Tams. La baci e le assicur che sarebbe
andato tutto bene. Klra e Polaner arrancarono per una rete di
vicoli anneriti dal fumo fino all'ospedale di Ara Jerezian. Con i
combattimenti sempre pi vicini, i corridoi dell'ospedale erano
intasati di militari coperti di orrende ferite; gli uomini piangevano,
sudavano e ansimavano sulle brande lungo le pareti, i pavimenti
erano scivolosi di sangue. I medici non potevano fermarsi
a valutare la situazione di una donna sana con le doglie, qualunque
fosse la sua storia. Klra aspett per tre ore con Polaner in
una cucina improvvisata finch una serie di contrazioni non la
mise carponi. Alla fine Polaner implor l'aiuto di Ara Jerezian
in persona, che port Klra nel suo ufficio e le prepar un giaciglio
per terra. Polaner port l'acqua, bagn la fronte di Klra con
una spugna, le cambi le lenzuola fradice durante le contrazioni.
Quando fu evidente che il bambino era podalico e che Klra non
poteva partorire senza cesareo, il dottor Jerezian la port in una
sala operatoria improvvisata tre tavoli di metallo illuminati solo
da una fila di alte finestre e la anestetizz con la morfina mentre
il fedele Polaner guardava dall'altra parte. Al risveglio Klra
seppe di avere partorito una femmina, che chiam prilis nella
speranza che sarebbe vissuta fino a vedere la primavera. Polaner
osserv che la piccola somigliava al padre.
Klra rimase in convalescenza da Ara Jerezian per cinque
giorni. Polaner le portava tutto il cibo che riusciva a trovare
in ospedale. Le curava la ferita, le rinfrescava la fronte con un
panno umido, teneva in braccio la neonata mentre lei dormiva.
La bambina, minuscola alla nascita, aument di peso grazie al
latte della madre. Quando alla fine la riportarono nel ricovero
della Croce Rossa, trovarono Tams muto e con gli occhi vitrei
in braccio alla direttrice. Dov'era Ilana?, chiesero. Dov'era la
zia che avrebbe dovuto occuparsi di lui? La direttrice li guard
per un momento in silenzio, con la bocca tremante, e poi rispose.
dm Lvi era morto di febbre il 12 gennaio. Impazzita dal
dolore la madre era corsa in strada, restando uccisa da una granata
russa.
I combattimenti continuarono a Pest per altri sei giorni. Le
forze russe si avvicinavano al centro della citt e sembravano
convergere proprio su Szabadsg tr; il fuoco d'artiglieria scuoteva
il palazzo giorno e notte. Klra, stravolta dal dolore e dalla
paura, si rannicchiava nel rifugio con la piccola mentre Tams si
aggrappava a Polaner. Sarebbe morta senza pi vedere il marito;
se lui fosse sopravvissuto, come avrebbe saputo che era morta,
che erano morti anche i suoi figli? Forse non avrebbe mai nemmeno
saputo di avere una figlia. Peccato che non abbia un futuro.
Che razza di futuro si poteva immaginare dopo un periodo
simile? Quella sera Polaner si avventur fuori a prendere
acqua da una cannella dall'altra parte della strada e torn con la
notizia che la stazione Nyugati era in fiamme e i soldati ungheresi
stavano fuggendo verso i ponti sul Danubio. Quei bagliori
infernali lungo il fiume erano i grandi alberghi che andavano a
fuoco. Le fiamme si arrampicavano sulla cupola e la guglia del
Parlamento. I civili si precipitavano verso il fiume con i cani, le
borse e i figli, ma i ponti erano sotto bombardamento. In tutta
la citt non c'era pi niente da mangiare. Quando ebbe quest'ultima
notizia Klra cap che avrebbe visto morire i suoi bambini.
Pi tardi quella notte, quando fu vinta da un sonno leggero
e spaventato, sogn che stava dando da mangiare a Tams
e prilis la propria mano; non sentiva dolore, solo il sollievo di
essere arrivata a quell'ingegnosa soluzione.
Al mattino si svegli in uno strano silenzio. Il rumore degli
spari aveva lasciato posto a una sonora quiete. Ogni tanto qualche
raffica traversava l'aria mattutina, e dalla riva ovest del Danubio,
dove continuavano i combattimenti, provenivano i deboli echi
della battaglia. Ma la battaglia di Pest era finita. I ponti erano
stati tutti distrutti; i sovietici avevano preso la citt. Gli ultimi
nazisti di Pest erano stati fatti prigionieri di guerra, o stavano
rannicchiati negli edifici dove prima facevano rannicchiare gli
altri. Nel ricovero della Croce Rossa le donne aspettavano un
segno per capire che cosa fare. Erano stremate dalla sete e dalla
fame, malate di dolore; il palazzo aveva retto al bombardamento
della notte ma erano morti ancora due bambini. Gli altri erano
pi silenziosi, come se sapessero che era cambiato qualcosa.
A mezzogiorno le ospiti del ricovero uscirono nella luce grigia
e fredda di Szabadsg tr. Videro una scena che somigliava a
quelle di un cinegiornale o a un sogno: la bandiera americana
sventolava spudoratamente sopra l'ambasciata distrutta. Due
soldati delle Croci frecciate giacevano senza vita sui gradini del
palazzo, il petto del cappotto crivellato di colpi. Due poliziotti
militari russi ai limiti della piazza fissavano la cupola fumante
del Parlamento. La direttrice del ricovero attravers la piazza
e si butt in ginocchio davanti a loro; i due uomini non capivano
niente di quello che diceva, ma le offrirono le loro borracce.
Quel pomeriggio le ospiti del ricovero cominciarono ad andare
in cerca di cibo e acqua. Klra e Polaner foderarono le carrozzine
con altre coperte e le riempirono con gli avanzi di quel
che avevano portato. Nella carrozzina vuota di dm misero
Tams che, per tutta la settimana precedente, non aveva avuto
niente da mangiare se non qualche goccia del latte materno.
Nell'altra carrozzina misero la piccola prilis. Klra, cieca dallo
sfinimento, non riusciva quasi a camminare. Avanzarono fra le
macerie della citt senza sapere dove stessero andando; con
le carrozzine aggiravano aerei caduti, carcasse di cavalli, carri
armati tedeschi esplosi, camini crollati, mucchi di immondizia,
corpi di soldati, corpi di donne. All'angolo fra Kirly e Kazinczy
utca incontrarono un gruppo di militari russi che spalavano
calcinacci e li caricavano sul retro di un autocarro. Il capo, un
ufficiale decorato, ferm Klra e Polaner e fece una domanda
in russo, ad alta voce. Capirono che voleva i loro documenti,
ma se avesse mostrato i suoi, Polaner sarebbe stato arrestato
o ucciso seduta stante; rispose in ungherese che Klra era sua
moglie e che stavano portando i bambini a casa. Per un lungo
momento l'ufficiale guard la coppia scheletrica, dagli occhi
infossati, scrut i bambini silenziosi nelle carrozzine. Alla fine
si mise una mano nella tasca del cappotto e tir fuori la foto di
una donna dal viso tondo con un bambino dal viso tondo seduto
in grembo. Mentre Klra teneva la fotografia, l'ufficiale
entr nell'autocarro e prese uno zaino di tela. Si inginocchi,
tir fuori un sacchetto di carta gonfio come di pietre, ci infil
la mano e pesc una manciata di mandorle avvizzite. Le pass
a Klra. Ne offri un'altra manciata a Polaner.
Con quelle due manciate di mandorle Klra avrebbe sfamato
i figli per una settimana.
Siccome non sapevano dove andare, tornarono al ghetto, che
era stato liberato dai russi all'inizio della giornata. L, all'ingresso
della grande sinagoga di Dohny utca, trovarono la nonna
di Klein con in braccio l'ultimo capretto che aveva accudito
durante l'assedio. Il nonno di Klein, l'omino dagli occhi vivaci
e i capelli come due ali sollevate, era morto per un colpo apoplettico
la prima settimana di gennaio. Lo avevano portato nel
cortile della sinagoga, dove centinaia di ebrei giacevano senza
vita in attesa della sepoltura.
E mia madre?, aveva chiesto Klra. E mia cognata?
E con la stessa voce straziata dal dolore, la nonna di Klein
le comunic che sua madre e sua cognata erano state uccise a
colpi di pistola, insieme ad altre quaranta persone, nel cortile
di un palazzo di Wesselnyi utca. Lo disse a occhi bassi mentre
accarezzava la testa dell'ultimo capretto, superstite di un
gregge urbano che aveva salvato la vita a trenta donne e trenta
bambini in Szabadsg tr.
Nel cortile della sinagoga di Bethlen Gbor tr, dove i sopravvissuti
ai campi di concentramento dovevano registrarsi al
ritorno, gli ebrei rimasti a Budapest chiedevano notizie di quelli
che non erano tornati a casa. Quasi ogni giorno fino al ritorno
di Andrs, Klra era andata in quella sinagoga. Pur temendo
la risposta che le avrebbero dato, aveva continuato a chiedere,
a fare domande. Una volta aveva incontrato un uomo che era
stato in un campo in Germania con Gyrgy, dove lavoravano in
una fabbrica di armamenti. Quell'uomo l'aveva portata dentro
la sinagoga, si era seduto con lei su una panca, le aveva preso le
mani e detto che suo fratello era morto. Lo avevano ucciso alla
vigilia del nuovo anno insieme ad altre venticinque persone.
Klra aveva osservato una settimana di shivah per Gyrgy
nella casa di Frangepn kz; per quanto ne sapeva, era l'unica
della famiglia a essere rimasta viva. Poi era tornata alla sinagoga,
sperando di ricevere informazioni su Andrs. Invece aveva
appreso una notizia di cui ora doveva informarlo. Una donna
di Debrecen era venuta a cercare i figli in Bethlen Gbor tr.
Anche lei fino a poco tempo prima era internata in un campo; a
Oswi?cim, in Polonia. Aveva visto i genitori di Andrs ai margini
di un binario, poi l'avevano spostata nel gruppo di quelli
abbastanza forti per lavorare. Dell'altro gruppo, composto da
vecchi, infermi e bambini piccoli, non si era visto n sentito
pi niente.
Mentre Klra gli dava la notizia, Andrs cominci a essere
scosso da un muto dolore. Jzsef sedeva vicino a lui con gli occhi
scavati per lo choc. In un solo giorno, in quella strana casetta
con tante foto di morti, erano diventati orfani tutti e due.
Per mesi, dopo il ritorno di Andrs, andarono ogni giorno
alla sinagoga di Bethlen Gbor tr. Gli ebrei ungheresi venivano
esumati dalle tombe in tutta l'Austria e la Germania,
l'Ucraina e la Jugoslavia e, quando possibile, identificati dai
documenti o dalle piastrine di metallo. Ce n'erano a migliaia.
Ogni giorno, sul muro esterno dell'edificio, infinite liste di
nomi. Abraham. Almasy. Arany. Banki. Bhm. Braun. Breuer.
Budai. Csato. Czitrom. Dniel. Diamant. Einstein. Eisenberger.
Engel. Fischer. Goldman. Goldner. Goldstein. Hart.
Hauszmann. Heller. Hirsch. Honig. Horovitz. Idesz. Jnos.
Jskiseri. Kemnyi. Kepecs. Kertsz. Klein. Kovcs. Langer.
Lzr. Lindenfeld. Markovitz. Mrton. Nussbaum. csai. Paley.
Pollk. Rna. Rosenthal. Roth. Rubiczek. Rubin. Schoenfeld.
Sebestyen. Sebk. Steiner. Szanto. Toronyi. Ungar. Vadas.
Vmos. Vertes. Vida. Weisz. Wolf. Zeller. Zindler. Zucker.
Un alfabeto del lutto, un catalogo del dolore. Ogni volta che ci
andavano, vedevano qualcuno scoprire che una persona cara era
morta. A volte la notizia veniva accolta in silenzio, unico segno la
pelle intorno alla bocca che impallidiva o un tremito alle mani che
stringevano un cappello. Altre volte erano grida, proteste, pianti.
Andarono a vedere ogni giorno, giorno dopo giorno, per cos tanto
tempo che quasi dimenticarono cosa stavano cercando; dopo
un po' sembrava solamente che stessero guardando, cercando di
memorizzare un nuovo kaddish composto interamente di nomi.
Poi, un pomeriggio d'inizio agosto otto ore prima che
l'Enola Gay sorvolasse Hiroshima, otto giorni prima che finisse
la Seconda guerra mondiale mentre controllavano la lista
dei morti, Klra si port di scatto la mano alla bocca e curv le
spalle. Sul momento Andrs si chiese solo che cosa le fosse rimasto
da perdere; non lo sfior il pensiero che la sua reazione
lo riguardasse. Ma doveva aver intuito a livello inconscio quel
che era successo. Quando guard la lista, si accorse di non riuscire
a mettere a fuoco i nomi.
Klra gli prese il braccio, tremando. Oh, Andrs, mormor.
Tibor. Oddio.
Si stacc da lei, rifiutandosi di capire. Guard di nuovo la
lista, ma non gli diceva niente. Gli altri si erano gi scostati,
lasciandogli rispettosamente spazio, come succedeva quando
una persona trovava i suoi morti. Andrs fece un passo avanti
e tocc la lista dalla K alla L. Katz, Adolf. Kovly, Sarah.
Lszl, Bla. Lebowitz, Kati. Lvi, Tibor.
Non poteva essere il suo Tibor. Lo disse a voce alta: non 
lui. E un altro. Non  il nostro Tibor. Non  il nostro Tibor. C'
un errore. Si fece largo a spintoni tra la folla intorno alla lista,
verso la porta della sinagoga, e sal le scale degli uffici amministrativi,
dove gli avrebbero dato una spiegazione. Terrorizz
un'impiegata ruggendo che voleva parlare con il responsabile.
La donna lo accompagn in un'anticamera dove, incredibilmente,
gli dissero di attendere. Klra lo trov l; sua moglie aveva
gli occhi rossi e lui pens: Ridicolo. Non  il nostro Tibor.
E nell'ufficio del responsabile, si sedette su una vecchia poltrona
di pelle mentre l'uomo scartabellava una serie di buste gialle.
Gliene porse una col nome Lvi. Conteneva un biglietto
scritto a macchina e una piastrina di metallo, con il gancio storto.
Quando Andrs l'apr trov il documento interno ancora
intatto: il nome di Tibor, il luogo e la data di nascita, statura e
colore degli occhi, peso, nome dell'ufficiale comandante, indirizzo
di casa, numero del Munkaszolglat. Le vostre piastrine
torneranno a casa, voi mai. Il bigliettino dattiloscritto diceva
che la piastrina era stata trovata sul corpo di Tibor in una fossa
comune a Hidegsg, vicino al confine austriaco.
Quella sera Andrs si chiuse nella camera da letto del nuovo
appartamento che divideva con Klra, Polaner e i bambini.
Sedette sul pavimento e cominci a piangere forte, battendo la
testa contro le fredde maioliche rosse. Decise che non sarebbe
pi uscito da quella stanza; ci sarebbe rimasto fino alla vecchiaia,
lasciando che la Terra e il tempo si consumassero senza di lui.
Verso sera Klra e Polaner entrarono e lo aiutarono a coricarsi.
Si accorse vaghissimamente di sua moglie che gli sbottonava
la camicia, dell'amico che gliene infilava una pulita; indistintamente,
come attraverso un velo, vide Klra lavarsi il viso alla
bacinella e scivolargli accanto nel letto. Il suo braccio sul petto
era una cosa calda e viva, mentre lui era morto. Non riusciva
a toccarla n a reagire a ci che gli diceva. Rimase l svuotato,
sfinito e sveglio, ad ascoltare il familiare respiro della moglie
trovare il ritmo del sonno. Vide il fratello in quelle ultime settimane,
l'incubo della loro vita a Sopron: Tibor che andava al
villaggio in cerca di cibo. Che rovesciava la scodella di fagioli
sua e di Jzsef. Che gli bagnava la fronte con un panno fresco.
Che lo copriva con il suo cappotto. Che faceva venti chilometri
a piedi con una manciata di marmellata di fragole. Che gli
ricordava il compleanno di Tams. Poi pens a Tibor a Budapest,
gli occhi scuri dietro le lenti con la montatura d'argento.
Tibor a Parigi, steso sul pavimento della sua soffitta, malato
d'amore per Ilana. Tibor che gli sollevava le valigie alla stazione
Keleti un mattino di settembre di un secolo prima. Tibor
all'Operahz, alla vigilia della sua partenza. Tibor che trascinava
un altro materasso per le scale fino alla stanzetta di Hrsfa
utca. Tibor al liceo, con un libro di biologia aperto sul tavolo.
Tibor quando era un ragazzino alto che lo rincorreva nell'orto,
buttandolo per terra. Tibor che lo ripescava dalla gora. Tibor
chino su di lui seduto sul pavimento della cucina, che gli dava
il latte con un cucchiaino.
Si gir, attir a s Klra e pianse, pianse, nell'umida nebulosa
dei suoi capelli.
Ci fu un funerale al cimitero ebraico nei sobborghi della citt,
una nuova sepoltura dei resti di Tibor e dei resti di centinaia
di altri, un campo di tombe aperte, un migliaio di persone in
lutto. Poi, per la seconda volta quell'anno, Andrs osserv una
settimana di shivah. Lui e Klra accesero una candela commemorativa
e mangiarono uova sode, sedettero sul pavimento in
silenzio, ricevettero un fiume di visite. In ossequio al rituale,
Andrs non si ras per trenta giorni. Si nascondeva dentro la
barba, dimenticava di cambiarsi i vestiti, faceva il bagno solo
su insistenza di Klra. Doveva lavorare: non poteva permettersi
di perdere il posto da demolitore di edifici bombardati.
Ma lavorava senza parlare con i colleghi n vedere le case che
buttava gi n pensare alla gente che ci aveva abitato. Dopo il
lavoro sedeva nel salotto dell'appartamento che avevano preso
in Pozsonyi t o in un angolo buio della camera da letto, a volte
con un figlio sulle ginocchia, carezzando i capelli della bambina
o ascoltando Tams descrivere gli avvenimenti del mattino al
parco. Mangiava poco, non riusciva a concentrarsi su un libro
o un giornale, non voleva uscire a passeggio con Jzsef e Polaner.
Recitava il kaddish ogni giorno. Gli sembrava che avrebbe
potuto vivere cos per sempre, che il dolore sarebbe potuto
diventare la sua occupazione permanente. Klra, cui la maternit
aveva impedito di sprofondare in un lutto divorante per
la madre, il fratello e la cognata, lo capiva e lo assecondava; e
Polaner, che aveva conosciuto un dolore atroce quanto quello
di Andrs, sapeva che perfino un tale abisso aveva un fondo, e
che Andrs stava per toccarlo.
Non poteva prevedere come n quando. Accadde una domenica,
esattamente un mese dopo il funerale, il giorno in cui
Andrs si ras la barba. Stavano facendo colazione a tavola, con
pappa d'orzo e latte di capra; il cibo scarseggiava ancora e con l'arrivo
del freddo avevano cominciato a chiedersi se, dopo essere
scampati alla guerra, sarebbero morti a causa delle conseguenze.
Klra imboccava i figli dalla sua scodella. Andrs, che non
riusciva a mangiare, le diede la propria. Jzsef e Polaner sedevano
con il giornale aperto in mezzo a loro, Polaner leggeva a
voce alta che il Partito comunista cercava nuovi iscritti prima
delle imminenti elezioni nazionali.
Fu Andrs ad alzarsi quando sentirono bussare alla porta. Attravers
la stanza, stringendosi addosso la vestaglia nel freddo
mattutino; gir la chiave e apr. Sulla soglia c'era un giovane
con il viso rosso e uno zaino in spalla. Il berretto recava le insegne
militari sovietiche. Infil la mano nella tasca dei calzoni
e tir fuori una lettera.
Sono stato incaricato di consegnarla ad Andrs o Tibor
Lvi, disse il ragazzo.
Incaricato da chi? chiese Andrs. Con torpido distacco
not che era strano sentire il nome di suo fratello in bocca a
quel soldato. Tibor Lvi. Come se fosse ancora vivo.
Da Mtys Lvi, rispose il ragazzo. Ero prigioniero di
guerra con lui in Siberia.
Ecco, pens Andrs. L'ultima notizia che mancava. Mtys
era morto e quella era la sua ultima missiva. Si sentiva cos lontano
dai sentimenti umani, cos distante dalla capacit di provare
dolore, speranza o amore, che prese la lettera senza esitazioni.
L'apr sotto gli occhi del ragazzo, mentre la sua famiglia lo guardava
per sapere cosa c'era scritto. E lui seppe che suo fratello
Mtys era vivo e sarebbe arrivato a casa il marted seguente.
Nell'inverno del 1942, giusto un mese dopo l'arrivo in Ucraina,
Mtys Lvi era stato fatto prigioniero dai russi e trasferito,
con il resto della sua compagnia di lavoro, in una miniera
siberiana. Si trovava nella regione di Kolyma, confinante con
l'oceano Artico a nord e il mare di Okhotsk a sud. Con la Transiberiana
avevano raggiunto la punta estrema orientale a Vladivostok,
dove li avevano imbarcati sul Dekabrist, una nave di
schiavi. Il campo ospitava duemila detenuti, tedeschi, ucraini,
ungheresi, serbi, polacchi e francesi filonazisti, insieme a criminali,
dissidenti, scrittori, compositori e artisti sovietici. L era
stato picchiato con i bastoni, i badili e i picconi. Lo avevano
morso le cimici, le mosche e i pidocchi. Era quasi morto assiderato.
Aveva lavorato diciassette ore al giorno a settanta gradi
sotto zero e ricevuto due etti di pane al giorno. Lo avevano
sbattuto in isolamento per insubordinazione, era quasi morto
di dissenteria; si era guadagnato il rispetto delle guardie e degli
ufficiali dipingendo arditi manifesti comunisti per le pareti
delle baracche, era stato nominato disegnatore ufficiale delle
locandine propagandistiche e scultore ufficiale della neve (aveva
realizzato busti di Stalin e Lenin alti tre metri per le parate militari),
aveva imparato il russo e si era offerto volontario come
interprete; lo avevano chiamato a parlare con i nazisti ungheresi,
aveva visto un centinaio di membri delle Croci frecciate
processati, condannati e in qualche caso giustiziati, era stato
aggredito da una coalizione segreta di appartenenti alle Croci
frecciate che gli avevano spezzato le gambe, aveva trascorso sei
mesi di convalescenza in infermeria e finalmente una mattina lo
avevano informato che il suo periodo di detenzione era terminato
e, quando aveva chiesto a cosa doveva il privilegio della liberazione,
si era sentito rispondere che la designazione ufficiale,
sua e di altri cinquecentoventi detenuti, era stata cambiata da
ungherese di religione ebraica a ebreo di nazionalit ungherese,
e che il campo di prigionia non aveva il compito di detenere gli
ebrei, non dopo quanto avevano fatto i nazisti.
Ma nulla di ci che gli era successo in quei tre gelidi anni lo
aveva preparato agli eventi che lo attendevano in patria. Nulla
lo aveva preparato alla notizia che quattrocentomila ebrei ungheresi
erano stati avviati nei campi di sterminio in Polonia;
nulla lo aveva preparato alle macerie lasciate dai bombardamenti
di Budapest con i suoi sei ponti spezzati. Nulla infine lo aveva
preparato alla notizia che suo padre, sua madre, suo fratello,
sua cognata e suo nipote erano spariti dalla faccia della Terra.
Fu Andrs a dargliela. Mtys, che era diventato un uomo magro,
con lo sguardo duro e la barba scura, si sedette di fronte a
lui sul divano e lo ascolt senza fiatare; l'unico segno che diede
di aver compreso fu un lieve fremito della mascella. Si alz e si
lisci i pantaloni come se, dopo aver ricevuto istruzioni, fosse
pronto a includere la notizia nei suoi piani e andare avanti. Poi
sotto la pelle del suo viso sembr compiersi un mutamento, come
se i muscoli avessero appreso la notizia con il ritardo delle
chiamate interurbane. Cadde in ginocchio sul pavimento, i lineamenti
contorti dal dolore. Non  vero, grid e agit le
braccia sopra la testa come fosse assalito dagli uccelli. ,Le notizie,
pens Andrs, erano una frotta di corvi volteggianti, con
le ali che odoravano di cenere.
Si inginocchi accanto al fratello e lo abbracci, se lo strinse
al petto mentre Mtys si lamentava. Lo chiam forte, come
a ricordargli che almeno lui incredibilmente era vivo. Non lo
lasci finch Mtys non si sciolse dal suo abbraccio e guard
quella stanza che non conosceva; quando si posarono su
Andrs i suoi occhi erano lucidi e carichi di disperazione. 
vero? sembr chiedere, anche se non aveva detto una parola.
Dimmelo.  vero?
Andrs resse il suo sguardo senza abbassare gli occhi. Non
ci fu bisogno di parlare n di fare alcun gesto. Gli mise di nuovo
un braccio intorno alla spalla, lo attir a s e lo strinse forte
mentre piangeva.
Fu Andrs a vegliarlo quella notte, la successiva e quella dopo
ancora, fu Andrs a insistere perch mangiasse, a cambiare
le lenzuola bagnate dal divano dove dormiva. E mentre faceva
quelle cose sent diradarsi un po' alla volta la nebbia che lo avvolgeva
da quando aveva saputo che Tibor era morto. Nell'ultimo
mese aveva quasi dimenticato come fosse stare al mondo,
come fosse respirare, mangiare, dormire e parlare con gli altri.
Aveva perso se stesso, anche se Klra e i bambini erano sopravvissuti
alla guerra, all'assedio; anche se Polaner era l con lui
ogni giorno. Tre notti dopo il ritorno di Mtys, quando suo
fratello si addorment, Andrs si ritir con Klra in camera da
letto, le prese le mani e le chiese perdono.
Lo sai che non c' niente da perdonare, disse lei.
Avevo promesso di prendermi cura di te. Voglio tornare a
essere tuo marito.
Non hai mai smesso, disse lei.
Si chin a baciarla; la sua Klra era viva, ed era l, fra le sue
braccia. Nido dei miei figli, pens, posandole una mano sul
grembo. Culla della mia gioia. E la ricord con una dalia arancione
all'orecchio, ricord la sensazione della sua pelle sotto
una pellicola d'acqua, com'era incontrare il suo sguardo e capire
che stavano pensando alla stessa cosa. E si convinse, per la
prima volta da quando aveva letto il nome di Tibor sulla lista
di Bethlen Gbor tr, che era possibile lasciarsi alle spalle quel
terribile anno; che era possibile guardare il viso di Klra, i piani
e le curve che conosceva pi intimamente di ogni paesaggio
al mondo e provare quasi un senso di pace. La condusse a letto
e fece l'amore con lei come se fosse la prima volta.
...
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...
CAPITOLO 42.
...
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...
Un nome.
...
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...
Un mattino frizzante e azzurro di inizio dicembre. Dalla finestra
del loro condominio in Pozsonyi ut, Andrs vedeva una
fila di scolari che venivano accompagnati al parco di Szent
Istvn. Cappotti di lana grigia, sciarpe rosso porpora, stivali
neri che lasciavano orme a spina di pesce nella neve. Al di l
del parco, la distesa marezzata del Danubio. Pi in l ancora
la prua bianca dell'isola Margherita, e il Lido Palatino dove in
estate nuotavano Tams e prilis. Durante una passeggiata al
parco in primavera, quando Andrs aveva detto che una volta
la piscina era vietata agli ebrei, prilis lo aveva guardato aggrottando
le sopracciglia.
Non capisco cosa c'entra essere ebrei col nuoto, aveva
esclamato.
Neanch'io, aveva detto Andrs posandole una mano sulla
nuca, vicino al gancetto della catenina d'oro. Tams aveva
osservato la piscina dalla recinzione, le mani sulle sbarre dipinte
di verde, poi si era voltato a cercare gli occhi del padre. Ormai
sapeva quello che era successo alla sua famiglia durante la
guerra, quello che era successo agli zii e ai nonni. Era andato
a Konyr e Debrecen con il padre a vedere dov'era vissuto
Andrs da bambino, dov'erano vissuti i nonni; aveva osservato
il padre mettere una pietra sulla porta di casa a Konyr come
fosse una tomba.
Mi allener qui per le Olimpiadi, aveva sentenziato di
fronte alla piscina. Far il nuovo record mondiale.
Anch'io, aveva ribattuto prilis. Far il record in stile
libero e anche in dorso.
Non ho dubbi, aveva detto Andrs.
Era stato prima che l'ipotesi di fuggire prendesse consistenza,
prima che i bambini cominciassero a immaginare il proprio
futuro sull'altra sponda dell'Atlantico. Mancava poco ormai;
non restavano che pochi dettagli, compresa la faccenda che
Andrs avrebbe sbrigato quel mattino al ministero dell'interno.
Tams avrebbe voluto accompagnare lui, Klra e Mtys a ritirare
i documenti nuovi. La sera prima si era piazzato di fronte
al padre in salotto, con un'espressione grave in viso e le braccia
conserte, annunciando di aver gi preparato le lezioni per i due
giorni successivi. Non si sarebbe perso niente ad accompagnarli.
Devi andare a scuola, disse Andrs. Si alz dalla poltrona
e gli mise un braccio sulle spalle. Non vorrai restare indietro
rispetto agli studenti americani.
Figurati se mi preoccupo per quello, disse Tams. Perdo
un pomeriggio solo. Loro hanno i sabati e le domeniche liberi
tutte le settimane.
Ti metto i documenti nuovi sulla scrivania. Li troverai
quando torni da scuola.
Tams lanci un'occhiata a Klra, seduta allo scrittoio vicino
alla finestra; lei scosse la testa e disse: Hai sentito tuo padre.
Scrollando le spalle con un sospiro e dichiarando che non era
giusto, Tams si arrese e se ne and a grandi passi in camera
sua. Restare indietro, lo sentirono dire mentre chiudeva la
porta. Ma quando mai.
Klra sollev gli occhi su Andrs, cercando di non ridere.
Sono anni che  un uomo fatto, vero? disse. Come diavolo
se la caver in America, in mezzo a quei ragazzini con la
banana split e il rock and roll?
Manger banana split e ascolter il rock and roll, rispose
lui, previsione che sarebbe risultata vera.
Andrs e Mtys avevano preso un giorno di permesso per
andare al ministero dell'Interno. Lavoravano alla Nazione
magiara, un quotidiano comunista di secondo piano, di cui
dirigevano la sezione grafica; la sera prima avevano fatto le ore
piccole per giudicare i disegni di un concorso riservato agli studenti
del gimnzium che aveva per tema l'inverno. Il vincitore
aveva disegnato una gara di pattinaggio: lo sport era un argomento
perfetto per le regole della giuria, che avrebbe squalificato
qualunque opera attinente al Natale, una festivit che apparteneva
alla vecchia Ungheria, almeno ufficialmente. Per
veniva ancora celebrata, e su quella certezza contavano tutti
quanti loro: Andrs, Mtys, Klra, Tams e prilis. Tra poche
settimane, alla vigilia di Natale, avrebbero preso un treno per
Sopron e proseguito a piedi sulla neve per una decina di chilometri,
fino a dove si poteva superare il confine austriaco senza
essere visti; sarebbero sgusciati oltrefrontiera mentre le guardie
doganali bevevano vodka e ascoltavano canti natalizi nei loro
alloggi caldi. In Austria avrebbero preso un treno fino a Vienna,
dove viveva Polaner da quando era espatriato a novembre.
Di l sarebbero andati insieme a Salisburgo, poi a Marsiglia. Il
primo gennaio, se tutto fosse filato liscio, si sarebbero imbarcati
su un transatlantico per New York, dove Jzsef Hsz aveva
trovato un appartamento per loro.
Prima per dovevano sistemare la questione del nome e dei
documenti nuovi. Avevano fatto domanda otto settimane prima,
in ottobre; c'era stato un ritardo, come in tutte le faccende
statali, a causa della confusione creata dalla rivoluzione fallita in
autunno. Anche adesso, meno di un mese dopo che quel tentativo
era stato soffocato, Andrs stentava a credere che ci fosse
stata una rivolta, che i dibattiti pubblici del circolo Petfi, un
gruppetto di intellettuali budapestiani, fossero sfociati in quelle
grandi manifestazioni studentesche; che gli studenti e i loro
sostenitori avessero fatto dimettere Ern Gero, il burattino di
Mosca, e insediato il riformista Imre Nagy alla presidenza del
Consiglio; che avessero abbattuto i venti metri della statua di
Stalin in piazza degli Eroi e piantato le bandiere ungheresi nei
suoi stivali vuoti. I manifestanti avevano invocato libere elezioni,
un sistema multipartitico e la libert di stampa. Volevano
che l'Ungheria uscisse dal Patto di Varsavia, e soprattutto che
l'Armata rossa se ne tornasse a casa. Volevano essere di nuovo
ungheresi, malgrado tutto quello che aveva significato durante
la guerra. Sulle prime Chruscv aveva fatto qualche concessione.
Aveva riconosciuto Nagy come primo ministro e cominciato a
richiamare le truppe d'occupazione. Per pochi giorni a fine ottobre
Andrs aveva creduto che la rivoluzione ungherese sarebbe
stata la pi rapida, la pi pulita, la pi riuscita che l'Europa
avesse mai conosciuto. Poi un pomeriggio Polaner era rincasato
con la notizia che i carri armati sovietici si stavano ammassando
alle frontiere di Romania e Rutenia. Quella sera, al caff di
Erzsbetvros dove Andrs e Polaner andavano a sentire artisti
e scrittori ebrei discutere fino a notte, il cuore del dibattito
era stato se i paesi occidentali sarebbero intervenuti. Radio
Europa libera aveva convinto molti in questo senso, ma altri
insistevano che nessuno Stato occidentale si sarebbe arrischiato
ad aiutarne uno del blocco sovietico. Gli eventi avrebbero
dato ragione ai cinici. Francia e Gran Bretagna, alle prese con
la crisi di Suez, si accorgevano a malapena dell'Europa centrale;
l'America era impegnata nelle elezioni presidenziali e se ne
stava nel suo brodo.
Pi di duemilacinquecento persone furono uccise e diciannovemila
ferite quando i carri armati e gli aerei di Chruscv
vennero a soffocare la rivolta. Imre Nagy si nascose nell'ambasciata
jugoslava, finendo in carcere non appena ne usc. Gli
scontri durarono pochi giorni. Nelle settimane successive quasi
duecentomila persone scapparono a ovest; tra loro Polaner,
apparso su uno dei tanti quotidiani nati nei quindici giorni della
libert ungherese. Lo avevano fotografato mentre in piazza
degli Eroi soccorreva una ragazza ferita alle gambe: un'attivista
del movimento studentesco, si era poi scoperto, e Polaner
era stato bollato come rivoluzionario. Cupe storie di tortura
si raccontavano sul centro detentivo della polizia segreta
in Andrssy t 60; per non verificarle sulla sua pelle, Polaner
decise di rischiare passando la frontiera. Per fortuna sua e di
duecentomila profughi, il breve conflitto aveva ridotto la Cortina
di ferro a un colabrodo: molte guardie doganali erano state
mandate a combattere piccole insurrezioni nelle citt e nei
villaggi dell'interno.
Anche quelle rivolte erano state domate, ma il confine rimaneva
permeabile come non succedeva da anni. Avevano deciso
che il resto della famiglia avrebbe seguito Polaner. Da quanto
ormai aspettavano l'occasione di andarsene? Non c'era futuro
per loro in Ungheria. Se n'erano resi conto prima della rivoluzione,
ed era ancora pi evidente adesso. Jzsef Hsz, che era
scappato a New York cinque anni prima, si era dannato per
convincerli che restare era da stupidi. Aveva trovato l'appartamento
e promesso di aiutarli con il lavoro. Tams e prilis
erano abbastanza grandi per passare il confine a piedi; la vigilia
di Natale poteva essere un momento propizio. Quindi alla fine
avevano deciso di rischiare. Avevano avvertito Jzsef, Elisabet
e Paul per lettera, usando un linguaggio cauto e velato. E ora,
oltreoceano, Elisabet stava iniziando a preparare l'appartamento,
ad arredare le stanze con tutto il necessario. Andrs cercava
di non pensare a quell'appartamento; era come se immaginare
in modo cos dettagliato la vita futura portasse male. Ma lui e
Klra avevano parlato ai figli delle scuole che avrebbero frequentato,
dei neon rosa che illuminavano i cinema, dei negozi
con grandi ceste di frutta da ogni angolo del mondo. Tutte cose
che Elisabet descriveva da anni nelle sue lettere; ormai erano
assurte a immagini da leggenda.
E ancor pi fantastica gli appariva la prospettiva di tornarci
lui a scuola, di laurearsi finalmente in Architettura. Era
il patto che aveva siglato con Polaner, sottoscritto anche da
Mtys. Da undici anni, stremati dal lavoro quotidiano, Andrs
e Polaner si sforzavano di non dimenticare ci che avevano
imparato all'cole Spciale. Si assegnavano a vicenda degli
esercizi da svolgere, si sfidavano a risolvere problemi di progettazione.
Avevano persino frequentato corsi serali, ma la
monotona architettura sovietica li aveva scoraggiati al punto
da toglier loro la voglia di continuare. New York offriva una
prospettiva diversa. Non sapevano nulla delle scuole americane,
ma a sentire Jzsef la citt ne era piena. Avevano concluso
il loro patto con un bicchiere di Tocai la sera in cui Polaner
era partito.
Saremo due vecchi in mezzo a dei ragazzini, aveva detto
Andrs. Gi mi vedo.
Macch vecchi, aveva risposto Polaner. Non abbiamo
neanche quarant'anni.
Non ti ricordi com'era? Non so se ce la faccio.
Cosa vuoi che succeda? aveva detto Polaner. Ti sanguiner
il naso?
Come minimo. E sar solo l'inizio.
All'inizio, aveva brindato Polaner, e due ore dopo era
svanito nella notte incerta, portandosi dietro solo uno zaino e
un tubo verde di metallo pieno di disegni.
Adesso, in quella limpida mattina di dicembre, Klra era in
piedi alla finestra accanto ad Andrs e seguiva il suo sguardo
verso il parco e il fiume. Dopo la guerra aveva smesso di insegnare
ed era diventata coreografa. I sovietici apprezzavano
che il suo maestro fosse stato un russo e che lei parlasse la loro
lingua; pazienza se quel maestro era appartenuto all'Armata
bianca e fuggito da Pietroburgo nel 1917. Il Balletto nazionale
ungherese le garantiva un posto stabile, e il quotidiano di Stato
elogiava la forza e la plasticit del suo lavoro. Le coreografie
di K. Lvi sono in autentico stile sovietico, aveva scritto il
critico ufficiale di balletto; e Klra, che da anni aveva in mente
di emigrare con tutta la famiglia negli Stati Uniti, seduta al
tavolo di cucina con il giornale in mano, aveva riso.
 ora di andare, gli disse. Mtys star aspettando.
Andrs la aiut a infilarsi il cappotto grigio e le sistem una
sciarpa color cannella intorno al collo. Sei splendida come
sempre, le disse, toccandole una mano. A Parigi mettevi un
cappello rosso. Ne avrai di nuovo uno in America.
Come, come sempre? protest lei. Siamo arrivati a
questo? Sono cos vecchia?
Senza et, disse lui. Senza tempo.
L'appuntamento era all'angolo tra Pozsonyi ut e Szent Istvn
krut. Per l'occasione Mtys sfoggiava un garofano rosa all'occhiello,
come a ricordare il ragazzo che era stato. Era tornato
dalla Siberia indurito, inasprito, ormai uomo, con occhi che
irradiavano una luce intensa e aggressiva. Non aveva mai pi ballato,
n avrebbe mai pi indossato un cappello a cilindro, una
cravatta bianca e il frac. La parte di lui che amava l'espressione
fisica della gioia gli era stata strappata in Siberia. Adesso per,
nel giorno in cui avrebbe cambiato nome, un garofano rosa.
Klra strizz il braccio di Andrs mentre attraversavano
Perczel Mr utca. Ho portato la macchina fotografica, disse.
Spero che ti senta fotogenico.
Come sempre, disse Andrs, che detestava stare davanti
all'obiettivo. Mtys invece raddrizz il garofano e si mise in
posa contro un lampione.
Non ancora, disse Klra. Quando avremo i documenti.
Arrivarono al grigio monolite che ospitava il ministero dell'interno;
un edificio, venne in mente ad Andrs, costruito dove
un tempo sorgeva il palazzo settecentesco di una famosa cortigiana.
Il palazzo era andato distrutto nell'assedio del 1944,
ma l'olmo raffigurato nelle incisioni si trovava ancora dietro
la bassa cancellata di ferro. Andrs tocc la corteccia a mo' di
portafortuna, cercando di immaginare come sarebbe stato vivere
in una citt dove non avrebbe visto fantasmi di edifici e
di persone ovunque guardasse, ma solo quello che esisteva nel
presente. Poi lui, Mtys e Klra salirono le scale ed entrarono
in quell'antro di vetro e cemento. Aspettarono un'ora mentre
il funzionario che seguiva la loro pratica sfogliava una serie infinita
di documenti, che per essere rilasciati andavano timbrati
tre volte ciascuno e firmati da altri funzionari sfuggenti. Poi
finalmente li chiamarono con il vecchio nome, per l'ultima
volta e consegnarono loro i nuovi documenti: certificati di
residenza, carte d'identit e libretti di lavoro. Documenti, sperava
Andrs, che presto sarebbero stati completamente inutili.
Ma ci tenevano a sapere che il nuovo nome adesso era iscritto
nei registri ungheresi, ci tenevano che fosse ufficiale.
Fuori, il cielo da turchese era diventato di un grigio metallico,
e loro tre si incamminarono in una nuvola di fiocchi di
neve. Klra scese di corsa le scale e prepar la macchina fotografica
mentre Andrs e Mtys si fermavano con i documenti
nuovi in mano. Andrs non credeva che vedendoli gli sarebbero
venute le lacrime agli occhi, eppure in quel momento si ritrov
a piangere. Finalmente era realt: quella testimonianza,
quel segno che avrebbero portato per tutta la vita e trasmesso
ai figli e ai nipoti.
E basta, disse Mtys, passandosi la manica sugli occhi.
Non cambier niente.
Aveva ragione, certo. Niente avrebbe cambiato la realt: n
il dolore, n il tempo, n il ricordo, n il castigo. Ma potevano
andarsene da l, sarebbe successo fra poche settimane. Potevano
attraversare un oceano e vivere in una citt dove prilis
sarebbe cresciuta in un clima meno pesante di quello che aveva
segnato il fratello, senza il senso di tragedia che aleggiava
nell'aria come la polvere marrone del carbone bituminoso. E
Andrs sarebbe tornato studente: magari non come il ragazzo
che era arrivato a Parigi con una valigia e una borsa di studio,
ma come un uomo che conosceva la bellezza e la bruttezza del
mondo. E Klra sarebbe stata con lui: Klra, che adesso era
davanti a loro con i capelli scuri al vento, le mani alzate, il viso
nascosto dalla macchina fotografica. Andrs abbracci il fratello
e disse: Pronti. Klra cont fino a tre in inglese, un atto di
sfida all'ombra del ministero dell'interno. E immortal i due
uomini sulle scale: Andrs e Mtys Tibor.
....
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...
Epilogo.
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...
In primavera, nei pomeriggi in cui non si allenava a calcio,
saltava l'ultima lezione musica e prendeva la linea 6 in direzione
nord, fino al palazzo del nonno. Cos lo considerava,
il suo palazzo, anche se lui non ci viveva n era il proprietario.
Era un edificio di quattro piani ad angolo sulla strada; la facciata,
composta da centinaia di rettangolini di vetro con la struttura
in acciaio, s'impennava verso il cielo con una spinta verticale
violenta e asimmetrica, come l'esplosione di un paravento
giapponese. Esili betulle crescevano nel trapezio di terra tra
l'edificio e il marciapiede. L'architrave di marmo sopra l'ingresso
diceva Museo Amos di arte contemporanea; il nome
di suo nonno era inciso sulla pietra angolare, sopra la parola
architetto. L'edificio ospitava una piccola collezione di dipinti,
sculture e fotografie che lei aveva visto migliaia di volte.
Nel cortile principale c'era un bar dove ordinava sempre caff
nero. A tredici anni si reputava quasi una donna. Le piaceva
sedere al tavolo scrivendo lettere al fratello alla Brown o agli
amici del campo estivo nelle Berkshire Mountains. Sedeva per
tutto il pomeriggio, quasi fino all'ora di cena, e poi correva a
prendere l'autobus, sperando di arrivare a casa prima che i genitori
rientrassero dal lavoro.
I nonni non abitavano in citt. Vivevano a nord, in fondo alla
stessa strada del prozio, e a dieci chilometri dall'amico di suo
nonno che lei chiamava zio. A volte andava a trovarli il sabato
e la domenica. Tre ore di treno che passavano in fretta se sedevi
accanto al finestrino. Suo nonno aveva trasformato un fienile
in studio, le alte finestre lasciavano entrare la luce da nord.
Lavoravano ancora tutti l, il nonno, il prozio e lo zio-non-zio,
anche se erano abbastanza vecchi per la pensione. La lasciavano
sedere al tavolo inclinato e usare gli strumenti macchiati di
inchiostro. Amava disegnare ingressi obliqui, linee di tetti fratturate,
facciate curvilinee. Le davano libri sugli architetti che
avevano conosciuto, Le Corbusier e Pingusson. Le insegnavano
i nomi latini degli archi e le mostravano come usare il curvilineo
e il compasso ad asta. Le insegnavano i caratteri con cui
siglavano i disegni.
Erano sopravvissuti alla guerra. Ogni tanto entrava nei loro
discorsi: Durante la guerra, e poi raccontavano che non
avevano quasi niente da mangiare, che erano scampati al freddo,
che avevano passato tanto tempo senza vedersi. Aveva studiato
quella guerra a scuola, naturalmente chi era morto, chi aveva
ucciso chi, come e perch anche se i suoi libri non si dilungavano
pi di tanto sull'Ungheria. Aveva imparato altre cose
su quel periodo guardando la nonna, che metteva da parte i
sacchetti di plastica, i barattoli di vetro e conservava le bottiglie
d'acqua in caso di calamit, preparava le torte a strati con
met dello zucchero e del burro previsti dalla ricetta e che, a
volte, si metteva a piangere senza motivo. E altre cose ancora
le aveva imparate dal padre, che era poco pi di un bambino
all'epoca ma che ricordava di aver camminato con sua madre
fra le macerie.
C'erano brandelli di storie pi cupe. Non sapeva dove le aveva
sentite; forse le aveva assorbite attraverso la pelle, come una
medicina o un veleno. Parlavano dei campi di lavoro. Di qualcuno
costretto a mangiare un giornale. Di una malattia portata
dai pidocchi. Anche se non ci pensava, quegli accenni di storie
si erano fatti strada nella sua mente. Qualche settimana prima
aveva avuto un incubo da cui si era svegliata urlando di terrore.
Lei e i genitori erano in una stanza fredda dalle pareti nere
e indossavano un pigiama fatto con i sacchi della farina. Inginocchiata
in un angolo c'era la nonna, che piangeva. Il nonno
era davanti a loro, magrissimo, con la barba lunga. Una guardia
tedesca usciva dall'ombra e lo faceva salire su un nastro
trasportatore sopraelevato, simile a quello per le valigie negli aeroporti.
Gli ammanettava i polsi e le caviglie, poi si avvicinava a una
leva di legno accanto al nastro trasportatore e la abbassava. Un
avvio di ingranaggi, uno stridio di denti metallici. Il nastro cominciava
a muoversi. Suo nonno svoltava un angolo e spariva
in un rettangolo di luce, da cui poi proveniva uno scoppio assordante
a significare che era morto.
L si era svegliata urlando.
I suoi genitori erano entrati di corsa nella stanza. Che c'?
Che c'?
Meglio se non ve lo dico.
Quel giorno sedeva in cortile con il quaderno e il caff amaro,
per la prima volta da quando aveva avuto quell'incubo. Era un
pomeriggio azzurro intenso, i raggi del sole scendevano obliqui
ricordandole i boschi del Nord e il campo estivo. Ma continuava
a venirle in mente il nastro trasportatore e quel rumore improvviso
e assordante. Non riusciva a concentrarsi sulla lettera
al fratello. Non riusciva a bere il caff e nemmeno a respirare a
pieni polmoni. Ricord a se stessa che il nonno non era morto.
La nonna non era morta. Nemmeno il prozio e lo zio che non
era suo zio: nessuno di loro era morto. Perfino suo padre era
sopravvissuto, insieme alla sorella, la zia prilis, che era nata
nel bel mezzo della guerra.
Per c'era l'altro prozio, quello che era morto. Aveva una
moglie, e il figlio adesso avrebbe avuto l'et di suo padre. Erano
tutti morti durante la guerra. I nonni non parlavano quasi mai
di loro, oppure lo facevano a voce bassa. Di quello zio restava
solo una fotografia scattata quando aveva vent'anni. Era bello,
con la mascella forte e una chioma scura e folta, e portava un
paio di occhiali con la montatura d'argento. Non sembrava
uno che si aspettava di morire. Sembrava che sarebbe vissuto
fino a mettere i capelli bianchi come i fratelli.
Invece c'era solo quella fotografia. E il loro cognome, a ricordarlo.
Voleva sapere tutta la storia: com'era quel fratello da ragazzo,
come andava a scuola, che progetti aveva, dove abitava,
chi amava e com'era morto. Se fosse morto il suo, di fratello,
avrebbe raccontato tutto di lui a sua nipote. Se sua nipote glielo avesse chiesto.
Forse era quello il problema: non aveva chiesto. O forse neanche
adesso avevano voglia di parlarne. Ma lei avrebbe chiesto,
la prossima volta che fosse andata a trovarli. Era giusto che
gliene parlassero: aveva tredici anni, non era pi una bambina.
Ormai era abbastanza grande per sapere.
...
.
...
FINE.
...
.
...
Ogni caso.
...
.
...
Poteva accadere.
Doveva accadere.
 accaduto prima. Dopo.
Pi vicino. Pi lontano.
 accaduto non a te.
Ti sei salvato perch eri il primo.
Ti sei salvato perch eri l'ultimo.
Perch da solo. Perch la gente.
Perch a sinistra. Perch a destra.
Perch la pioggia. Perch un'ombra.
Perch splendeva il sole.
Per fortuna l c'era un bosco.
Per fortuna non c'erano alberi.
Per fortuna una rotaia, un gancio, una trave, un freno, un telaio, una curva, un millimetro, un secondo.
Per fortuna sull'acqua galleggiava un rasoio.
In seguito a, poich, eppure, malgrado.
Che sarebbe accaduto se una mano, una gamba, a un passo, a un pelo da una coincidenza.
Dunque ci sei? Dritto dall'attimo ancora socchiuso?
La rete aveva solo un buco, e tu proprio da l?
Non c' fine al mio stupore, al mio tacerlo.
Ascolta, come mi batte forte il tuo cuore.
...
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...
W. Szymborska, La gioia di scrivere. Tutte le poesie (1945-2009).
...
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...
Ringraziamenti.
...
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La pi profonda gratitudine a tutti coloro che mi hanno aiutata a portare questo romanzo fino in fondo. Il National Endowment for the Arts, la MacDowell Colony,la Corporation of Yaddo, la Rna Jaffe Foundation e il Dorothy and Lewis B. Cullman Center for Scholars and Writers presso la New York Public Library mi hanno regalato doni inestimabili come il tempo e la libert. Lo United States Holocaust Memorial Museum, il Mmorial de la Shoah a Parigi, la biblioteca della cole Spciale d'Architecture, l'Holokauszt Emlkkzpont e il Nemzeti zsid Muzeum a Budapest mi hanno permesso di accedere a manufatti e documenti che hanno dato concretezza alla storia. Zsuzsa Toronyi degli archivi del Nemzeti zsid Muzeum mi ha mostrato i giornali del Munkaszolglat, e Gbor Nagy  stato un traduttore raffinato e sensibile. Randolph Braham, professore emerito alla City University of New York, coi suoi studi ha documentato l'Olocausto ungherese nel corso di tutta la sua carriera, particolarmente in The Politics of Genocide, che  stato una guida infallibile; ci siamo visti a febbraio, un giorno in cui nevicava, e ha risposto alle mie domande sulla geografia e la gerarchia militare ungherese.
Lo Shoah Foundation Institute for Visual History and Education della City University of New York mi ha assicurato ore e ore di interviste filmate. Killian O'Sullivan mi ha dato particolareggiati consigli architettonici. Il professor Brian Porter alla University of Michigan mi ha consentito di approfondire la politica e la storia dell'Europa centrale nel Novecento.
Kenneth Turan ha risposto alle mie domande sull'yiddish. Alice Hudson alla New York Public Library ha dissotterrato mappe di Budapest e Parigi risalenti alla guerra. Il professor Edgar Rosenberg della Cornell mi ha fatto conoscere The Day the Holocaust Began: The Odissey of Herschel Grynszpan di Gerald Schwab.
Alla Knopf, Jordan Pavlin mi ha offerto la sua pazienza invincibile, incoraggiamenti e un editing sensibilissimo e approfondito. Kimberly Witherspoon ha sostenuto questo progetto dall'inizio. Sonny Mehta mi ha fatto l'immenso dono della sua fiducia. Mary Mount ha rivisto il romanzo da una prospettiva europea. La mia correttrice di bozze, Kate Norris, si  spinta ben oltre il suo dovere. Leslie Levine ha risposto a ogni quesito con pacata eleganza.
Michael Chabon e Ayelet Waldman sono stati lettori, editor e amici di una generosit straordinaria. Brian Seibert mi ha prestato il suo acuto occhio editoriale, la sua guida in materia di danza e il suo coraggio quando il mio veniva meno. Daniel Orringer  stato una fonte instancabile di dettagli medici, mentre Amy Orringer si  dimostrata un'eccellente compagna di viaggio e una prima lettrice intrepida e spassionata. Carl e Linda Orringer hanno dato a questo progetto amore, appoggio e una fede che non ha mai vacillato. Tom Tibor mi ha mandato ci che grazie a meticolose ricerche ha scritto sull'esperienza della nostra famiglia. Judy Bordt ha condiviso con me i suoi ricordi e la sua conoscenza dell'osservanza ebraica. Tibor Schenk ha descritto le sue esperienze in tempo di guerra a Br e mi ha fatto scoprire i siti web sul Munkaszolglat.
Christa Parravani mi ha seguita tra le rovine per scattare delle foto. Soprattutto, questo libro deve la propria esistenza ai miei nonni, Andrew e Irene Tibor, e ai miei prozii, Alfred e Susan Tibor. La pi profonda gratitudine per la vostra pazienza, fede e generosit.
A mio zio Alfred, grazie per aver trovato il tempo di rispondere alle mie domande, raccontare le storie della nostra famiglia e leggere le bozze con la massima attenzione. A mia nonna, anyu, i ringraziamenti pi sentiti: hai letto e corretto con il senso artistico di una poetessa, la precisione di una sarta e la sensibilit di una madre. Solo una persona con queste doti avrebbe potuto illuminarmi tanto.
Mio marito, Ryan Harty, ha letto questo romanzo innumerevoli volte e offerto il suo intuito editoriale incomparabilmente acuto, la sua profonda comprensione dell'animo umano e il suo orecchio perfetto per la lingua. In ogni momento mi ha fatto sentire che finire il libro era possibile e necessario. Non potr mai ringraziarlo abbastanza.
...
.
...
FINE.